Posts Tagged ‘elezioni’

E’ tornato. Più realisticamente non è mai andato via. Silvio Berlusconi scese in politica in prima persona alla fine del 1993 dopo gli infruttuosi incontri con Mino Martinazzoli prima e poi Mariotto Segni. A novembre dello scorso anno (2011) Berlusconi si dimise da Presidente del Consiglio dei Ministri, non tanto per le pressioni della Merkel, di Sarkozy o di Napolitano. Neanche per lo spread sopra i 570 punti base. Bensì per le insistenti pressioni rivoltegli da Ennio Doris, suo socio in Mediolanum e da Fedele Confalonieri, Presidente di Mediaset, dopo che in un solo pomeriggio di tentennamenti sul da farsi i titoli delle imprese di famiglia precipitarono del 12% in Borsa.

L’azienda prima di tutto, dunque. E anche in questo momento le mosse del Cavaliere sono dettate dall’esigenza di capitalizzare al massimo il suo residuale appeal politico per difendere il patrimonio di famiglia. Del resto il Pdl di Alfano non è mai esistito. Non c’è ne stata traccia nelle urne delle amministrative. Non ve n’è nei periodici sondaggi commissionati alla Ghisleri. Ad Alfano e a tutta la classe dirigente azzurra oltre al quid quello che davvero è mancato e manca è una reale autonomia politica.

Il centrodestra in Italia è stato ed è Silvio Berlusconi. Per la forza economica che rappresenta, per la struttura mediatica che lo sostiene, per il suo indubbio carisma personale, per la capacità di occupare l’immaginario collettivo, soprattutto quello dei suoi avversari. Forza Italia prima e il PDL poi, sono stati davvero partiti di plastica, perché malleabili e pronti a modificarsi a seconda delle esigenze del loro inventore e proprietario. E così sarà, ancora una volta, per le elezioni del 2013.

C’è da vedere solo quale strategia sceglierà Berlusconi. Due le opzioni possibili. Un ticket con la Santanchè per ergersi a eroe antisistema, cavalcando l’onda dello scontento popolare nei confronti dell’austerità rappresentata dal governo Monti. Una campagna elettorale tutta basata su facili nemici: l’Europa dei tecnocrati, la Germania della perfida Merkel, l’Euro non svalutabile, la vecchia sinistra comunista.

L’alternativa strategica, quella che ritengo più probabile, è rappresentata da una scelta più moderata, inserita dentro una dinamica di conformità all’agenda europea e agli impegni di risanamento economico imposti all’Italia. Così da consentirgli prima o dopo le elezioni, dipenderà con quale legge elettorale si andrà al voto, di trattare alla pari con il PD per la prosecuzione dell’esperienza della grosse koalitionen.

Annunci

Senza la rigenerazione periodica del voto la democrazia è un’astrazione. La crisi economica non ha sospeso le leggi della Repubblica parlamentare. Alla guida dell’Italia c’è un governo tecnico, composto da professori non legittimati dal voto popolare. Essi sono però sostenuti da un Parlamento che ne ha riconfermato il pieno diritto di esistenza con decine di voti di fiducia. La forma è salva. La sostanza, probabilmente, lo sarà a breve: la parentesi del Governo tecnico di Monti non verrà chiusa, bensì allungata attraverso il voto popolare.

Le elezioni del 2013 sono vicine. I tempi per la trasformazione dei tecnici in neo-politici maturi. Nella sussistenza della crisi economica che non indietreggia, si annida l’alibi per rendere l’inizialmente provvisoria esperienza del governo tecnico un elemento di novità politica ben più duraturo. Monti non è un “Signor Wolf”, il personaggio del film Pulp Fiction di Quantin Tarantino, che in meno di due ore risolve problemi indistricabili. Dopo 8 mesi di governo lo spread resta alto sopra i 450 punti base. La produzione industriale cala ai livelli degli anni ’90. La disoccupazione giovanile sfonda ogni record. Le tasse deprimono i consumi e abbattono il gettito dell’Iva.

Monti forse ha deluso le aspettative del Presidente Napolitano che lo aveva visto come un “Deus ex machina”. Ma in questa sua ancora incompiuta salvezza tecnica dell’Italia risiede la sua nuova forza politica. Il baratro resta vicino. Monti può quindi proporsi come successore di se stesso. Questa volta passando dal suffragio parlamentare a quello elettorale.

Il professore della Bocconi ha occupato uno spazio politico che i partiti hanno incredibilmente lasciato vuoto e che la società civile o nuovi soggetti politici non hanno avuto la capacità e la forza di riempire. La sua presentabilità internazionale è la sua arma migliore. Un elemento che altrove è precondizione indispensabile per essere premier, ma che in Italia, dopo venti anni di seconda Repubblica, appare una rara qualità. Monti a Bruxelles e a Washington, lì dove si discutono i destini dei popoli e delle economie del Vecchio Continente, ha consentito che l’Italia fosse nuovamente ascoltata, rispettata, a volte esaudita. Nessun altro protagonista politico oggi sulla scena può vantare questo indispensabile requisito.

I partiti sono troppi deboli, le classi dirigenti che li guidano troppo logore. Di immobilismo si muore. E questi partiti, probabilmente, immobili lo sono da tempo. Inoltre, di fronte alle iniziative di Beppe Grillo di offrire all’elettorato esacerbato un comodo contenitore nel quale scaricare un voto indifferenziato di rabbia, con l’obiettivo esclusivo di far saltare il sistema della partitocrazia, le classi dirigenti dell’attuale maggioranza parlamentare saranno costrette, pur di non scomparire, di garantire a Mario Monti il voto di fiducia più importante. Dopo aver convinto tante volte i propri parlamentari a votare la fiducia, ora dovranno convincere i propri elettori che nella consultazione elettorale della primavera 2013 non c’è alternativa per salvare l’Italia, e loro stessi, se non quella di trasformare il Governo Monti, da governo tecnico a governo pienamente politico.

La lunga notte del Molise consegna al Paese un senso di incompiutezza. Cambiare è difficile. La protesta contro la politica si esprime con l’astensionismo e il voto antisistema, che paradossalmente diviene una sponda decisiva per il mantenimento dello status quo. Grillo offre una valida alternativa a tutti quelli che prima votavano scheda bianca o nulla e ai delusi dai partiti. Un 5% che risulta decisivo, come in Piemonte, ma che in realtà in questo caso contiene anche l’espressione di un voto politico di una certa area di centrosinistra esclusa dai grandi patti elettorali e che si è così vendicata di chi non ha saputo tutelarla nella fase delle alleanze. Ma il voto dimostra anche il forte radicamento sul territorio dei signori delle preferenze che continuano a popolare il centrodestra, rendendolo sul terreno della sfida proporzionale imbattibile. Alla fine Berlusconi può archiviare questa tornata elettorale con soddisfazione: esposizione mediatica nulla e vittoria risicata. Un piccolo sostegno dopo il voto di fiducia del 14 ottobre che rende la via verso natale ancora più agevole. Al Molise resta la consapevolezza che l’occasione del cambiamento per dare una direzione nuova al Paese è stata fallita. Probabilmente ancora una volta più per demerito di chi non ha saputo raccogliere attorno a se tutti i delusi, che sono la maggioranza, che non per merito di chi in minoranza si ritrova al potere!

Lo slogan dell’Idv racchiude in sé una prospettiva politica, oggi più che mai plausibile. La debolezza del Partito democratico, la fine, evidenziata chiaramente dai numeri elettorali, della sua vocazione o velleità maggioritaria, la strategia ambigua e schizofrenica fra normalizzazione dei rapporti con la controparte politica prima (dicembre 2007-ottobre 2008) e gli attuali rigurgiti antiberlusconiani hanno consentito ad Antonio Di Pietro, con il suo 8% raccolto alle europee, di proseguire spedito nella realizzazione della sua strategia.

Obiettivo: la candidatura a leader dell’opposizione e sfidante alle prossime elezioni politiche di Silvio Berlusconi.

Mira ambiziosa, ma mai come ora perseguibile con probabilità di successo. La forza di Di Pietro si regge sulla debolezza del Pd. La scelta di Veltroni di tradire il discorso di Spello, siglando la alleanza con l’Idv alle politiche del 2008, ha innescato un meccanismo perverso e inarrestabile, che ha prodotto in questi ultimi mesi l’ascesa del leader molisano.  

Più del travaso di voti fra i due partiti, quello che determina la forza di Di Pietro insiste nella sua capacità di dominare i temi dell’agenda politica dell’opposizione. Il Pd segue a ruota, senza riuscire a determinare una vera egemonia politica sulle iniziative e sugli argomenti da utilizzare contro il governo. Anche sul caso del voto di fiducia sulle intercettazioni le dichiarazioni degli esponenti del Pd appaiono più suggerite dalla necessità di non lasciare allo scomodo alleato il palcoscenico mediatico. Di ricorsa in ricorsa il Pd sembra aver smarrito le proprie originali posizioni su molti temi che vengono discussi in Parlamento. E la sensazione nell’opinione pubblica di centrosinistra è che l’Idv rappresenti un elemento determinante e imprescindibile per costruire quel percorso politico in grado di scalfire l’egemonia berlusconiana. Nelle prossime settimane, dopo l’esito dei ballottaggi, l’opposizione potrà subire una accelerazione complessiva nella sua organizzazione interna. Di Pietro potrebbe chiamare a raccolta tutto il popolo “antigovernativo” in una nuova alleanza che, al di là della proposta politica programmatica, incentri il suo esistere su un unico elemento costitutivo: l’antiberlusconismo come valore.

Un progetto che potrebbe allettare i partiti minori di sinistra, ancora una volta divisi e ed esclusi dalla suddivisione dei seggi, che nel nuovo contenitore ritroverebbero i modi e gli spazi per riacquisire una presenza parlamentare alle prossime elezioni politiche. Ma soprattutto un progetto che costringerebbe il Pd a fare una scelta definitiva sul proprio posizionamento nello scacchiere politico italiano. Una mossa d’anticipo quella di Di Pietro che va oltre lo schema della semplice e rinnovata alleanza con il Pd. L’idea che persegue Di Pietro lo porterebbe a sedersi al tavolo dell’accordo con il futuro leader democratico, Franceschini,  Bersani o chiunque sia,  con la forza di rappresentare egli l’unico vero collante dell’opposizione italiana.

A quel punto la autocandidatura a sfidare Silvio Berlusconi alle prossime politiche potrebbe essere non sola una legittima richiesta, ma una pretesa irrifiutabile.

Oggi 3 giugno a due giorni dalla chiusura della campagna elettorale il Pd gioca la sua arma segreta. Ciccate qui e scoprirete di chi si tratta. Si, esatto! Romano Prodi. Dario Franceschini sceglie l’ex premier per lanciare un forte messaggio politico al suo elettorato. Quasi fra lo scaramantico e il nostalgico. Prodi è stato l’unico leader della sinistra in questi ultimi 15 anni a battere Berlusconi, (ben due volte: 1996 e 2006) e incarna al pari di Franceschini quella idea di una politica sobria, felpata e “seria” come diceva lo slogan del 2006 del centrosinistra. Una idea di politica da contrapporre a quella naif del premier. Si gioca ancora tutto sull’idea di diversità. Un’Italia diversa da quella di Berlusconi, ovvero l’Italia di Prodi.

Dopo un mese di “Operazione Noemi”, davvero non c’era nulla di più “antigossiparo” del l’ex premier, per tentare di riportare la linea comunicativa del Pd a un livello di “normalità”,  austerità e rappresentazione plastica di diversità fra sé e l’avversario. Tralasciando Sircana, ovviamente.

Una virata di 180 gradi, che forse ha lasciato basito anche Massimo D’Alema, che di virate se ne intende.

Ma per Franceschini a poche ora dal voto appare chiaro che tutto il battage comunicativo di questa campagna elettorale si possa risolvere in una grande disaffezione dell’elettorato italiano. Soprattutto quello del Pd. Il problema oggi, alla luce delle ultime analisi, appare essere l’astensione. Il messaggio dei leader democratici è univoco e accorato: votate. Evidentemente ci si è accorti che tutto il gran chiacchiericcio sui fatti privati del premier potrebbe essere parimenti dannoso per i primi due grandi partiti italiani. Dunque una campagna il cui esito indebolirebbe soprattutto il Pd.

Ecco scattata all’ora in extremis l’operazione “guerra all’astensione”. Testimonial: Romano Prodi. Per i risultati basterà attendere domenica sera. Modesto giudizio personale. Il Pd è nato dalla “soppressione politica” di Prodi e del suo governo arlecchino e  dalla sua aspirazione maggioritaria. Dopo solo 15 mesi il nuovo segretario del Pd utilizza Romano Prodi come icona e testimonial politico di quei valori di serietà e diversità evidentemente indispensabili da contrapporre a Silvio Berlusconi. Fra coerenza e calcolo politico, non sindachiamo se utile o meno, il Pd ha scelto ancora una volta la seconda strada.

Immaginate di arrivare a Strasburgo, città che ospita il Parlamento Europeo, e dover raccontare ad un passante l’Italia. L’Italia di oggi, quella che nel mondo in questi giorni sulle prime pagine dei giornali viene riaccostata agli stereotipi più beceri: Mussolini e la camice nere, le veline e le lolite. La democrazia malata e il pericolo democratico. Processi e immunità. È il fermo immagine parziale, consunto e consueto di un mondo che ci guarda sempre allo stesso modo. Superficialmente. Ma sotto la superficie cosa c’è? Questa nazione è capace di offrire qualcosa di nuovo per potere essere giudicata diversamente? Forse no! L’Italia è un paese vecchio. Legato esso per primo a stereotipi e tic di una stagione che la maggior parte dei suoi abitanti ha vissuto marginalmente, ma ha idealizzato. Siamo come il nuovo spot dell’Alitalia. Una cartolina nostalgica di un era trasfigurata e banale. In cui la narrazione collettiva del famigerato miracolo economico funge da tappeto sotto il quale nascondere le debolezze croniche e le arretratezze di una nazione affetta da mille incurabili problemi. Quel tappeto è ormai lacero e sotto i problemi restano sempre gli stessi. E la politica in tutto questo è l’antifluidificante. L’ostacolo del cambiamento. Un sistema che non consente al governo di governare, che impedisce al voto popolare la trasmissione reale di una volontà programmatica da attuare.

Basta leggere i giornali di oggi. Complotti, imboscate, governi tecnici. Il soffio di una maldicenza, probabilmente soffiata dentro il perimetro stesso della coalizione al potere, si è trasformato in un urgano. L’esito del voto europeo sarà un test per tastare il polso allo stato di salute del governo. L’Europa è lontana, è altro. Giacolone coglie il punto. L’evanescenza della politica rispetto ai compiti istituzionali che dovrebbe svolgere, anche in Europa. Trattato di Lisbona, allargamento ad est, crisi economia, concorrenza e aiuti di Stato. Ci sarebbero temi da trattare, ma sarebbe come parlare di cose incomprensibili per troppi elettori. Perché temi nascosti dalla comunicazione di massa. Dunque inesistenti. Eppure tutto il destino economico e monetario si giocherà sempre più in Europa. Oggi il nostro destino è di fatto sempre più legato inesorabilmente alla moneta europea e a all’art 117 del Trattato istitutivo della UE, così importante e così sconosciuto. Strasburgo e Bruxelles appaiono un miraggio evanescente. L’Europa finisce a Casoria. Lì dove l’ennesimo melodramma italiano ha avuto inizio.

La critica politica che muove il Pd all’avversario, dall’aspetto “legalitario” (richiesta alla rinuncia al lodo Alfano) tracima in un giudizio più strettamente “valoriale/morale”. Franceschini ha giocato ieri con la battuta rivolta agli italiani di esprimere un giudizio morale e valoriale su Silvio Berlusconi come padre, un colpo sotto la cintola, come rileva anche Battista sul Corriere.  Neanche Di Pietro, che pure gioca duro, aveva osato tanto. La reazione della famiglia Berlusconi è stata granitica. Di colpo offesi come figli, tutti i 5 eredi Berlusconi hanno preso le difese del padre. Una difesa che non è parsa quella di un clan. Emotivamente doverosa,  certo, ma temporalmente ponderata. Giocata su ben 4 diversi comunicati o dichiarazioni. Ognuno a difesa di una sfaccettatura particolare del profilo del padre offeso. Franceschini è dovuto tornare indietro sui suoi passi. Una precisazione/rettifica, poche ore dopo, di quelle che di solito spettano a Bonaiuti per raddrizzare i messaggi borderline del premier.

Questa volta è stato il Pd a dover precisare. Probabilmente non considerando la risposta univoca degli eredi. Ma poco importa. Le prime pagine continuano ad essere intrise del “caso personale” del premier e per Franceschini l’obiettivo è stato raggiunto. Il Pd e il suo leader protempore hanno di fatto scelto di giocare tutto sull’operazione Noemi. Il voto di giugno vorrebbe essere per il Pd una sorta di referendum, non tanto sulle qualità politiche o sul profilo “etico” nel ruolo di imprenditore/politico di Silvio Berlusconi, più volte assolto ancor prima che dai giudici dal voto popolare, quanto un vero e proprio giudizio sulla sua condotta morale. Sul suo substrato di valori propugnati in pubblico in contrasto con i comportamenti privati che emergono dalla vicenda personale, esplosa dopo le dichiarazione della moglie Veronica Lario.

La distinzione antropologica. La questione morale. Questo è il punto per il Pd. Del resto tale è il convincimento di Franceschini della giustezza della mossa che fra gli ispiratori della strategia riemerge dal passato anche Enrico Berlinguer e la sua impostazione politica della “questione morale”. Pansa su Il Riformista indica chiaramente il processo mentale che consente a Franceschini di riappropriarsi di una figura del passato che nulla ha a che vedere con la storia personale del leader ferrarese.

Questa strategia appare davvero una mossa se non “disperata”, al limite della impotenza di chi tenta il colpo della vita per salvare una situazione evidentemente difficile. Però non si comprende quale sia il target elettorale che il Pd vorrebbe condizionare a cambiare giudizio su Berlusconi. Un azione di comunicazione politica che difficilmente, anche se riuscisse, porterebbe in automatico “consenso” proprio al partito di Franceschini. Forse questa strategia potrà provocare un po’ di astensione, qualche riflessione del voto cattolico più dubbioso, magari tentato alla luce della critiche anche della Cei dal richiamo dell’Udc di Casini, che sulla vicenda ha tenuto un profilo basso “esemplare”. Davvero non si scorge il nesso fra il presunto giudizio morale che gli italiani dovrebbero esprimere su Berlusconi come “uomo, padre e marito” e l’incremento di consenso al Pd. Gli italiani giudicheranno il Berlusconi politico e se l’opposizione, e il Pd in particolare, non è stata in grado, nonostante la grave crisi economica, di spezzare il rapporto di fiducia fra il premier e il paese, non sarà di certo l’operazione Noemi a modificare quel giudizio. Politico, squisitamente politico.

Operazione Noemi. Dario Franceschini si appiglia “all’affaire Noemi” per salvare il partito. La campagna elettorale del Pd si è incentrata nuovamente sull’antiberlusconismo. Quello più viscerale. Ritrovando d’istinto nel suo profondo, come in un gesto riflesso dovuto all’impossibilità di giocarla sul piano della proposta politica, quella distinzione antropologica fra “sé e gli altri”, che caratterizza da sempre la sinistra italiana. Berlusconi è l’altro. Il diverso da sé. E la questione morale e della diversità è un’arma troppo a portata di mano in questo frangente per non essere utilizzata dal leader democratico. Berlusconi l’abietto, il mentitore, il fedifrago, il corruttore di minorenni e avvocati inglesi. È l’antitesi della vaneggiata normalità, della mediocre bonomia che Dario incarna nelle sue polo bianche a mezzemaniche e nelle sue camice a quadrettoni in giro nella profonda Italia attraversata dalla crisi. Dunque la sfida da politica diviene necessariamente antropologica, giocata sul piano della morale, del costume o del mal costume. Ma mai fino in fondo, fino al punto di chiederne le dimissioni. Per un atto totalmente antiberlusconiano occorre Di Pietro.
Queste elezioni europee e amministrative di inizio giugno possono produrre importanti novità nel quadro politico nazionale. Per prima la tenuta del progetto del Pd. Sotto la soglia del 25% molti all’interno dei democratici non smentiscono la difficoltà a proseguire con vigore questo percorso. In secondo luogo l’evoluzione della competizione interna nel centrodestra fra Pdl e Lega, con la conseguente scelta strategica, in vista del voto del 21 giugno, da parte di Berlusconi di tentare il colpo di mano con l’approvazione dei quesiti referendari.
Dinamiche importanti che restano ovviamente sullo sfondo di una campagna che sarà ricordata per le presunte veline candidate dal Pdl e per “l’affaire Noemi”. Davvero poco per comunicare la voglia di nuovo e di cambiamento che si vorrebbe incarnare.

L’Osservatorio Digis-SkyTG24 è stato completamente dedicato alle elezioni abruzzesi in programma il 30 novembre e il primo dicembre prossimi. Fra i due principali contendenti il sondaggio indica in netto vantaggio il candidato del Pdl, l’ex sindaco di Teramo, Gianni Chiodi nei confronti del candidato del centrosinistra, l’onorevole dell’Idv Carlo Costantini.  Lo scarto è al momento di 7,5 punti percentuali (49%-41,5%). Anche altri indicatori danno la sensazione di un vantaggio consistente per il centrodestra: il grado di conoscenza dei candidati (37,8% per Chiodi contro il 28,1% per Costantini) e il grado di fiducia (66,6% per Chiodi contro il 59% per Costantini). Alla domanda sul pronoistico elettorale, il 66,2%  del campione di 4.000 abruzzesi intervistati ha indicato, aldilà dell’appartenenza politica , di ritenere più prababile che il futuro presidente della Regione Abruzzo sia Gianni Chiodi.

 

I sondaggi dicono che la partita è chiusa. “Ok Jonh, sarà per la prossima vita! Prego Barack viene a risolvere questo caos globale”. Eppure la sensazione generalizzata, a maggior ragione dopo il secondo faccia a faccia fra i due candidati alla sfida presidenziale americana, che per Obama le porte della Casa Bianca siano ormai spalancate, potrebbe rivelarsi un abbaglio mediatico collettivo. E non sarebbe la prima volta nella storia americana. Basta andare indietro di soli otto anni. Gore contro Bush, presidenziali del 2000. I sondaggi della CNN allora diedero ad un certo punto, come ricordava ieri FOX News, uno stacco in favore del democratico di 11 punti (51% contro il 40%). Dopo il primo dibattito  il vantaggio per Al Gore era di 8 punti (50% contro 42%). Sappiamo tutti come è andata a finire dopo i vari spogli in Florida. Bene, è possibile che i sondaggisti, gli esperti e i commentatori prendano un’altra vola una topica colossale? Probabilmente tutto andrà come ora viene indicato, ma a 27 giorni dal voto non credo proprio che i repubblicani debbano o vogliano levare le tende da una campagna che probabilmente riserverà ancora qualche clamorosa sorpresa.