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Gli italiani sono rimasti in mutande. Costretti a fare i conti con la crisi, lo spread, il lavoro che manca e le tasse del “Salva Italia”. A dicembre poi arriverà il secondo tempo dell’incubo Imu, che qualcuno già promette di abrogare. Ma intanto c’è e toccherà pagarla con le aliquote maggiorate dai Comuni, stremati dai tagli imposti dal Governo. Una stangata! Alcuni politici, invece, sfilano in bikini sulle passerelle della moda milanese, dopo aver già calcato – pare – altri palchi in privato. Oppure festeggiano in maschera, vestiti da novelli Ulisse tornati ad Itaca e omaggiati da ancelle con volti di maiali. Viaggiano in Suv, mangiano ostriche e champagne. Deliberano, stanziano, spendono e con le fatture a rendiconto si autoassolvono. Uno squarcio di un’Italia in decomposizione.

Più dell’aspetto etico, l’immaginario collettivo è colpito per la decadenza estetica. Stride l’accostamento di queste due foto: una che rappresenta la realtà quotidiana della maggioranza delle famiglie italiane, fatta di sofferenza, incertezza e ansia per il futuro, con l’altra che rappresenta una casta opulenta, e vogliosa solo di sentirsi immune dalla crisi e vivere a pieno il proprio “momento” di potere. La politica della cooptazione ha fallito. Incapace di riformare il Paese e se stessa, ha prodotto per partenogenesi una schiera di politici senza meriti, senza qualità, senza il senso della cosa pubblica. Prima che l’ondata di indignazione travolga tutto è giunto il momento per chi crede ancora che la democrazia non possa esistere senza rappresentanza di alzare la voce e pretendere che la futura classe dirigente del Paese sia scelta davvero dai cittadini.

Il compito delle attuali dirigenze non può più essere quello di nominare volti impresentabili nella speranza di gestire ancora in modo oligopolistico i partiti, ma quello di selezionare profili qualificati e meritevoli da far competere dinnanzi all’elettorato. Nonostante la crisi sia diffusa e le forze di conservazione in tutti i partiti siano impegnate nel mantenere strenuamente il potere, lì dove un’opzione di sfida interna è possibile, attraverso le primarie, esiste la speranza che il “nuovo” emerga a rompere gli schemi precostituiti.

O il centrodestra imbocca anch’esso la medesima via o l’ultimo ricordo sarà una foto di un partito e dei suoi elettori che come cantava Baglioni, “andavamo via di schiena.”

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“In Italia abbiamo politici di un certo livello che vanno salvaguardati.” Così la pensa il capogruppo del PDL alla Camera Fabrizio Cicchitto. Idea condivisa in cuor loro da quasi tutti i deputati eletti, pardon, nominati al Parlamento. Neanche fossero panda in via di estinzione. Ma l’istinto di sopravvivenza, si sa, è forte. Si rendono conto che occorre trovare un modo per essere preservati dall’onda d’urto d’indignazione popolare che di certo tracimerà dalle urne nella prossima primavera e travolgerà quasi tutta la classe dirigente della cosiddetta seconda Repubblica.

L’attuale legge elettorale, più nota come Porcellum, non appare più commestibile. Il presidente Napolitano ha richiamato l’esigenza della sua abrogazione ben nove volte negli ultimi sei mesi. Gli sherpa dei partiti sono a lavoro, alacremente. Bisogna ridare il diritto di scelta ai cittadini, almeno così dicono tutti i leader davanti alle telecamere. Ma poi in gran segreto si cercano soluzioni fantasiose per impedire che gli elettori possano davvero scegliere i candidati a loro giudizio migliori.

La legge in preparazione nel retrocucina del Palazzo è un bel minestrone con una base proporzionale, corretto con un premio di maggioranza garantito al primo partito, infarcito di listini bloccati per preservare “i politici di un certo livello” e guarnito con i collegi uninominali. Ma si badi bene, collegi uninominali non su base maggioritaria (chi prende un voto in più del secondo viene eletto), bensì su base proporzionale con i coefficienti. Per intenderci: come avviene oggi per eleggere i consiglieri provinciali. Insomma potremmo ritrovarci eletto un candidato che magari nel nostro collegio uninominale è arrivato terzo, ma avendo ottenuto il coefficiente più alto fra gli altri candidati del suo partito si troverà spalancate le porte del Parlamento a danno del più votato dai cittadini. Una farsa.

La Casta dei nominati cerca la formula magica per accreditarsi davanti agli elettori con una legge elettorale bella e nuova che appaia molto più digeribile del Porecellum, ma che consenta nei fatti di lasciare in mano ai leader di partito la scelta effettiva dei futuri parlamentari. Il gioco è però rischioso. La consapevolezza di essere presi in giro potrebbe far esplodere una indignazione generale e incontrollata e l’elettorato potrebbe stravolgere i piani dei vecchi partiti scegliendo nell’urna i nuovi movimenti che si proclamano anti-casta. In uno scenario simile anche l’uscita di emergenza di un nuovo governo tecnico-politico basato sui voti parlamentari di una grosse-koalitionen potrebbe non essere più percorribile.

Se dal Porcellum cadessimo nel Salvacasta nessun risultato sarebbe scontato nella primavera del 2013.

I giornali italiani titolano “Fate presto!” Certo, si comprende l’urgenza ma è molto vago sia il cosa fare, sia il come farlo. E’ servito a poco fare i compiti a casa: tassare all’inverosimile i cittadini, costringerli a lavorare di più e più a lungo, ridurre le risorse per il welfare, proseguire con i tagli lineari sulla spesa pubblica. Dopo nove mesi di governo Monti non è stata partorita nessuna soluzione risolutiva. Lo spread resta alto, il debito pubblico sfiora i 2.000 miliardi di euro, il rischio default per tutti i Paesi mediterranei dell’area euro rimane altissimo. Grecia e Spagna eseguono ordini, accettano memorandum dolorosissimi a fronte di ristrutturazione del debito o prestiti al proprio sistema bancario. Ma la crisi si avvita ugualmente, con il rischio di contagiare anche l’Italia.

E’ evidente che le democrazie nazionali non hanno più gli strumenti in grado di fronteggiare una crisi di sistema economica e finanziaria, in quanto sprovvisti di sovranità in campo monetario. Con il Fiscal Compact gli Stati hanno rinunciato anche alla sovranità in politica fiscale e di bilancio, dopo che con Maastricht, venti anni prima, avevano abdicato alla quella monetaria. Forse è da qui che bisogna ripartire per comprendere questa crisi.

La politica di emissione della moneta e gestione dei tassi di interesse è stata affidata alla Bce, un organismo privato, privo di alcuna legittimità democratica che si trova impossibilitato dalle norme dei trattati europei che lo istituirono ad agire, come tutte le altre Banche Centrali del mondo, come prestatore di ultima istanza. Svolge la funzione di regolatore dei tassi, ma poco sono serviti i continui tagli sul tasso di interesse del denaro. La fiducia tra le banche non è tornata, il credito a famiglie e imprese resta congelato. La recessione avanza.

Illuminati in questo senso sono le parole del Presidente della Banca Centrale di Francia, Christian Noyer, il quale ammette candidamente che “stiamo attualmente osservando un fallimento del meccanismo di trasmissione della politica monetaria.” Egli indica, primo fra gli euro-tecnocrati, la drammaticità della situazione. L’esperimento della moneta unica è un Frankenstein che non risponde più ai comandi dei suoi inventori e alle regole consolidate della politica monetaria. Per i mercati il tasso di interesse verso le singole banche private dipende dai costi di finanziamento dello Stato in cui esse sono domiciliate e non più, come sarebbe lecito attendersi, dal tasso di interesse overnight della BCE. E’ evidente che “il meccanismo di trasmissione della politica monetaria non è più funzionate.”

Una verità banale, scomoda, tragica: l’euro è invenzione monetaria fuori controllo. Va eliminato o totalmente ripensato, prima che distrugga definitivamente l’economia e la democrazia di alcuni, o probabilmente di tutti Paesi, che l’hanno adottato.

Si scrive Fiscal Compact, si legge fine dello Stato Nazione. Nel silenzio inquietante del sistema informativo e senza neanche la parvenza di un dibattito pubblico adeguato all’importanza della decisone assunta, il Parlamento italiano ha approvato il trattato fiscale europeo. Una cessione di sovranità sulle prerogative fiscali ed economiche senza precedenti che vincola l’Italia a comportamenti vigilati e passibili di ricorso da parte degli altri Stati membri della UE davanti alla Corte Europea sul versante della politica di bilancio e fiscale.

Oltre all’obbligo del pareggio di bilancio, già inserito nelle scorse settimane in Costituzione con riservata solerzia, l’Italia ieri si è obbligata a far rientrare il debito pubblico dal 129% attuale al 60% nei prossimi venti anni. Un impegno che in assenza di crescita del PIL, equivale a manovre attraverso tagli della spesa pubblica o dimissioni di patrimonio pubblico pari a 50miliardi di euro l’anno per i prossimi vent’anni.

Roma ha scelto di legarsi indissolubilmente all’Europa, di concedere a organi esterni allo Stato la prerogativa di vigilare e sanzionare le scelte fiscali e di politica di bilancio nazionale. Ha deciso che l’euro non é solo una moneta, il mezzo attraverso il quale rendere la vita dei cittadini migliore, ma il fine ultimo al quale sacrificare ogni altro valore democratico. Di fatto si é ipotecata la possibilità di offrire visioni politiche alternative alla moneta unica, comprimendo la sovranità popolare, né informata sul tema, né chiamata a dare un giudizio su questa scelta.

Al di là del merito sulla decisone assunta, quello che inquieta é il totale silenzio che ha avvolto un voto parlamentare così importante e delicato. Silenzio della classe politica, silenzio degli organi di informazione. Che si tratti di autocensura, di controllo dell’informazione centralizzato, di paternalismo o di incompetenza é comunque sconcertante che il giorno dopo questa decisione la parola Fiscal Compact non compaia nei titoli d’apertura della quasi totalità dei principali quotidiani nazionali. La mancanza di informazione e consapevolezza nelle scelte del Governo è sempre stato un presupposto necessario alla sudditanza dei popoli. La storia si ripete.

E’ tornato. Più realisticamente non è mai andato via. Silvio Berlusconi scese in politica in prima persona alla fine del 1993 dopo gli infruttuosi incontri con Mino Martinazzoli prima e poi Mariotto Segni. A novembre dello scorso anno (2011) Berlusconi si dimise da Presidente del Consiglio dei Ministri, non tanto per le pressioni della Merkel, di Sarkozy o di Napolitano. Neanche per lo spread sopra i 570 punti base. Bensì per le insistenti pressioni rivoltegli da Ennio Doris, suo socio in Mediolanum e da Fedele Confalonieri, Presidente di Mediaset, dopo che in un solo pomeriggio di tentennamenti sul da farsi i titoli delle imprese di famiglia precipitarono del 12% in Borsa.

L’azienda prima di tutto, dunque. E anche in questo momento le mosse del Cavaliere sono dettate dall’esigenza di capitalizzare al massimo il suo residuale appeal politico per difendere il patrimonio di famiglia. Del resto il Pdl di Alfano non è mai esistito. Non c’è ne stata traccia nelle urne delle amministrative. Non ve n’è nei periodici sondaggi commissionati alla Ghisleri. Ad Alfano e a tutta la classe dirigente azzurra oltre al quid quello che davvero è mancato e manca è una reale autonomia politica.

Il centrodestra in Italia è stato ed è Silvio Berlusconi. Per la forza economica che rappresenta, per la struttura mediatica che lo sostiene, per il suo indubbio carisma personale, per la capacità di occupare l’immaginario collettivo, soprattutto quello dei suoi avversari. Forza Italia prima e il PDL poi, sono stati davvero partiti di plastica, perché malleabili e pronti a modificarsi a seconda delle esigenze del loro inventore e proprietario. E così sarà, ancora una volta, per le elezioni del 2013.

C’è da vedere solo quale strategia sceglierà Berlusconi. Due le opzioni possibili. Un ticket con la Santanchè per ergersi a eroe antisistema, cavalcando l’onda dello scontento popolare nei confronti dell’austerità rappresentata dal governo Monti. Una campagna elettorale tutta basata su facili nemici: l’Europa dei tecnocrati, la Germania della perfida Merkel, l’Euro non svalutabile, la vecchia sinistra comunista.

L’alternativa strategica, quella che ritengo più probabile, è rappresentata da una scelta più moderata, inserita dentro una dinamica di conformità all’agenda europea e agli impegni di risanamento economico imposti all’Italia. Così da consentirgli prima o dopo le elezioni, dipenderà con quale legge elettorale si andrà al voto, di trattare alla pari con il PD per la prosecuzione dell’esperienza della grosse koalitionen.

Senza la rigenerazione periodica del voto la democrazia è un’astrazione. La crisi economica non ha sospeso le leggi della Repubblica parlamentare. Alla guida dell’Italia c’è un governo tecnico, composto da professori non legittimati dal voto popolare. Essi sono però sostenuti da un Parlamento che ne ha riconfermato il pieno diritto di esistenza con decine di voti di fiducia. La forma è salva. La sostanza, probabilmente, lo sarà a breve: la parentesi del Governo tecnico di Monti non verrà chiusa, bensì allungata attraverso il voto popolare.

Le elezioni del 2013 sono vicine. I tempi per la trasformazione dei tecnici in neo-politici maturi. Nella sussistenza della crisi economica che non indietreggia, si annida l’alibi per rendere l’inizialmente provvisoria esperienza del governo tecnico un elemento di novità politica ben più duraturo. Monti non è un “Signor Wolf”, il personaggio del film Pulp Fiction di Quantin Tarantino, che in meno di due ore risolve problemi indistricabili. Dopo 8 mesi di governo lo spread resta alto sopra i 450 punti base. La produzione industriale cala ai livelli degli anni ’90. La disoccupazione giovanile sfonda ogni record. Le tasse deprimono i consumi e abbattono il gettito dell’Iva.

Monti forse ha deluso le aspettative del Presidente Napolitano che lo aveva visto come un “Deus ex machina”. Ma in questa sua ancora incompiuta salvezza tecnica dell’Italia risiede la sua nuova forza politica. Il baratro resta vicino. Monti può quindi proporsi come successore di se stesso. Questa volta passando dal suffragio parlamentare a quello elettorale.

Il professore della Bocconi ha occupato uno spazio politico che i partiti hanno incredibilmente lasciato vuoto e che la società civile o nuovi soggetti politici non hanno avuto la capacità e la forza di riempire. La sua presentabilità internazionale è la sua arma migliore. Un elemento che altrove è precondizione indispensabile per essere premier, ma che in Italia, dopo venti anni di seconda Repubblica, appare una rara qualità. Monti a Bruxelles e a Washington, lì dove si discutono i destini dei popoli e delle economie del Vecchio Continente, ha consentito che l’Italia fosse nuovamente ascoltata, rispettata, a volte esaudita. Nessun altro protagonista politico oggi sulla scena può vantare questo indispensabile requisito.

I partiti sono troppi deboli, le classi dirigenti che li guidano troppo logore. Di immobilismo si muore. E questi partiti, probabilmente, immobili lo sono da tempo. Inoltre, di fronte alle iniziative di Beppe Grillo di offrire all’elettorato esacerbato un comodo contenitore nel quale scaricare un voto indifferenziato di rabbia, con l’obiettivo esclusivo di far saltare il sistema della partitocrazia, le classi dirigenti dell’attuale maggioranza parlamentare saranno costrette, pur di non scomparire, di garantire a Mario Monti il voto di fiducia più importante. Dopo aver convinto tante volte i propri parlamentari a votare la fiducia, ora dovranno convincere i propri elettori che nella consultazione elettorale della primavera 2013 non c’è alternativa per salvare l’Italia, e loro stessi, se non quella di trasformare il Governo Monti, da governo tecnico a governo pienamente politico.

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