Archivio per febbraio, 2008

Il fascino della riconciliazione, la capacità di attrarre voti dal centro e dall’area conservatrice, di eccitare i delusi, di fare sperare i disillusi, di addolcire i cinici (per approfondire leggi qui. ) L’America appare incantata dall’icona Obama, che prospetta un futuro in cui tutti trovano la soddisfazione di una appartenenza allargata e meno identitaria (razza, religione, credo politico). Obama non racconta ancora quali scelte concrete una volta entrato nella sala ovale prenderà sui temi fondamentali per il futuro degli Usa e del pianeta. Iraq, politica estera, dialogo con gli stati canaglia, ricette per l’economia che sta entrando in recessione. Una vaghezza che lascia aperte le porte a tutti quelli che intravedono nelle sue parole una somiglianza possibile con le proprie idee. È il fascino della vaghezza. Di una imprecisione voluta, di una attenta e meticolosa circumnavigazione del cuore dei problemi. È Obama l’inventore dello stile semantico/politico del “ma anche”. È la morte della ideologia e della visione politica che dalla fine dell’ottocento ci dice che i problemi della società vanno risolti richiamandosi ai propri valori di parte (razza, religione, credo politico, visione economica). Obama non parla di valori, ma esalta i principi, che si devono confrontare l’uno affianco all’altro e le possibili soluzioni frutto del dialogo fra tutti. Veltroni, attraverso la sua campagna elettorale, sta rubando molto più di uno slogan o semplici idee di propaganda. Sta applicando anche alla politica italiana una nuova filosofia dell’agire pubblico delle democrazie occidentali. La fine della ideologia, della visione di parte, dell’idea politica come strumento dei valori che conformano un gruppo, una appartenenza. Il “ma anche” veltroniano è un sintomo più che una degenerazione di una evoluzione non solo semantica della politica.

Il novecento è finito e vanno riposte nei cassetti della memoria le contrapposizione ideologiche e valoriali che dal 1918 in poi hanno devastato l’Italia sino ad oggi. Veltroni segue l’esempio di Obama. Ha costruito prima un grande contenitore dove tutte le componenti della società possono trovare posto: laici, cattolici, operai, imprenditori, precari, scienziati, poliziotti, ricercatori. Dove il collante non è più l’appartenenza ideologica, la gerarchia valoriale, la visione della società e del mondo. Il collante è la ricerca comune di una nuova speranza. La ricerca di trovare la strada per raggiungere una nuova frontiera. Il collante è la conversazione. C’è un fascino innegabile in questa proposta politica, che sconta la probabile irrisolutezza di fronte alla enorme sfida che pongono  i problemi del XXI secolo. E l’elettorato che meglio può recepire questo messaggio paradossalmente sta alla sinistra del PD, nonostante quel popolo sia quello più legato ad una ideologia ad una storia che ha pervaso il secolo breve. La partita Veltroni la gioca lì. Al centro, dove ci sono ancora i voti dei moderati, lascia che la competizione contro Berlusconi la giochi Casini, soprattutto al senato. Qualcosa di nuovo sicuramente Veltroni sta offrendo agli italiani, non sappiamo quando sia però qualcosa di giusto.

Qui D’Alimonte riflette sul rischio che la presenza dei terzi poli (Sinistra Arcobaleno e centro) possa essere un fattore di instabilità per la costituzione di una maggioranza solida al senato. Al senato il premio di maggioranza su base regionale in 17 regioni (in Molise, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige non c’è premio) mette nelle condizioni che il 45% dei seggi vengano divisi fra tutte le coalizioni e i partiti sconfitti che superano le soglie di sbarramento (4% per i partiti coalizzati, 8% per chi corre da solo). Questo significa che il PD dovrà dividere con la Sinistra Arcobaleno e la “Costituente di Centro”, se dovesse riuscire a superare la soglia di sbarramento, il 45% dei seggi di tutte le regioni del nord dove il PDL è dato dai sondaggi in vantaggio (anche in Liguria). In Emilia-Romagna e Toscana, le parti si invertono e sarà il PDL a dover dividere i seggi destinati alla opposizione con la Sinistra Arcobaleno ed eventualmente con Casini. In ogni regione conquistata dal PD, Berlusconi dunque non prenderà tutti i seggi destinati all’opposizione, ma li dovrà condividere con il terzo e il quarto polo.  Da qui le speranze del PD di creare un senato “frastagliato” .  

vedi anche qui e qui.

Bloomberg non si candiderà come indipendente alle presidenziali degli Stati Uniti d’America, ma ha rilevato che sosterrà un candidato: “colui che comprenderà che l’era dei partiti è finita è darà una nuova legittimazione agli indipendenti”. Obama o Mcain? La risposta forse era già qui: http://www.nysun.com/article/67333 . 

Sondaggi a confronti, utilizziamo l’ottimo servizio di www.politiche2008.tocqueville.com.

politiche2008.tocqueville.it
  PdL Pd Sin Udc Dx Soc  
Media 44.3 36.7 7.4 7.3 2.0 1.0 +7.6
Demoskopea
26 feb
44.0 36.5 8.5 7.0 2.0 0.5 +7.5
Crespi
25 feb
44.3 35.5 7.0 7.5 3.6 1.8 +8.8
Euromedia
23 feb
46.4 36.4 7.9 5.7 1.2 0.8 +10.0
Digis
20 feb
43.4 38.3 6.6 7.7 1.5 1.3 +5.1
Eurisko
20 feb
45.4 39.0 5.8 7.5 1.0 0.7 +6.4
Ipr
19 feb
44.5 34.5 8.0 8.0 3.0 1.5 +10.0
Swg
18 feb
42.7 37.2 8.0 8.0 1.7 0.7 +5.5
tagging politiche 2008 by tocqueville

La media è calcolata sugli ultimi sette sondaggi di istituti diversi. La colonna a destra della tabella è il distacco tra PdL (+ Lega) e Pd (+Idv) insieme ai Radicali. Le coalizioni, per ora, sono presunte con l’Udc insieme a Rosa bianca e Udeur, Destra e Socialisti da soli, ma verranno corrette in caso di composizioni diverse. La data è relativa all’ultimo giorno in cui è stato effettuato il sondaggio.
© www.rightnation.it
 

 L’unione al centro fra Udc e Rosa Bianca è fatta e la scissione di poche settimane fa si ricompone dopo una mirabile azione di comunicazione mediatica e politica. Casini candidato premier, il simbolo sarà lo scudo crociato con il richiamo al nome di Casini. Segretario del nuovo soggetto Pezzotta. Cuffaro e Cesa candidati. Posti sicuri per Tabacci, Baccini e Pezzotta e De Mita. Tanto rumore per… molto. Visibilità mediatica incredibile per una operazione di scissione e ricomposizione. Attendiamo i rilevamenti dei sondaggi della prossima settimana per vedere come sarà percepito dall’elettorato il nuovo soggetto di centro. Mastella, ovviamente escluso.

Per gli appassionati della campagna parallela Veltroni/Obama c’è un punto di contatto decisivo, probabilmente, non sottolineato con la dovuta attenzione. Molti commentatori e blogger si stanno concentrando sulle somiglianze delle scelte comunicative dei due candidati “democratici”. Lo slogan identico, l’importanza di internet e della partecipazione dal basso e diffusa attraverso la socializzazione in rete, le giovani candidate donne veltroniane che ricordano le “obama’s angel”. Ma probabilmente il vero messaggio che Veltroni sta cercando di “copiare” o di portare anche nella campagna italiana è quello della riconciliazione. Per Obama la riconciliazione è il tema forte della sua azione politica. Un messaggio rivolto ad un paese che appare ancora diviso dalle diffidenze razziali, religiose e politiche e che trova nel senatore dell’Illinois la speranza per fare un salto culturale verso la pacificazione dello scontro politico fra democratici e repubblicani. Una proposta che provoca la attrazione verso la partecipazione politica di una platea di disillusi e delusi che in America rappresenta una fetta consistente del corpo elettorale. I media trovano linfa nel raccontare questa avventura e creano un effetto di attesa e di speranza, affinché il sogno impossibile dell’outsider diventi la avventura comune e vissuta tutti insieme, di un popolo, non solo quello democratico, che vive la possibile nomination e la possibile elezione a preseindente di Obama come il raggiungimento di una nuova frontiera americana. Una ulteriore evoluzione nella rincorsa perenne alle conquiste sociali della grande nazione a stelle e strisce. Per Veltroni, l’americano, il “democratico kennedyano” ante litteram, l’autore delle prefazioni dei libri di Obama, non poteva esserci momento migliore per correre da candidato premier. Nonostante le difficoltà contingenti e la grande distanza che lo separa ancora da Berlusconi, il leader del PD può, come fatto in questo giorni, utilizzare un alone non suo, una speranza non solo sua, una campagna elettorale, quella di Obama, i cui positivi effetti mediatici e politici sono vissuti in diretta anche in Italia grazie alla rete e alla televisione. Per Veltroni la riconciliazione riguarda il superamento di una transazione politica infinita. Quella che dal 1994 caratterizza l’Italia, e vuole superare questa fase non contro Berlusconi o eliminando, ma insieme a Berlusconi. È un messaggio forte, obbligato probabilmente, vista la triste chiusura del governo Prodi, ma capace di trasformare in poche settimane il quadro dell’offerta politica elettorale e le prospettive di coesione del futuro governo, quale che sia la forza politica vincitrice. La riconciliazione è il vero punto di forza del messaggio di Veltroni. I numeri sono decisamente a favore del PDL, ma mai se il sogno impossibile di Veltroni di diventare il premier democratico ha una speranza di realizzarsi, quella speranza non ha momento migliore se non questo.  

I toni iniziano a scaldarsi. Ma l’intesa di rispetto reciproco fra i due maggiori contendenti resta. Berlusconi negli ultimi giorni ha alzato il tono dello scontro dialettico. Ma i suo obiettivi non sono dentro il PD. Il primo attacco è stato rivolto contro Casini e il secondo contro Di Pietro. Berlusconi nel primo caso si è rivolto in realtà direttamente all’elettorato moderato, cercando di convincere gli elettori dell’Udc alla scelta del voto utile. Nel secondo  affondo, contro Di Pietro considerato il “signore delle manette”, ha cercato di alimentare l’eccitazione nel proprio campo elettorale che giudica l’ex PM una icona negativa della stagione politica dello scontro ideologico, dell’antiberlusconismo e del giustizialismo. Berlusconi e Veltroni tra di loro continuano invece a giocare di fioretto: “sondaggi irrealistici”  accusa l’uno, “forza di destra” ribatte l’altro. Insomma carezze in confronto ai temi ruvidi (conflitto di interesse, riassetto del sistema televisivo, giustizia, etc.) che scaldavano le precedenti campagne elettorali.  Da domenica, chiusa la partita delle liste e delle alleanze, la campagna prenderà una nuova accelerazione.  Si attendono azioni mediatiche più incisive da parte del PDL ( i gazebo per il programma basteranno?). Mentre il PD proseguirà il suo “viaggio” fra l’Italia con una scaletta di iniziative e azioni già ben delineata. Fra le iniziative più clamorose si vocifera di un viaggio americano di Veltroni per salire sul palco insieme ad Obama e poi uno in Spagna dopo il voto iberico per festeggiare la vittoria di Zapatero. Nonostante la presentazione del programma del PD e quella annunciata del programma del PDL, agli italiani è ancora poco chiara l’offerta politica sulle scelte che le due principali forze politiche attueranno una volta giunte al potere. Con la recessione americana alle porte, il dollaro in picchiata, il greggio alle stelle e la evidente incapacità dei governi occidentali di governare gli effetti della globalizzazione, la strada delle larghe intese prospettata da Tremonti appare molto più che una semplice ipotesi. “Non esistono ricette miracolose” dice oggi Berlusconi, nel 94 fece sognare l’Italia con il nuovo miracolo italiano. “Non sono superman”. “In caso di pareggio siamo disposti alle larghe intese”. C’è quasi un retropensiero per il leader azzurro. La possibilità di chiamare a raccolta dopo il voto e dopo la vittoria le forze responsabili del paese, il PD viene giudicato una forza “moderna ed europea”, per affrontare le incredibili sfide economiche e sociali dei nostri tempi. In campagna elettorale certo non si possono dire queste cose.  Occorre prima vincere e bene le elezioni, senza alleati scomodi a destra e al centro . Una volta a Palazzo Chigi lo “schema Tremonti” sarà però fra i primi dossier dell’agenda del nuovo premier.

Ieri D’Alema a Ballarò ha svolto una giusta osservazione. Il senso in sintesi è questo. Quelli che “mangiano pane e politica” sono una stretta fascia della popolazione, la stragrande maggioranza degli italiani non ha ancora percepito la semplificazione e le novità della offerta elettorale. A 15 giorni dal voto ci sarà un quadro maggiormente comprensibile  e conosciuto dall’intero corpo elettorale che probabilmente favorirà la polarizzazione dei voti sulle due forze maggiori. Questa è la vera speranza che nutre il PD e consente a Veltroni di poter proseguire con entusiasmo di facciata, e forse anche un po’ reale, la ricorsa elettorale. I margini di attrazione dell’elettorato ideologicamente contrario a Berlusconi, ma che adesso non votano PD, sono numericamente significativi. E lo sono soprattutto alla sinistra di Veltroni (dato euromedia circa il 9,5%).  E qui che il PD dovrebbe concentrare il suo sforzo, parallelamente al recupero degli indecisi e dei delusi che appare comunque in atto rispetto ai dati rilevati subito dopo la caduta del governo Prodi. Il Paese, in fondo, nonostante le novità della campagna elettorale dai toni pacati, è ancora diviso da una discriminante fondamentale: il giudizio su Berlusconi. Il PD sembra aver scelto di non cercare a tutti i costi il collante dell’antiberlusconismo. Veltroni ha preferito rinunciare ai voti della sinistra Arcobaleno? Probabilmente ha scelto, innescando il sistema di semplificazione e rinnovamento del quadro politico italiano, di fare a meno solo della alleanza con chi fino ad ieri rappresentava in parlamento quei voti. Non di certo vuole rinunciare  quell’elettorato. In fondo oggi la somma di chi vota dal PD al Partito Comunista dei Lavoratori è pari a circa il 45/46% (dato euromedia). Un dato in crescita rispetto all’inizio della campagna. Berlusconi dall’altra parte seguendo il sogno di semplificare la propria alleanza, pressato in questa scelta anche dalla velocità mediatica con la quale Veltroni ha saputo fare credere di volere correre da solo, salvo poi allearsi con Di Pietro e imbarcare i radicali, ha deciso di poter fare a meno dei voti di Storace, Casini e Mastella. Ovvero nella migliore delle ipotesi del 6,9% dell’elettorato (dato euromedia).  Berlusconi, di fatto, se avesse proseguito sulla strada delle alleanze con tutti i protagonisti presenti nel vecchio recinto della CDL e avesse aperto le porte anche all’Udeur, avrebbe avuto a disposizione oltre il 53% dei voti (dato euromedia). Una scelta dunque coraggiosa, molto più coraggiosa di quella di Veltroni che invece era obbligata dopo la disfatta del governo. Proprio questa scelta lascia aperta una flebile speranza nel PD. Quella di riconquistare voti alla propria sinistra e di tifare Casini e Storace al senato per rendere meno pesante la probabile sconfitta. Ad oggi la linea scelta del PDL viene comunque premiata dai numeri e dal meccanismo della legge elettorale della camera che di fatto produce un collegio maggioritario nazionale. Basta un voto in più per raggiungere quota 340 deputati.  E Berlusconi oggi ha milioni di voti in più. Ma è soprattutto la prospettiva che si è aperta innanzi a Berlusconi di varare in caso di vittoria non più un governo di coalizione, ma un vero e proprio governo del premier, a renderla agli occhi del leader azzurro l’unica e la migliore scelta possibile. Con una lista/ partito in fieri  dominante  alleata con due movimenti di carattere territoriale al nord (Lega) e al sud (MPA), Berlusconi è ad un passo dal potere realizzare il più forte governo della storia repubblicana. Anche se fosse numericamente inferiore alla maggioranza che lo sostenne nel 2001, e probabilmente al senato sarà così, la prossima legislatura potrebbe vedere un leader sostenuto da soli due gruppi parlamentati, tra l’altro completamente fedeli al leader perché i componenti sono stati scelti e nominati in liste bloccate direttamente da lui. Un dato politico davvero “rivoluzionario” per il sistema democratico italiano. Dal sistema proporzionale/parlamentare costruito dai padri costituenti, passeremo ad un sistema, nonostante la legge elettorale sia proporzionale, di fatto maggioritario con investitura diretta del leader da parte del popolo, che non sceglie più i propri parlamentari ,ma avalla a posteriori con il voto al candidato premier la scelta del leader.

Sondaggio di Crespi.  Uscito il sondaggio di Crespi che ripropone distanze siderali fra Berlusconi e Veltroni: +8,8%. Stabile il PDL al 37%, in crescita il PD al 32,5%. I dati più clamorosi riguardano la Destra al 3,6% (gli altri istituti la valutano attorno all’1,5%) e il dato del Movimento per l’Autonomia di Lombardo al 2%. Nel complesso è divertente fare la somma di tutto il  vecchio centrosinistra con i numeri di Crespi: il risultato è di 44,3%, proprio lo stesso voto della coalizione di Berlusconi. Ribadisco il concetto: Veltroni ha un bacino elettorale alla sua sinistra che ora non lo vota dove tentare, almeno tentare, di drenare voti. Berlusconi secondo i numeri di Crespi dovrebbe porre attenzione a Storace e non riesce ad impedire a Casini di conservare la sua base elettorale.   

Intenzioni di voto
Partiti/Coalizioni 11-12 Febbraio 18 Febbraio 25 Febbraio
Popolo delle Libertà 37,0 37,5 37,0
Lega Nord 6,0 5,5 5,3
Movimento per l’Autonomia 2,0
Totale coalizione 43,0 43,0 44,3
La Destra 3,5 3,3 3,6
UDC 3,5 7,0 6,5
Rosa Bianca 3,0 1,0 1,0
Partito Democratico 32,0 31,0 32,5
Italia dei Valori 2,5 3,2 3,0
Totale coalizione 34,5 34,2 35,5
Partito Socialista 1,8 1,5 1,8
Sinistra Arcobaleno 9,0 8,0 7,0
Altri partiti 0,5 1,0 0,3

Fonte: Crespi Ricerche – Sondaggio telefonico con metodologia C.A.T.I. condotto su un campione di 1.000 individui maggiorenni residenti in Italia. Il sondaggio è stato realizzato il 25 febbraio 2008.   

La Rosa Bianca e l’Udc domani iniziano la trattativa. Alcuni punti dell’accordo sono facilmente prevedibili. Alcuni perché li consiglia la legge, altri perché li suggerisce l’intelligenza politica. Primo punto. Non ci saranno due liste, ma una sola lista. Solo così infatti il nuovo soggetto di centro potrà superare le soglie di sbarramento alla camera e al senato. La legge elettorale infatti prevede che le liste coalizzate, per vedersi dimezzate le soglie dal 4 al 2% e dall’8% al 4%,  devono comunque superare sommando i loro voti, rispettivamente le soglie del 10% alla camera e del 20% al senato. Secondo punto. Il simbolo, ricorderà molto, quello dell’Udc. Casini non rinuncerà allo scudo crociato, per il valore intrinseco, per la identità che lo caratterizza e per il fatto che gli elettori troveranno sulla lista molti simboli nuovi. La riconoscibilità del “marchio” non è un valore aggiunto da buttare nel cestino a 45 giorni dal voto.Terzo punto. Il candidato premier sarà Casini. Nessun passo indietro, soprattutto adesso che la campagna elettorale lo vede già presente sui muri delle città con i manifesti e il simbolo e che mediaticamente la rottura con Berlusconi lo ha portato con una maggiore frequenza nei passaggi televisivi e nei ragionamenti dei politologi e degli editorialisti sui giornali. Quarto punto. .Mastella non farà parte della intesa. La conventio ad excludendum è scattata contro l’ex ministro di grazia e giustizia e la Rosa Bianca punta su una lista il più pulita possibile.Quinto punto. Sarà difficile però non candidare Cuffaro e Cesa come chiede Tabacci. Se questo punto dovesse divenire il fulcro per decidere l’intesa, probabilmente Casini potrebbe rinunciare ai voti di Baccini e Tabacci, che resterebbero fuori dal parlamento e continuare in solitudine questa sfida elettorale, forte di un accreditamento dei sondaggi sopra le soglia di sbarramento alla camera. Poco per sognare di essere l’ago della bilancia per la formazione di un futuro governo, ma tanto se si guarda al progetto di Berlusconi di lasciare Casini e i suoi non solo fuori dalla alleanza, ma anche fuori dal parlamento.Sesto punto. I temi etici sono al centro della campagna e la strategia di Veltroni di cercare di recuperare voti a sinistra legittimando l’Udc come unica forza di centro nel suo ragionamento che tende a far percepire il PDL come forza di destra, aiuta Casini ad aprire una breccia fra i cristiani delusi che militavano dentro la Margherita e oggi si ritrovano nelle loro liste e nel loro partito i Veronesi e le Bonino.