Archivio per giugno, 2009

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Non fossimo passati per Tangentopoli, la caduta della Dc e di Craxi “manu giudiziaria”, per i governi tecnici e le svendite dei gioielli di Stato sulle navi inglesi a largo di Civitavecchia, per i ribaltoni e i “non ci sto” presidenziali, l’uscita di Berlusconi dell’altro giorno sul “piano eversivo” sarebbe da annoverare fra le tante “esondazioni” verbali del nostro premier.

Eppure Massimo D’Alema con il suo criptico “ci saranno delle scosse, l’opposizione sia pronta!” , ha dato una legittima conferma ai timori del capo del governo. L’interlocutore poi era privilegiato. Quella Lucia Annunziata che per prima su La Stampa ha parlato in tempi ancora non sospetti di  “ombra di complotto” in atto da parte di forze angloamericane contro il nostro premier, dovute fra l’altro alla sua posizione filorussa.

Domenica ecco che Massimo D’Alema, annuncia proprio ospite della Annunziata, tra l’altro amica personale di vecchia data, che la debolezza del premier è tale da suggerire all’opposizione di essere pronta ad assumere importanti doveri istituzionali. Ma di quale debolezza parla il leader del Pd? Non certo elettorale. Il voto europeo ed amministrativo ha sancito, al di là delle aspettative, un netto vantaggio delle forze governative. Dunque la debolezza non è di tipo “politico”. Le ricostruzioni sui giornali danno uno scadenzario preciso delle forche caudine sotto le quali il premier sarà chiamato a passare nelle prossime settimane. Foto “probabilmente”  piccanti, ovviamente pubblicate dai giornali esteri, ma soprattutto il vaglio di costituzionalità del lodo Alfano, che potrebbe essere espresso durante il G8. Una eventuale bocciatura potrebbe divenire un elemento decisivo per il destino del governo se legato alla vicenda del processo Mills. Evidentemente nei palazzi romani, senza distinzione di colore politico, si attendono con ansia questi passaggi, che Berlusconi chiama la “fase 2” dell’azione eversiva. E sarebbe anche più chiara la battuta del premier sul matrimonio fra Noemi e l’avvocato inglese.  E’ tutto unito!

Del resto in tempi non sospetti anche uomini vicini alla maggioranza hanno iniziato a ragionare di governi tecnici e governissimi. Argomentando in astratto sull’ineccepibile correttezza del Presidente della Repubblica a cercare soluzioni in Parlamento prima di rimettere la parola a gli elettori in caso di impossibilità del premier a proseguire il suo mandato. Insomma da settimane quella che il Pd ha cercato di cavalcare come arma elettorale, ovvero il “naomigate” si sta solo dimostrando un pezzo, forse il meno importante, di un puzzle ben più complesso, che vede nel centro del mirino ancor prima del premier, la sovranità popolare espressa con il libero voto dagli italiani.

Come nel 1994 il palcoscenico dell’ONU allora, e del G8 oggi, appare quello ideale per sferrare il colpo letale.  Congetture e dietrologie? Per chi ha vissuto la storia recente del paese è naturale attendersi di tutto. La debolezza della opposizione e il legame rinsaldato con La Lega, oltre un evidente consenso elettorale potrebbero essere gli antidoti per non rivivere la ferita democratica del 1994. Quello che disorienta e preoccupa è la convinzione non celata del premier che la strategia del piano nasca da menti vicine al governo.

Lo slogan dell’Idv racchiude in sé una prospettiva politica, oggi più che mai plausibile. La debolezza del Partito democratico, la fine, evidenziata chiaramente dai numeri elettorali, della sua vocazione o velleità maggioritaria, la strategia ambigua e schizofrenica fra normalizzazione dei rapporti con la controparte politica prima (dicembre 2007-ottobre 2008) e gli attuali rigurgiti antiberlusconiani hanno consentito ad Antonio Di Pietro, con il suo 8% raccolto alle europee, di proseguire spedito nella realizzazione della sua strategia.

Obiettivo: la candidatura a leader dell’opposizione e sfidante alle prossime elezioni politiche di Silvio Berlusconi.

Mira ambiziosa, ma mai come ora perseguibile con probabilità di successo. La forza di Di Pietro si regge sulla debolezza del Pd. La scelta di Veltroni di tradire il discorso di Spello, siglando la alleanza con l’Idv alle politiche del 2008, ha innescato un meccanismo perverso e inarrestabile, che ha prodotto in questi ultimi mesi l’ascesa del leader molisano.  

Più del travaso di voti fra i due partiti, quello che determina la forza di Di Pietro insiste nella sua capacità di dominare i temi dell’agenda politica dell’opposizione. Il Pd segue a ruota, senza riuscire a determinare una vera egemonia politica sulle iniziative e sugli argomenti da utilizzare contro il governo. Anche sul caso del voto di fiducia sulle intercettazioni le dichiarazioni degli esponenti del Pd appaiono più suggerite dalla necessità di non lasciare allo scomodo alleato il palcoscenico mediatico. Di ricorsa in ricorsa il Pd sembra aver smarrito le proprie originali posizioni su molti temi che vengono discussi in Parlamento. E la sensazione nell’opinione pubblica di centrosinistra è che l’Idv rappresenti un elemento determinante e imprescindibile per costruire quel percorso politico in grado di scalfire l’egemonia berlusconiana. Nelle prossime settimane, dopo l’esito dei ballottaggi, l’opposizione potrà subire una accelerazione complessiva nella sua organizzazione interna. Di Pietro potrebbe chiamare a raccolta tutto il popolo “antigovernativo” in una nuova alleanza che, al di là della proposta politica programmatica, incentri il suo esistere su un unico elemento costitutivo: l’antiberlusconismo come valore.

Un progetto che potrebbe allettare i partiti minori di sinistra, ancora una volta divisi e ed esclusi dalla suddivisione dei seggi, che nel nuovo contenitore ritroverebbero i modi e gli spazi per riacquisire una presenza parlamentare alle prossime elezioni politiche. Ma soprattutto un progetto che costringerebbe il Pd a fare una scelta definitiva sul proprio posizionamento nello scacchiere politico italiano. Una mossa d’anticipo quella di Di Pietro che va oltre lo schema della semplice e rinnovata alleanza con il Pd. L’idea che persegue Di Pietro lo porterebbe a sedersi al tavolo dell’accordo con il futuro leader democratico, Franceschini,  Bersani o chiunque sia,  con la forza di rappresentare egli l’unico vero collante dell’opposizione italiana.

A quel punto la autocandidatura a sfidare Silvio Berlusconi alle prossime politiche potrebbe essere non sola una legittima richiesta, ma una pretesa irrifiutabile.

“C’è un mandante!”  Berlusconi esce dal voto europeo ed amministrativo con la sensazione rafforzata che il mandate “dell’operazione Noemi” esisteva davvero ed era uno dei suoi. Probabilmente il suo uomo più fidato. Il voto al netto delle polemiche e delle illazioni dimostra che il Paese conferma il suo gradimento per le forze di governo e per l’azione da esse messa in campo. La forte astensione del Sud è però un messaggio chiaro mandato da una parte del paese al premier, ma l’unico effetto che ha prodotto, paradossalmente, è stato quello di rafforzare la Lega e le istanze del nord. Costringendo Berlusconi a rinsaldare il patto con Bossi e a rinunciare al colpo di mano referendario del 21 giugno. All’appello dunque mancano quei milioni di voti del sud che avrebbero consentito al Pdl di crescere e percentualmente avrebbero portato la Lega sotto il 10% e il Pd sotto il 25%.

Ma i voti di pietra sono quelli dentro le urne e con quelli Berlusconi è costretto a ragionare. E dunque Berlusconi è già costretto a ragionare in modo decisivo con chi, defilato nel suo ruolo istituzionale di Presidente della Camera, ha osservato la campagna elettorale con una lontananza siderale e ora cerca di raccogliere il mancato trionfo del leader per rafforzare ulteriormente la sua strategia di smarcamento. La fondazione di Gianfranco Fini, FareFuturo, si è resa protagonista del corsivo che ha scatenato il putiferio mediatico sulle veline e che ha dato il là alla signora Lario e oggi commenta il voto con un accento critico davvero inaspettato. Ma Fini non si accontenta. E attacca direttamene il leader del Pdl, lanciando l’anatema sulla scelta referendaria di Berlusconi, maturata dopo il voto.  

Denunciando l’asse politico Pdl-Lega, richiamando la delusione del meridione e indicando la scelta referendaria Fini lancia una piattaforma politica che va ben oltre le tante posizioni di smarcamento avute in questi ultimi mesi. Delinea la propria autocandidatura al leader del centrodestra italiano, non seguendo il rito dell’attesa del delfino designato, ma lanciando un guanto di sfida politico e programmatico all’attuale leader. Sui valori personali e sulla strategia delle alleanze. Fini ha varcato il Rubicone. E si è autoassegnato il ruolo di “mandante politico” della strategia di logoramento della figura pubblica di Silvio Berlusconi.

Oggi 3 giugno a due giorni dalla chiusura della campagna elettorale il Pd gioca la sua arma segreta. Ciccate qui e scoprirete di chi si tratta. Si, esatto! Romano Prodi. Dario Franceschini sceglie l’ex premier per lanciare un forte messaggio politico al suo elettorato. Quasi fra lo scaramantico e il nostalgico. Prodi è stato l’unico leader della sinistra in questi ultimi 15 anni a battere Berlusconi, (ben due volte: 1996 e 2006) e incarna al pari di Franceschini quella idea di una politica sobria, felpata e “seria” come diceva lo slogan del 2006 del centrosinistra. Una idea di politica da contrapporre a quella naif del premier. Si gioca ancora tutto sull’idea di diversità. Un’Italia diversa da quella di Berlusconi, ovvero l’Italia di Prodi.

Dopo un mese di “Operazione Noemi”, davvero non c’era nulla di più “antigossiparo” del l’ex premier, per tentare di riportare la linea comunicativa del Pd a un livello di “normalità”,  austerità e rappresentazione plastica di diversità fra sé e l’avversario. Tralasciando Sircana, ovviamente.

Una virata di 180 gradi, che forse ha lasciato basito anche Massimo D’Alema, che di virate se ne intende.

Ma per Franceschini a poche ora dal voto appare chiaro che tutto il battage comunicativo di questa campagna elettorale si possa risolvere in una grande disaffezione dell’elettorato italiano. Soprattutto quello del Pd. Il problema oggi, alla luce delle ultime analisi, appare essere l’astensione. Il messaggio dei leader democratici è univoco e accorato: votate. Evidentemente ci si è accorti che tutto il gran chiacchiericcio sui fatti privati del premier potrebbe essere parimenti dannoso per i primi due grandi partiti italiani. Dunque una campagna il cui esito indebolirebbe soprattutto il Pd.

Ecco scattata all’ora in extremis l’operazione “guerra all’astensione”. Testimonial: Romano Prodi. Per i risultati basterà attendere domenica sera. Modesto giudizio personale. Il Pd è nato dalla “soppressione politica” di Prodi e del suo governo arlecchino e  dalla sua aspirazione maggioritaria. Dopo solo 15 mesi il nuovo segretario del Pd utilizza Romano Prodi come icona e testimonial politico di quei valori di serietà e diversità evidentemente indispensabili da contrapporre a Silvio Berlusconi. Fra coerenza e calcolo politico, non sindachiamo se utile o meno, il Pd ha scelto ancora una volta la seconda strada.