Archivio per ottobre, 2011

Renzi è il prototipo del leader democratico che il PD merita di avere e che la dirigenza nata nel PCI non può concepire. La grande antipatia personale e politica di Bersani nei confronti del Sindaco di Firenze nasce da una distanza generazionale, certo, ma ancor di più da un abisso ideologico. Bersani crede ancora che sia l’ideologia a doversi affermare attraverso le elezioni. Quello che cerca dagli elettori non è il semplice consenso, ma la conversione. Renzi non ha una ideologia forte, non è figlio del ‘900, crede che l’obiettivo del partito sia la conquista del potere, la possibilità di gestire il governo. Ci è riuscito a Firenze sconvolgendo i piani dell’apparato. Adesso ripropone il suo schema su scala nazionale, sfidando nuovamente i custodi della liturgia. Il suo grande merito è quello di essere stato tra i primi a comprendere che il bipolarismo italiano è stato costruito come un muro che divide schieramenti e che impedisce la mobilità dei flussi elettorali. Nei sistemi bipolari è il voto mobile quello decisivo. Lui rappresenta l’unico dirigente del PD capace di attrarre verso il centrosinistra l’elettorato deluso da Berlusconi e non incline a dirottarsi verso un partito, l’Udc, che non è riuscito del tutto a toglierei l’etichetta di movimento confessionale. Renzi è il ponte che apre la via di un consenso moderato che da destra cerca una nuova casa. O il PD aiuta Renzi a costruire questo ponte o altri si impadroniranno del voto moderato e di destra chiudendolo nuovamente dentro un recinto ideologico.

Ha fatto bene Fini a scendere nell’agone televisivo di Ballarò?
A mio avviso no, per 3 buoni motivi.

1. È entrato in campo prima del fisco di inizio, dimostrando un desiderio eccessivo di abbandonare i toni felpati impostigli dal ruolo di Presidente della Camera, per poter attaccare in modo “paritario” i suoi nuovi avversari. Le elezioni al momento sono lontane. Se non si votasse nel 2012 sarà dura reggere in questo clima per 18 mesi. Avrebbero gioco facile così quelli che gli rimproverano che lo scranno dove siede richiede imparzialità non solo dentro Montecitorio. Inoltre ha perso il diritto a pretendere le interviste “istituzionali” in collegamento dal suo studio. Floris o Vespa non potranno più concedergliele, senza provocare nuove polemiche.

2. Nella logica bipolare del sistema elettorale ripreso dalla rappresentazione scenica televisiva (Porta a Porta e Ballarò) ha scelto di sedersi di fronte ai suoi ex alleati. Questo implicitamente agli occhi dei telespettatori lo pone come antagonista del centrodestra. E dunque anche del suo elettorato storico di riferimento. Un immagine rafforzata dal fatto che al suo fianco come ipotetico alleato, se non politico al momento, ma certamente di bagarre televisiva, sedeva il “comunista” Nichi Vendola. Berlusconi lo ha sì cacciato dal Pdl, ma la scelta di andare fuori dal recinto del centrodestra appare una sua scelta autonoma, che potrebbe non premiarlo elettoralmente e che molti suoi elettori fanno fatica a comprendere. A differenza di Casini, Fini ha una storia politica che stride con una posizione centrista rivolta a sinistra. Questo atteggiamento è estraniante per il suo precedente bacino elettorale.

3. La prima discesa televisiva è stata caratterizzata non da una idea nuova, da uno slogan a effetto, dal rilancio del suo ruolo politico dentro il Terzo Polo o per sancire la necessità di una Santa alleanza contro Berlusconi che poi consentirà la riproposizione di uno schema duale fra centrodestra e centrosinistra una volta chiusa questa parentesi. No, nulla di tutto questo. Dopo 90 minuti un po’ insipidi Fini ha tirato fuori l’attacco personale contro la moglie di Bossi. Con un colpo solo ha provocato la reazione di un partito che finora non lo aveva attaccato in modo duro, ha rinsaldato il rapporto fra il Pdl e la Lega che in quelle stesse ore viveva il momento più delicato della legislatura e, infine, ha colpito un familiare di un avversario politico; proprio il comportamento da lui sempre criticato e che è alla base della rottura, ancor prima che politica, personale, con Berlusconi.

E tu che ne pensi? Trovi altre ragioni?

La lunga notte del Molise consegna al Paese un senso di incompiutezza. Cambiare è difficile. La protesta contro la politica si esprime con l’astensionismo e il voto antisistema, che paradossalmente diviene una sponda decisiva per il mantenimento dello status quo. Grillo offre una valida alternativa a tutti quelli che prima votavano scheda bianca o nulla e ai delusi dai partiti. Un 5% che risulta decisivo, come in Piemonte, ma che in realtà in questo caso contiene anche l’espressione di un voto politico di una certa area di centrosinistra esclusa dai grandi patti elettorali e che si è così vendicata di chi non ha saputo tutelarla nella fase delle alleanze. Ma il voto dimostra anche il forte radicamento sul territorio dei signori delle preferenze che continuano a popolare il centrodestra, rendendolo sul terreno della sfida proporzionale imbattibile. Alla fine Berlusconi può archiviare questa tornata elettorale con soddisfazione: esposizione mediatica nulla e vittoria risicata. Un piccolo sostegno dopo il voto di fiducia del 14 ottobre che rende la via verso natale ancora più agevole. Al Molise resta la consapevolezza che l’occasione del cambiamento per dare una direzione nuova al Paese è stata fallita. Probabilmente ancora una volta più per demerito di chi non ha saputo raccogliere attorno a se tutti i delusi, che sono la maggioranza, che non per merito di chi in minoranza si ritrova al potere!

L’impotenza politica a volte porta alla disperazione. Una disperazione lucida e visionaria. Forse quella che coglie gli assetati nei deserti che intravedono fra i riflessi della sabbia oasi rigogliose. Miraggi. Ecco, le opposizione sono state colte da un miraggio. Non potevano sfiduciare Berlusconi, tutti sapevano prima del voto di fiducia che i numeri di una maggioranza, se pur non assoluta, il governo sarebbe riusciti a trovarli in Aula, bensì le opposizioni volevano giocare la carta fantasiosa dell’escamotage regolamentare. Far mancare il numero legale, rinviare il voto di fiducia di un giorno e potere brindare in tv e suoi giornali alla impotenza politica del centrodestra. Strategia legittima, per carità. Criticabile sotto il profilo della correttezza istituzionale, ma legittima. Ma certo fallimentare.

E su questo esito non c’è Luca Sofri che tenga. Fallimentare perché è fallita. Alla prova dei fatti e della cronaca. E qui si apre la grande disputa: fallita per colpa dei radicali, attaccano a testa bassa i democrat. No cari amici, qui la disperazione vi acceca e al posto della realtà intravedete il miraggio, appunto. I radicali erano in Aula ad ascoltare Berlusconi e non sull’Aventino. Bersani, Casini, Fini, Di Pietro non hanno mai concordato la strategia per far mancare il numero legale al governo né con Pannella, né con la Bonino. Si sono affidati ad una semplice lettera informativa e, a quel che si comprende, ultimativa di Franceschini ai deputati radicali.

E con queste premesse flebili si vuole sostenere che la strategia bellissima e perfetta sia saltata per colpa dei radicali? Suvvia, i radicali sono stati lineari e il loro comportamento può essere criticato, ma certo non hanno tradito alcun patto all’ultimo momento, facendo i voltagabbana. Non hanno dato nessuna parola, non hanno condiviso nessuna tattica parlamentare. Soli fra gli oppositori di Berlusconi erano in Aula a presenziare al suo discorso e soli sono stati alla prima chiama a votargli la sfiducia. Ancora una volta la debolezza di Berlusconi appare nulla rispetto alla fallimentare incapacità delle opposizioni di avere un contegno capace di farle percepire dal Paese come possibile e concreta alternativa di governo.