Archivio per ottobre, 2008

 

La legge Gelmini rappresenta uno snodo decisivo per la politica italiana. Per il governo Berlusconi rappresenta il banco di prova del decisionismo, imposto come linea guida dell’azione dell’esecutivo per i prossimi 5 anni. La dinamica classica dell’ascolto e della concertazione fra governo e gli agenti sociali appare non essere più un tabù. Il governo decide, senza tenere conto del giudizio preventivo della categorie interessate alle riforme in esame, senza tenere conto delle proteste delle piazze, senza tenere conto dell’azione di contrasto dell’opposizione. Il governo Berlusconi sceglie e decide in base ad un unico elemento fondante la sua azione: l’investitura elettorale.

 

In questo passaggio rappresentato dalla approvazione in legge del decreto Gelmini è chiara la metamorfosi della nostra democrazia da parlamentare ad una democrazia incentrata su una forza “materiale” crescente dell’esecutivo. La legge elettorale da un lato, che ha trasformato la maggioranza  di governo da somma frastagliata di partiti a coalizione ristretta, e la indiscussa preminenza del presidente del Consiglio, che riveste del suo carisma ogni scelta dei suoi ministri, appaiono gli elementi che stanno rendendo possibile questa transizione.

 

Sulla Stampa di oggi una interessante analisi comparativa fra gli ultimi due esecutivi dimostra come l’attuale governo ha provveduto a trasformare in legge 41 decreti. Solo una legge è stata approvata su iniziativa parlamentare. Questo dato dimostra da un lato come l’esigenza della governabilità passa ancora per una evidente utilizzo della norma, costringendo il governo al passaggio parlamentare, ma forzandone i tempi attraverso l’utilizzo dei decreti per andare incontro rapidamente alle esigenze del paese. Dall’altro mette a nudo  lo svilimento del ruolo del parlamento composto da nominati. Esso non è più in grado di svolgere il suo ruolo costituzionale ovvero di legiferare su autonoma iniziativa. Un parlamento che proprio perché espressione non di eletti, ma di nominati,  non è più in grado anche di rispecchiare a livello di categorie la società italiana, eleggendo nei vari schieramenti, come accadeva prima del 1994,  esponenti delle varie anime del paese. Il Parlamento non è più luogo di dibattito, analisi e compensazione delle diverse istanze della società e dei suoi agenti in esso rappresentati, ma mero luogo di legittimazione formale di decisione prese in altro consesso e da un altro potere dello Stato, la cui funzione si sta rapidamente trasformando, accorpando sia quella  esecutiva che quella di primario  produttore di legislazione.

 

L’attuale governo, inoltre, proprio per la sua connaturale conformazione è ancor meno luogo di dibattito, analisi e compensazione. In esso per la sua composisione non vi è più l’esigenza  di giungere ad una sintesi di culture e visioni differenti della società e della politica. La preminenza del leader e la omogeneità di posizione rendono anche le riunioni dell’esecutivo momenti di mera presa d’atto di scelte dei colleghi ministri nate esclusivamente  dallo  stretto rapporto di ogni ministro con il premier.  Da uno inter pares il Presidente del Consiglio di fatto diviene “ispiratore” naturale di tutta la politica governativa.

 

Una situazione completamente nuova per una democrazia abituata da sempre all’assenza di decisionismo dei governi e alla legittimazione preventiva da parte dell’opposizione e delle forze sociali coinvolte nelle riforme da attuare.

 

Aldilà del merito, la legge Gelmini, rappresenta quello strappo o passo in avanti, dipende dai punti di vista, della costituzione materiale che porta l’Italia ad essere sempre meno una democrazia parlamentare e sempre più un democrazia del premier. Un passaggio che non riuscì al governo Berlusconi nel 2002 sulla battaglia di bandiera dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e che oggi riesce su questa piccola riforma in tema di scuola primaria. La protesta della piazza e il ruolo dell’opposizione in questa nuova democrazia appaiono fisiologiche forme di partecipazione, però incapaci di equipararsi al potere, finalmente esercitato, di un esecutivo legittimato da una forte investitura elettorale.

 

Che il consenso del govenro nel paese salga o scenda è altro discorso, e l’unica rilevazione statistica che avrà efficacia sarà quella effettuata dal popolo in cabina elettorale.

 

Gli italiani sono pazzi di Berlusconi? Per Euromedia è un amore in costante crescita, che tocca quote da vertigine. Ma per altri due istituti di ricerca, Digis e Ipso, il rapporto fra Berlusconi e gli italiani è già entrato in crisi. Non al punto però da portare al tradimento in cabina elettorale (i dati sulle intenzioni di voto sono stabili con i partiti della maggioranza sopra il 50%), ma  ad un livello comunque di guardia.

 

La discrepanza fra i dati offerta dai tre istituti è clamorosa. Non è il caso di analizzare il perché di tale differenza di risultati. Sarebbe impossibile non conoscendo nel dettaglio la metodologia adottata da tutti e tre gli istituti e non sapendo in particolare se la percentuale del 72% di Euromedia si riferisce al campione totale degli  intervistati (100%) o solo a chi ha espresso un giudizio, di solito pari all’80-85% del campione. Anche in questo secondo caso il dato resterebbe comune troppo divaricato fra i tre istituti.

 

Opposizione estranea al rapporto fra l’opinione pubblica e il premier

Quello che invece appare interessante è come tutto questo processo di “innamoramento” dell’opinione pubblica nei confronti del premier e il suo “presunto” momento di raffreddamento non produca nessun effetto reale sull’opposizione. Appare un dialogo a due fra gli italiani e Berlusconi, dove l’opposizione e i suoi leader non intervengono in nessun modo. La loro azione comunicativa non incide nel rapporto. Tutto appare rinchiuso in una comunicazione bidirezionale fra il premier e l’opinione pubblica italiana. Consenso e gradimento quando le promesse vengono mantenute e segni di disaffezione quando i provvedimenti appaiono presi senza una specifica azione di spiegazione e motivazione preventiva. L’opposizione cerca certo di intromettersi in questo rapporto, come nel caso delle proteste sulla riforma Gelmini, ma non riesce a ricavarne nulla in termini di aumento del consenso.

 

I blocchi elettorali del paese appaiono congelati.

In questa situazione è il Pd che deve scegliere con rapidità a quale parte del paese vuole parlare per tentare di aumentare il proprio blocco di consenso. La manifestazione del Circo Massimo è evidentemente apparsa una esibizione identitaria che ha parlato non a tutto il paese, ma alla propria parte, quella che nonostante i numeri delle elezioni clamorosamente a favore del centrodestra si ritiene ancora la “migliore”. A sinistra resta, in termini percentuali di consenso,  ben poco da drenare e tornare a porgere lo sguardo agli ex compagni appare una scelta programmaticamente impossibile per Veltroni. L’ex alleato Di Pietro resta a livello locale oggi una scelta agli occhi della dirigenza del Pd obbligata e in Abruzzo si cede alle sue imposizioni.

 

Il Pd rinuncia all’Udc e alla sua funzione di ponte strategico per conquistare l’area moderata

Scegliendo Di Pietro in Abruzzo il Pd ha rinunciato di fatto ad una intesa con l’Udc. Questa intesa avrebbe potuto significare il primo passo in direzione del blocco elettorale del centrodestra che necessariamente bisogna scalfire se l’opposizione vuole tornare al governo. L’Udc è di fatto l’unica congiunzione politica, il ponte che collega l’opposizione odierna all’area più moderata del paese e che in aprile ha scelto il Pdl. In prospettiva uno strumento di possibile “raccolta” dei futuri delusi del berlusconismo o addirittura il mezzo per “invadere” in termini culturali e di proposta politica il campo avverso. Scegliere di isolare l’Udc e lasciare alla balia degli eventi elettorali (regionali in Abruzzo e amministrative di primavera) il partito di Casini, significa per Veltroni rinunciare all’unico strumento in grado di creare un legame reale fra il Pd e quel blocco elettorale moderato del paese che oggi nonostante qualche incomprensione sulle scelte del suo leader, non può e non vuole guardare a nessuna altra proposta politica.

 

Il recinto elettorale nel quale si sta chiudendo il Pd non solo è troppo piccolo per qualsiasi aspirazione governativa, ma del tutto inadeguato ad una ispirazione maggioritaria. Del resto l’unica porta di collegamento al momento socchiusa oltre il proprio recinto è quella con l’Idv che non drena consenso, ma al contrario ne consente la fuoriuscita.

 

 

Essere accusati di fare battaglie di retroguardia, quando invece si è convinti di condurre una azione riformatrice. Berlusconi si trova dopo mesi di idillio con l’opinione pubblica a registrare il primo momento di incomprensione rispetto alle iniziative governative. La riforma, piccola in verità, sulla scuola e la battaglia in sede Ue contro le misure a favore del clima e dell’ambiente, nascono da esigenze veramente riformatrici o da mere necessità di cassa? Il punto è fondamentale per comprendere l’imprevisto scollamento in atto fra opinione pubblica e governo.

 

Perché l’opinione pubblica appare disorientata quando il governo decide di scardinare due tabù del politicamente corretto ai quali siamo stati abituati da anni a rendere omaggio? Il primo è il sacro diritto della protesta e della libera espressione del proprio dissenso che può sfociare in quello che è ormai un appuntamento immancabile del calendario scolastico, come Natale e Pasqua, ovvero la occupazione e l’autogestione dei licei e delle università. Impedirlo con l’invio delle forze dell’ordine appare non solo spropositato, ma addirittura frutto di una grave mancanza di conoscenza di quelli che sono ormai i riti del moderno processo educativo italiano. Volerlo impedire ha reso solo più entusiasmante per i ragazzi e i loro buoni e cattivi maestri volerlo celebrare, soprattutto sotto i riflettori dei media. Il secondo tabù è quello contro la difesa dell’ambiente e il salvifico Protocollo di Kyoto. Dissacrare un tabù senza farne comprendere le ragioni porta ad una inevitabile scollamento fra chi quella scelta la compie e chi la osserva disinformato.

 

Una scelta meramente in difesa delle nostre imprese e dunque di cassa, oppure come sottolinea Il Foglio, una nuova battaglia di avanguardia di Berlusconi contro il politicamente corretto anche sul tema ambientale? Se si tratta solo della prima sarà difficile recuperare il consenso sul punto, se invece la motivazione nasce dalla seconda ipotesi, con il tempo necessario, anche questa nuova idea berlusconiana potrà essere “recepita” dall’opinione pubblica, come tante alte che appena lanciate crearono scandalo per poi divenire comunemente accettate. Peccato non aver iniziato prima la “spiegazione”.

 

Del resto fino a quando Berlusconi si è mosso per mantenere fede alle promesse elettorali con capacità e caparbietà l’opinione pubblica ha gradito. Nel momento in cui prende scelte non sostenute da una precedente “spiegazione” e motivazione l’opinione pubblica trova più consolatorio rifugiarsi nello stereotipo conosciuto, piuttosto che analizzare le reali motivazioni delle nuove scelte. Un esempio illuminante per comprendere il punto è il tema caldo della crisi economica. Tremonti e Berlusconi furono chiarissimi in campagna elettorale e una volta che la crisi si è presentata puntuale hanno avuta la fiducia dell’opinione pubblica.

 

Dalle ultime vicende possiamo trarre l’insegnamento che in un mondo dove la velocità dell’informazione è un elemento decisivo per la costruzione del consenso, la capacità di dominare i temi e di anticipare le motivazioni delle scelte appare l’unico metodo per creare una reale adesione preventiva alle iniziative governative.

 

Fiducia al 45%. Scende e di molto la fiducia degli italiani nel premier Silvio Berlusconi e nel suo governo. L’ultima rilevazione dell’osservatorio Digis-Skytg24 vede per la prima volta dal voto il premier con un indice di gradimento sotto il 50%. Esattamene al 45% ben 9 punti percentuali in meno del dato del mese scorso (54%). Peggio il dato del governo nel suo complesso che scende al 43% di fiducia contro il 51% di settembre.

 

Un calo così evidente sancisce evidentemente la fine della luna di miele fra gli italiani e il governo Berlusconi che si è trovato ad dover affrontare nell’ultimo mese la protesta del mondo della scuola e dell’università dopo le settimane di massima allerta sul fronte dell’economia e della finanza. Un dato quello della fiducia che non si rispecchia nell’andamento delle intenzioni di voto degli italiani che restano stabili e favorevoli alle forze governative, rispetto alle ultime rilevazioni.

 

Intenzioni di voto: maggioranza sopra il 50,5%, Pd-Idv al  36,1%.

 

Per il sondaggio dell’osservatorio Digis-Skytg24 presentato oggi i partiti governativi superano il 50% delle intenzioni di voto. Cala sensibilmente il Pdl al 39,6% (-0,2% rispetto all’ultima rilevazione), la Lega Nord sale ancora e raggiunge il 10% (+0,5% rispetto all’ultima rilevazione) e l’MPA resta stabile allo 0,9% (+0,1%).

 

Nell’opposizione il Pd rivede i minimi e torna a quota 28,1% e (-0,6%). Di Pietro sale e raggiunge  l’8% (+0,6%). Nel complesso il dato dei due partiti si conferma al 36,1%.

 

L’Udc rimane stabile sopra la soglia psicologica del 5% al 5,3% con un -0,1% rispetto all’ultimo riscontro. La Destra scende sotto il 2%  al 1,8% (-0,2%).  Stabili anche l’area dell’ex sinistra arcobaleno: 3,8% (-0,1%) e i Socialisti allo 0,6% .

 

Nel complesso il dato vede confermati i rapporti di forza fra le due coalizioni. I due partiti maggiori Pdl  e Pd e i loro leader  mostrano qualche difficoltà oggettiva a tutto vantaggio dei due alleati di cordata: la Lega Nord nel centrodestra supera il 10% confermandosi una forza sempre più decisiva nelle logiche dell’area conservatrice, dall’altro lato è Di Pietro che diviene la vera novità politica. Per il Pd, nonostante la rottura consumata in questi mesi fra Veltroni e l’Idv il ruolo dell’ex Pm di Mani pulite appare decisivo in una prospettiva “governativa”  sia a livello locale, che nazionale.

Il Pd non riesce a riemergere da sotto la soglia del 30% e anzi vede nuovamente i minimi. Vedremo la settimana prossima se avrà sortito qualche effetto la manifestazione del Circo Massimo.

 

 

Altri temi toccati dal sondaggio.

Occupazione università

Forma di protesta giusta solo per il 27%. Giusta se viene garantito il diritto allo studio per il 50%. Sbagliata per il 14%. Non sa il 9%

 

Utilizzo della polizia per garantire diritto allo studio.

Giusto per garantire il diritto allo studio per il 38%. Sbagliato, perché va garantita la libertà di manifestare per il 55%. Non sa il 7%.

 

Nuovo 68?

Si 24%. No 66%. Non sa 10%

 

Norme salva clima

Si 55%. No 40%. Non sa 5%

 

Futuro energetico in Italia.

Nucleare 32%. Eolico e solare 58%. Comprare energia 4%. Non sa 6%.

 

“Veltroni i tuoi elettori non vogliono il divorzio da Di Pietro.” Ipr Marketing su La Repubblica lancia l’allarme con un sondaggio che verifica il gradimento del popolo del Pd rispetto alle possibili future alleanze. Di Pietro meglio di Casini e della sinistra radicale. Il 53% vuole l’intesa con l’ex Pm di Mani Pulite. Solo il 18% ritiene doverosa la corsa solitaria del Pd.

 

Per Veltroni è un vero campanello di allarme. In quel 53% si cela il germe del possibile tradimento   elettorale, nel caso ci sia una rottura politica definitiva con l’Idv. Il popolo del Pd sembra attratto dal leader molisano e vuole un rapporto di alleanza politica stabile e duraturo. La domanda che si deve fare il Pd ora è questa: se Veltroni chiudesse davvero ogni rapporto con l’Idv, quanti elettori del Pd sarebbero tentati di seguire Di Pietro e rendere numericamente indispensabile l’intesa fra i due partiti?

 

La scelta dell’alleanza nata a marzo del 2008 come pura necessità tecnica (?) per concorrere con qualche possibilità in più alla gara elettorale, oggi si sta rivelando per il Pd la scelta nefasta che ne blocca le aspirazioni originarie. Essere una forza autosufficiente e a vocazione maggioritaria, libera e sola, capace di offrire al paese un messaggio nuovo, con la volontà di chiudere la transizione berlusconiana in accordo con il centrodestra e non attraverso uno scontro di delegittimazione che, dati elettorali alla mano, la storia ha dimostrato essere impossibile. La scelta di imbarcare Di Pietro nell’alleanza ha reso vana quella aspirazione. Nei fatti l’erosione che l’Idv sta provocando in termini di consenso attraverso il suo stile “antiberlusconiano” ha costretto il Pd a riutilizzare vecchi schemi, vecchie parole d’ordine, pur di arginare l’emorragia di consenso in atto.

 

Oggi Veltroni non si può permettere nei fatti quella rottura che più volte ha sottolineato a parole, perché il rischio che corre il Pd è quello di vedere il suo ex alleato in grado di ottenere un consenso più che raddoppiato rispetto al voto di aprile. Quei voti in fuga dal Pd verso l’Idv comporterebbero una insufficienza di peso politico per il partito di Veltroni, non più nelle condizioni di presentarsi agli elettori sia a livello nazionale, che locale come forza politica autosufficiente. Quello che invece Berlusconi attraverso la costruzione del Pdl sta rendendo possibile.

La piazza del 25 ottobre convocata da Veltroni potrebbe trasformarsi nel luogo del tradimento. Il tradimento del popolo del Pd sedotto dalla virilità contadina di Antonio Di Pietro, da consumarsi biblicamente sui banchetti per raccogliere le firme referendarie contro il Lodo Alfano.

 

Veltroni  ha paura che i suoi elettori possano disubbidire al divieto imposto e individuare nella iniziativa referendaria di Antonio Di Pietro l’unica azione di protesta concreta contro il governo Berlusconi da poter compiere il 25 ottobre. In fondo la raccolta di firme dell’iniziativa “Salva l’Italia” appare una sterile e innocua protesta. Oggettivamente agli occhi di molti militanti del Pd apporre una firma su una petizione viene giudicato molto meno politicamente significativo che non contribuire all’abrogazione di una legge da loro percepita come illiberale e incostituzionale.

 

Di Pietro ha lanciato una vera e propria OPA nei confronti non certo dei dirigenti del PD, quanto di buona parte dei suoi elettori delusi. Per il momento secondo l’ultimo sondaggio di Dinamiche-Swg  ha eroso oltre 5% all’ex alleato, arrivando ad intravedere la quota del 10%.  Oltre a questi notevoli smottamenti nelle intenzioni di voto, la strategia di Antonio Di Pietro tende ad occupare nell’immaginario collettivo del popolo di sinistra il ruolo di unico vero oppositore in Parlamento e in piazza all’attuale potere.

 

Veltroni sul punto è debole. L’azione di comunicazione di attacco frontale al governo, attuata a partire dalla vicenda Alitalia non ha prodotto gli effetti sperati. Semanticamente è apparso solo un clone di Antonio Di Pietro che dell’antiberlusconismo detiene la primogenitura e gode dei dividendi politici di queste iniziative.

 

La rottura fra i due è ormai consumata da tempo. Forse neanche c’è stata una vera intesa politica nel marzo scorso, ma solo una alleanza elettorale nata da accordi evidentemente basati su ragioni tutt’altro che di natura ideale e progettuale.

 

Eppure Veltroni non appare in grado di portare alle estreme conseguenze le sue dichiarazioni politiche. In Abruzzo si gioca molta della credibilità del leader del Pd. Se tutto quello che dice di Antonio Di Pietro è reale giudizio politico e non pura esigenza tattica in vista della manifestazione del 25 ottobre, non potrà sostenere la candidatura a presidente della regione dell’on. Carlo Costantini, imposta al centrosinistra dall’Idv. Farlo vorrebbe dire essere succubi di un politico che a parole non si vuole come alleato, ma che di fatto impone all’intera opposizione, PD compreso, la propria strategia politica. Per la credibilità del leader del Pd sarebbe un colpo mortale.

 

 

Il sondaggio effettuato da Digis-SkytTG24 sulle intenzioni di voto degli italiani dimostra come resti stabile il consenso elettorlae rispetto ai dati della scorsa settimana. Solo leggerissime flessioni per la maggioranza e l’opposizione. I partiti governativi insieme superano il 50% dei voti. Cala sensibilmente il Pdl al 39,8% (-0,7% rispetto alla scorsa settimana), la Lega sale al 9,5% (+0,3% rispetto all’ultima rilevazione) e l’MPA stabile allo 0,8%.

 

Il Pd frena la sua lenta risalita dal minimo toccato a quota 28% e riscende da quota  29% al 28,7% (-0,3%). Di Pietro stabile al 7,4%, riconquista uno 0,2% rispetto alla scorsa settimana.

 

L’Udc si conferma stabile sopra la soglia psicologica del 5% e arriva al 5,4% con un +0,2% rispetto all’ultimo riscontro. La Destra stabile al 2,0% (-0,2%).  Stabili anche l’area dell’ex sinistra arcobaleno: 3,9% (+0,1%) e i Socialisti allo 0,6% .

 

Il dato settimanale vede le due principali coalizioni perdere qualche decimale, ma lo stato di fondo dei rapporti di forza interno ed esterno alla maggioranza e alla opposizione resta confermato. Il Pd ha già esaurito il suo trend di crescila riscendendo da quota 29%, mentre Di Pietro resta stabile sopra il 7%. Nella maggioranza il Pdl contrae il suo consenso, senza che il dato della coalizione ne risenta particolarmente. In vista delle europee dati confrontati per l’Udc premiato dal profilo istituzionale tenuto da Casini durante queste settimane di crisi economica.  La settimana prossima vedremo che effetti avranno il viaggio di Berlusconi in America, gli esiti di Piazza Navona, l’evoluzione della crisi economica.

 

I sondaggi dicono che la partita è chiusa. “Ok Jonh, sarà per la prossima vita! Prego Barack viene a risolvere questo caos globale”. Eppure la sensazione generalizzata, a maggior ragione dopo il secondo faccia a faccia fra i due candidati alla sfida presidenziale americana, che per Obama le porte della Casa Bianca siano ormai spalancate, potrebbe rivelarsi un abbaglio mediatico collettivo. E non sarebbe la prima volta nella storia americana. Basta andare indietro di soli otto anni. Gore contro Bush, presidenziali del 2000. I sondaggi della CNN allora diedero ad un certo punto, come ricordava ieri FOX News, uno stacco in favore del democratico di 11 punti (51% contro il 40%). Dopo il primo dibattito  il vantaggio per Al Gore era di 8 punti (50% contro 42%). Sappiamo tutti come è andata a finire dopo i vari spogli in Florida. Bene, è possibile che i sondaggisti, gli esperti e i commentatori prendano un’altra vola una topica colossale? Probabilmente tutto andrà come ora viene indicato, ma a 27 giorni dal voto non credo proprio che i repubblicani debbano o vogliano levare le tende da una campagna che probabilmente riserverà ancora qualche clamorosa sorpresa.

 

Le asimmetrie normative dopo l’incontro dei 27 ministri del tesoro dell’Ue restano. Ma resta soprattutto la competizione interna fra Stati. Una competizione figlia della mancanza di fiducia dei big dell’Unione, Germania su tutti, nei confronti dei partner. Una sfiducia che mette a rischio la stessa architettura istituzionale dell’Ue. Oggi l’Ecofin ha deciso che gli aiuti di Stato che i diversi governi stanno attuando in modo disomogeneo e autonomo nei confronti dei sistemi bancari nazionali sono legittimi, grazie ad una specifica modifica dell’interpretazione degli articoli 87, 88 e 89 del Trattato di Roma. Prendendo questa scelta l’Ecofin ha di fatto bocciato la proposta italiana che prevedeva una regia unitaria europea attraverso l’istituzione di un fondo comunitario pari al 3% del Pil dell’Ue, così da garantire complessivamente e in modo solidale il sistema bancario di tutti gli stati membri e tutti i risparmiatori del continente in modo uguale.

 

Il no non mette in difficoltà solo dal punto di vista del prestigio il governo italiano, ma rende di fatto il nostro Stato uno di quelli europei a più alto rischio nel caso la crisi finanziaria si acutizzi. Infatti il debito pubblico italiano non consente, e Tremonti confermando la soglia di garanzia minima dei depositi a 103.000 euro lo ha di fatto ammesso, una previsione normativa di garanzia illimitata dei depositi bancari nazionali. La cifra italiana è di per sé già molto più alta rispetto sia a quanto prevedeva la normativa europea prima della riunione odierna (20.000 euro), sia a quanto oggi ha previsto (50.000 euro). Non cambia nulla dunque per i depositi italiani? In Irlanda, Danimarca, Grecia, Portogallo e Germania la garanzia è a sentire i governi illimitata. Dunque è possibile che ci sia una fuga dei capitali in questi stati, creando di fatto una situazione di concorrenza sleale nel mercato finanziario europeo, con ricadute sul piano della liquidità del sistema bancario nazionale e della tenuta stessa dei parametri che oggi consentono all’Italia di restare ancorata alla moneta unica europea. L’Inghilterra per prima ha deplorato le scelte irlandesi e tedesche, subendo un forte flusso in uscita di capitali, ma non sembra voler però compartecipare ai rischi europei, vista anche l’autonomia monetaria che la caratterizza. La competizione azionaria, oltre alla mancata fiducia fra i partner europei, di queste settimane sulle banche italiane dimostra come ci sia sul mercato la voglia di sfruttare il momento di grande debolezza del sistema creditizio italiano, comprando per pochi euro gioielli importanti della finanza nazionale.

 

 La Germania ha deciso dunque di governare questa crisi in modo autonomo, guardando ai propri land e abdicando al ruolo di guida del vecchio continente del Kohl aveva lasciato in eredità ai suoi giovani delfini. Una scelta che, oltre non riuscire a rassicurare i mercati, potrebbe comportare conseguenze molto dolorose per il proseguo del cammino di integrazione politica dell’Europa e anche momenti di difficoltà imprevedibile per alcuni stati membri. Purtroppo Italia in testa.

 

Il sondaggio effettuato dall’Osservatorio Digis-Skytg24 sulle intenzioni di voto degli italiani, conferma la stabilizzazione del consenso.  I partiti governativi insieme superano il 50% dei voti. Stabile il Pdl al 40,5% (-0,2% rispetto alla scorsa settimana), la Lega si conferma al 9,2% (-0,1% rispetto all’ultima rilevazione) e l’MPA scende sotto l’1% (0,8%, -0,1% rispetto alla scorsa settimana).

 

Il Pd prosegue la lenta risalita dal minimo toccato a quota 28% e rimbalza al 29% (+0,8% rispetto al dato della scorsa settimana). Di Pietro scende al 7,2% e perde un ulteriore 0,5% rispetto alla scorsa settimana.

 

L’Udc supera la quota psicologica del 5% e arriva al 5,2% con un +0,3% rispetto al 29 settembre. La Destra recupera alcuni decimali e arriva  all’2,2% (+0,4%).  Scende nuovamente l’area dell’ex sinistra arcobaleno: 3,8 (-0,1%) e anche i Socialisti scendono allo 0,6% (-0,1%).

 

Il dato conferma una evidente mobilità interna i blocchi, l’elettorato è stabile all’interno delle proprie  aree di appartenenza e  i flussi elettorali sono minimi e circoscritti all’interno di partiti alleati. Come anticipato la settima scorsa il Pd con l’azione aggressiva al governo recupera in 2 settimane quasi un punto percentuale, tutto a danno della sinistra radicale e dell’Idv, che flette verso quota 7% dopo aver intravisto quota 8%.  In vista delle europee buon segnale per l’Udc che supera il 5%, e dato comunque confortante per Di Pietro sempre ben al di sopra del 5%.