Archivio per luglio, 2008

Digis per Skytg24 pubblica i dati relativi alle intenzioni di voto di questa settimana, la comparazione con i dati rilevati il 21 luglio confermano le tendenze che l’istituto a finora fornito. Il. – Popolo delle Libetà che usciva dalle elezioni con il 37,4% ha avuto un incremento che gli ha fatto raggiungere il 42,2% il 14 luglio ed oggi è sceso al 40,4 perdendo quindi quasi 2 punti percentuali E’ invece in continua crescita L’Italia dei Valori di Di Pietro che alle politiche raggiunse il 4,4% ed ora si attesta al 7,6%.


Per quanto riguarda la coalizione guidata da Silvio Berlusconi, oltre al Pdl che aumenta il suo gradimento rispetto alle politiche ma non rispetto alla precedente indagine del 21 luglio, si attesta al 40,4, troviamo la Lega Nord all’8,4%, e l’MPA allo 1,0. Nel complesso il centro destra si attesta sotto al 49,8%.


Il Pd al 28,9%, perde 4,2 punti percentuali rispetto all’esito delle elezioni che lo vedeva al 33,1% stabile rispetto alla rilevazione precedente.Idv come detto è in crescita attestandosi al 7,6% e quindi nel complesso la coalizione raggiunge il 36,5 rispetto al 35,9% di settimana scorsa

La Destra passa in una settimana dal 2.0% al 2,6% attestandosi sopra il risultato delle politiche (2,4). L’UDC partito guidato da Casini con il 5,4% recupera 0,6% attestandosi in prossimità del risultato delle politiche (5,6).La Sinistra Arcobaleno al 3,4% non segna variazioni con la precedente settimana. Il Partito Socialista conferma l’1% delle elezioni politiche. (fonte clandestinoweb.com)

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Economia, federalismo fiscale e giustizia. Ci sono tre dossier aperti sull’agenda del premier che necessitano di risposte rapide, organiche e condivise. Rapide poiché il paese non può attendere oltre la creazione di misure capaci di fronteggiare seriamente il declino sistemico dell’economia globalizzata da un alto e quelle croniche e ataviche di un sistema paese arretrato e sempre meno competitivo. Rapide perché la Lega sul federalismo e sulla rapidità della sua attuazione ha messo in gioco la sua credibilità di fronte all’elettorato del nord. Rapide perché il premier non si accontenta della vittoria ottenuta con l’approvazione del lodo Alfano, ma pretende di riportare le lancetta della storia a prima del 1992 nell’equilibrio fra potere esecutivo (e legislativo) e quello giudiziario, in modo di proseguire la legislatura senza il patema di un nuovo assalto giudiziario. Allo stesso tempo le risposte che il governo sembra volere dare appaiono di fatto organiche e di sistema, in quanto su tutti e tre i dossier quella che si annuncia è una vera e propria rivoluzione copernicana, figlia di dottrine politiche propugnate con forza dai tre maggiorenti (Tremonti in economia , Bossi sulle riforme e Berlusconi sulla giustizia) del governo. In economia Tremonti spinge per una visione meno mercatista e neoliberista, riportando la politica a dettare le regole nei consessi internazionali e recuperando margini di manovra nei confronti del mercato e dei sui illuminati profeti e propugnando un periodo di tagli e razionalizzazioni della spesa per consentire al debito pubblico di calare nella misura attesa dal patto di stabilità. Sul federalismo la Lega ha a portata di mano il coronamento di un progetto politico nato oltre 20 anni fa e passato attraverso diverse fasi (secessionismo, autonomia, federalismo) e che oggi nella definitiva visione di un federalismo fiscale e solidale all’interno della riconosciuta unità della nazione trova la sua sintesi e il suo riconoscimento politico da parte non solo della maggioranza ma anche della opposizione rappresentata dal PD. Sulla giustizia il premier desidera rivoluzionare in modo profondo la struttura operativa della magistratura, depotenziandone il ruolo di organo capace di influenzare il corretto processo politico/elettorale. La capacità del governo si misurerà anche nella capacità di dare risposte condivise a questi tre temi. Condivise dalla società, dalla opinione pubblica, dalla opposizione, dai poteri coinvolti. La sfida è ardua e la forza dei numeri potrebbe convincere la maggioranza a cercare la rapida via delle scelte solitarie. Del resto l’attesa fase del dialogo si è sciolta come neve a sole e ad oggi non appaiono esserci, nonostante i messaggi di D’Alema e Violante, gli spazi per una convergenza. Se rapidità e organicità sembrano essere parametri indispensabili nell’affrontare i tre dossier, quello della condivisione più ampia possibile potrebbe essere il parametro da sacrificare sull’altare dell’interesse di parte.

Secondo l’osservatorio elettorale di Digis-SkyTG24 del 14 luglio l’Italia dei Valori regista nel dopo Piazza Navona un vero boom elettorale che porta il partito di Di Pietro dal 6,9% al 7,8% quasi il doppio del risultato di aprile alle politiche (4,4). Il Partito democratico al 28,1% si conferma secondo Digis in grande sofferenza, sotto di 5% rispetto alle politiche. La coalizione che fa capo a Veltroni grazie a Di Pietro totalizza un +1% dal 35 al 36% comunque sotto al 37,5 ottenuto alle politiche. La colalizione che fa capo al Premier Silvio Berlusconi è per Digis al 50,7% nettamente al di sopra delle politiche. Il Popolo delle Libertà incrementa in questa settimana di quasi mezzo punto, da 41,8% al 42,2%, stabile la Lega al 7,5% come il Movimento di Raffaele Lombardo allo 0,9. La Destra di Francesco Storace passa da 2,1 all’1,7%, l’Udc dal 4,2 al 4,8% e la Sinistra Arcobaleno dal 4,5 al 4,2%. (fonte clandestinoweb.com)
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È stato arrestato il primo governatore eletto direttamente dal Popolo della storia Repubblicana. Ottaviano Del Turco del Partito democratico da ieri sera è in carcere a Sulmona. In isolamento assoluto. I PM di Pescara lo ascolteranno solo al termine di una fase di alienazione  della durata di 72 ore, per effetturare il cosiddetto interrogatorio di garanzia. Oggi ad un giorno di distanza dall’arresto sul sito del Partito democratico questo evento epocale per la storia del paese e del partito, con tutto quello che ha prodotto e produce in termini di commenti e prese di posizione politiche, semplicemente non esiste. Come se non fosse avvenuto.

 

“Andiamo soli per essere liberi”. L’appello di Spello di Veltroni è da considerarsi il crocevia dal quale trae origine il presente e il futuro della politica italiana. Quella frase ha scatenato un meccanismo prima di attese e di speranze e poi ha realmente prodotto una accelerazione del sistema politico nazionale. In particolare sulla rappresentanza parlamentare (soli 5 gruppi alla Camera) e sulla prassi costituzionale (nomina del premier senza riserva). I frutti prodigiosi di quella frase, nata dalla volontà  di traghettare il paese fuori dalle secche dello scontro ideologico basato sulla figura di Silvio Berlusconi, gli ha raccolti e continua a raccoglierli solo il leader azzurro, premier di un governo bipartitico (PDL e Lega Nord). Veltroni sconfessando quella frase e siglando l’intesa con Di Pietro ha costruito le premesse per l’attuale caos che travaglia la frastagliata opposizione parlamentare. La rottura con Di Pietro da parte di Veltroni non ci sorprende, è nelle cose. È piuttosto l’intesa elettorale fra Pd e IDV che resta avvolta nel mistero. È un passaggio della vita politica nazionale che dovrà essere indagato. Perché il PD di Veltroni promise il sogno visionario e immaginifico di una corsa solitaria e maggioritaria, rinunciando ad intese con i socialisti e con la Sinistra Arcobaleno, per poi velocemente stringere un accordo di coalizione con Di Pietro, lasciando all’IDV la agognata presenza del simbolo elettorale nella scheda, sotto l’ala protettrice dell’alleanza con il PD? Senza l’alleanza l’IDV avrebbe raccolto lo stesso consenso? Avrebbe superato la soglia del 4%. Sarebbe entrata in Parlamento?

Oggi registriamo la rottura del dialogo fra maggioranza e opposizioni, la frammentazione assoluta delle minoranze (UDC, PD e IDV ognuna con una propria e autonoma strategia), la delegittimazione della massima istituzione di garanzia da parte di forze parlamentari.

Veltroni si deve fare carico politicamente di questa situazione: la sua maggiore responsabilità discende dal semplice fatto di aver tradito la sua stessa dottrina maggioritaria. Non solo a causa di quell’accordo ha perso la libertà di inseguire il proprio sogno maggioritario, ma anche la possibilità di perseguire la strada della costruzione di un nuovo sistema costituzionale condiviso sul quale lanciare la prossima sfida elettorale al centrodestra.

Oggi le macerie che affliggono il campo della minoranza sono la lineare conseguenza della incapacità di portare a compimento non solo la promessa della corsa solitaria e maggioritaria del PD, ma soprattutto la promessa di chiudere una fase di transizione della politica italiana. Questa pagina si può chiudere e lo si sapeva bene anche nel marzo scorso, solo ponendo termine allo scontro fra il potere esecutivo e quello giudiziario, ristabilendo un equilibrio che dal 1992 è stato alterato. Questo passaggio non si poteva e non si può realizzare con l’avallo di Antonio Di Pietro. Veltroni alleandosi con l’IDV ha di fatto dimostrato che non era in grado di poter contribuire a questo progetto. Oggi il governo Berlusconi, con il lodo Alfano, da solo e con l’avallo impeccabile della Presidenza del Repubblica, chiude questa pagina.

Nel monitoraggio settimanale dell’Osservatorio Digis-SkyTG24 di questa settimana sono state rilevate anche le intenzioni di voto degli italiani. Questo è il primo monitoraggio dell’Istituto Digis dopo il voto del 13 aprile. Forte aumento dei pariti della maggioranza che complessivamente suoperano il 50% dei consensi. Crolla il PD al 28,2% e crece l’IDV al 7,8%. Flette l’Udc al 4,2%.

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Oggi all’assemblea dell’Abi si è svolto ultimo scontro della disputa fra Tremonti e Draghi. Il Ministro della Economia e il governatore di Bankitalia sono i protagonisti di una guerra, più che personale, di sistema. Tremonti ha individuato nella sua dottrina antimercatista negli “illuminati” profeti della globalizzazione mondiale dei mercati il principale nemico dello sviluppo economico europeo e nazionale. Draghi di fatto rientra per Tremonti in questa ristretta cerchia di colpevoli.  Lo scontro è di antica data, ma oggi grazie alle nuove responsabilità di governo di Tremonti e alle politiche subito messe in atto (Robin Hood Tax) e quelle annunciate (attuazione dell’art. 81 del trattato istitutivo della UE per contrastare le speculazioni azionarie sui beni di prima necessità e la proposta di una Nuova Bretton Woods grazie alla quale i governi nazionali si riapproprino della politica monetaria), si acutizza. Di fatto Tremonti è consapevole di agire in un contesto normativo europeo dove la politica monetaria è stata consegnata alla BCE (art. 107 Trattato di Maastricht) e la politica di bilancio si maneggia nel delimitato campo imposto dai vincoli europei del rapporto debito/Pil. Tremonti ritiene giunto il momento che la politica (monetaria e di bilancio) torni nelle piene disponibilità dei governi nazionali e si ponga fine al governo della  tecnofinanza che ha caratterizzato l’ultimo decennio attraverso la globalizzazione dei mercati e cui effetti si stanno ripercuotendo come uragani sull’economia reale dei paesi occidentali, colpendo soprattutto i ceti medio/bassi a causa della perdita del potere di acquisto del denaro più che per dinamiche inflazionistiche interne per gli effetti endogeni (caropetrolio e carocibo).

La guerra è dunque di sistema, perché la crisi in atto è di sistema. Il collasso delle economie occidentali viene dato da alcuni discussi economisti non come una probabilità, ma come una evidente situazione in via di piena realizzazione. I tempi per evitare il peggio dunque sono stretti? Le risposte non potranno che arrivare comunque dopo l’insediamento della nuova amministrazione USA.  Ma da qui a novembre prima (elezioni Usa) e a gennaio 2009 poi (insediamento), il sistema economico occidentale, ormai in evidente recessione, quali altri danni potrà provocare alla vita dei cittadini?

Il lato leghista di Tremonti, da tempo evidente, (i popoli come cuore pulsante delle società) sembra essere stato determinante in questa nuova visione antimercatista, ma allo stesso tempo non si spinge al punto di rigettare il percorso di unificazione europea tracciato dal Trattato di Lisbona. Occorre per Tremonti sì una regia globale, ma che non sia in mano ai tecnofinanzieri, ai banchieri, agli speculatori,  agli illuminati, ma ai rappresentanti dei popoli. Un dato è certo, quelli che fino a pochi mesi fa erano temi portati avanti da alcuni dietrologi in rete e da movimenti chiaramente antisistema orano entrano di impeto nelle agende dei leader mondiali. Evidentemente consapevoli che il “sistema” sta per andare in tilt.