Archivio per maggio, 2008

L’innovazione della prassi costituzionale nell’assegnazione (incontro informale prima delle consultazioni fra Napoletano e Berlusconi) e nella accettazione dell’incarico di governo (senza riserva e con immediata presentazione della proposta della lista dei ministri) è un segnale chiaro di come il sistema politico italiano abbia imboccato, già prima dell’esito elettorale grazie alla scelta maggioritaria del PD e del PDL, quella auspicata direzione di rinnovamento. Il nostro resta attualmente un sistema parlamentare puro in attesa di una riforma costituzionale della seconda parte della carta del ‘48, urgentemente sentita dai due maggiori gruppi parlamentari e ribadita ieri nuovamente da Veltroni, per rendere stabile e “costituzionalizzato” il nascente bipartitismo italiano. Ma intanto già la prassi costituzionale modificata in questi giorni grazie al combinato disposto della legge elettorale e dell’esito del voto popolare, compie evidenti innovazioni e quello che giurerà oggi è di fatto il primo vero e proprio governo del premier della storia repubblicana, con tutti gli aspetti positivi e negativi del caso, come sottolineato ieri dal Presidente emerito della Repubblica  Francesco Cossiga. Un governo di caratura strettamente politica, senza bisogno di esterni o tecnici di garanzia, con un gruppo di ministri espressioni di due soli gruppi parlamentari (PDL e Lega). Grazieessione di partito lla carta del ‘legge elettorale vede eletti parlmetnari scelti preventivaemnte . al Presidente emerito Co proprio alla natura ristretta e omogenea della coalizione di governo e per la forte leadership del Presidente del Consiglio si  profila l’opportunità di avere un consiglio dei Ministri che non sia più un lungo di compensazione delle differenti anime del governo, ma un board direzionale dal quale dirige la macchina dello stato e dare gerarchia alle scelte esecutive da compiere, diretto in modo più autorevole dal presidente del Consiglio, che di fatto per innovazione della prassi potrebbe divenire un vero e proprio Primo Ministro (investito direttamente dell’elettorato e leader del partito di maggioranza sono di fatto i tratti tipici dei  primi ministri dei diversi sistemi europei). Un governo, inoltre, che non solo gode di una forza parlamentare sostanziale, ma che per effetto della legge elettorale ha visto eletti parlamentari scelti  e nominati preventivamente dai leader dei partiti oggi al governo e dall’attuale Presidente del Consiglio.  Ci sono le condizioni “interne” per realizzare un processo di innovazione formale e di gestione concreta delle emergenze nazionali. Vi è la consapevolezza che lo stato dell’economia internazionale e gli stessi meccanismi macroeconomici limitano il campo delle scelte dei vari governi. Ma su questo tema l’attuale governo appare avere almeno una nuova teoria, quella antimercatista di Tremonti,  sul come affrontare la situazione. Ci sono novità politiche e istituzionali interessanti che lasciano fra gli osservatori e i cittadini crescere una attesa di svolta. In caso di fallimento l’effetto per la politica in generale sarebbe disastroso.

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È nata la destra italiana, nuova e vigorosa sotto la spinta di un voto popolare impressionante. Figlia di scelte politiche escludenti (senza i democristiani e senza i nostalgici della fiamma) e con identità politiche in via di definitivo assestamento, dopo il lungo tragitto che l’ha portata dalla caduta del muro di Berlino e la stagione di tangentopoli a questa definitiva consacrazione elettorale. Una destra populista, fondata sul carisma rigenerativo e aggregante del proprio leader. Una destra territoriale, che ha issato le bandiera della sicurezza e della “identità dei popoli” come vessilli sempre più riconoscibili da diversi strati sociali e territoriali anche al di fuori della mera rivendicazione federalista, evolutasi intanto da mera richiesta autonomista o secessionista ad una più raffinata modulazione fiscale a favore dei territori trainati per l’economia nazionale. E infine una destra, che orgogliosamente si richiama ad un’anima sociale e che nella vittoria di Roma ha trovato il palcoscenico dove poter mostrare la propria abilità amministrativa e il proprio ossequio istituzionale ai simboli e alle date  della memoria repubblicane e antifasciste. Sarà una destra in grado di esprimere un governo totalmente politico, senza esponenti esterni o personaggi di tutela, come nei precedenti governi Berlusconi. Un governo del Premier, il primo della storia repubblicana. Il popolo desidera soprattutto che sia un governo capace di cambiare il paese ed affrontare la crisi economica e sociale che lo attanaglia. Un governo che decida, che governi, che sia un grado di darsi una gerarchia e una agenda politica e che la detti al mondo della informazione e che non la subisca, capace di modificare in fretta anche il forte pregiudizio che permane nell’opinione pubblica e nei media internazionali.

 

Dall’altra parte del campo la sinistra come l’abbiamo conosciuta fino a ieri non esiste più. Il Pd di Veltroni appare altro sia dalle moderne socialdemocrazie, sia dagli storici eredi dei partiti socialisti europei o del Labour inglese. Persegue una via maggioritaria e autonoma priva di una forte identità politica, in vista di future rivincite, e si appresta a costruire insieme al governo una stagione costituente per dare forma “legale” al nascente bipartitismo italiano. Eppure al suo interno già ci si interroga se la strada tracciata da Veltroni oltre la sconfitta sia quella giusta. Dopo l’esito elettorale il dubbio di aver escluso la sinistra radicale e i socialisti diviene un tarlo per un area consistente del partito che deriva la sua storia politica direttamente dal PCI di Berlinguer. D’Alema e Bersani in testa ragionano su nuovi cartelli elettorali, su nuovi fronti comuni da contrapporre al “nemico” Berlusconi e alla sua creatura politica, in vista sia degli appuntamenti imminenti (europee del 2009 e regionali del 2010) sia per quelli più lontani (politiche 2013).

 

Dunque, mentre la destra costruisce passo dopo passo una sua nuova e credibile identità complessiva anche se multiforme e a volte ancora contraddittoria, dandosi però un confine identitario escludente, pari all’8% dell’elettorato che non ha votato Pd e i partiti alla sua sinistra, l’attuale opposizione appare smarrita in mezzo al guado. Tornare indietro verso la sponda di partenza, ricongiungendosi ai vecchi compagni del governo Prodi (comunisti, verdi, socialisti) oppure proseguire il viaggio verso una autosufficienza politica e programmatica (magari includendo l’area cattolica dell’Udc) che consentirà in futuro di presentarsi con maggiori chance di vittoria davanti all’elettorato con un progetto politico sempre più chiaro e omogeneo?

 

La sensazione è che il bipartitismo italiano nei prossimi anni sarà rappresentato da una destra meno “liberale” e più sociale,  affascinata delle nuove teorie anti-globalizzazione (Alemanno e Tremonti), con un progetto meno urlato e più concreto di rafforzamento della politica fiscale a vantaggio dei territori, la cui ispirazione ai valori del PPE sarà più un richiamo di facciata che una vera identità politica.   Dall’altro lato da un’area di centro-riformista, non più definibile di sinistra o di centro-sinistra, che delle idee originarie del socialismo e della socialdemocrazia europea potrà attingere sempre con più difficoltà cercando un estremo sforzo per dover far sintesi con le sue componenti “confessionali” e liberiste. A D’Alema la prospettiva che non esista più una sinistra degna di questo nome rappresenta il punto dirimente delle prossime scelte politiche del Pd. E di conseguenza sulle dinamiche del nascente bipartitismo italiano.