Posts Tagged ‘berlusconi’

E’ tornato. Più realisticamente non è mai andato via. Silvio Berlusconi scese in politica in prima persona alla fine del 1993 dopo gli infruttuosi incontri con Mino Martinazzoli prima e poi Mariotto Segni. A novembre dello scorso anno (2011) Berlusconi si dimise da Presidente del Consiglio dei Ministri, non tanto per le pressioni della Merkel, di Sarkozy o di Napolitano. Neanche per lo spread sopra i 570 punti base. Bensì per le insistenti pressioni rivoltegli da Ennio Doris, suo socio in Mediolanum e da Fedele Confalonieri, Presidente di Mediaset, dopo che in un solo pomeriggio di tentennamenti sul da farsi i titoli delle imprese di famiglia precipitarono del 12% in Borsa.

L’azienda prima di tutto, dunque. E anche in questo momento le mosse del Cavaliere sono dettate dall’esigenza di capitalizzare al massimo il suo residuale appeal politico per difendere il patrimonio di famiglia. Del resto il Pdl di Alfano non è mai esistito. Non c’è ne stata traccia nelle urne delle amministrative. Non ve n’è nei periodici sondaggi commissionati alla Ghisleri. Ad Alfano e a tutta la classe dirigente azzurra oltre al quid quello che davvero è mancato e manca è una reale autonomia politica.

Il centrodestra in Italia è stato ed è Silvio Berlusconi. Per la forza economica che rappresenta, per la struttura mediatica che lo sostiene, per il suo indubbio carisma personale, per la capacità di occupare l’immaginario collettivo, soprattutto quello dei suoi avversari. Forza Italia prima e il PDL poi, sono stati davvero partiti di plastica, perché malleabili e pronti a modificarsi a seconda delle esigenze del loro inventore e proprietario. E così sarà, ancora una volta, per le elezioni del 2013.

C’è da vedere solo quale strategia sceglierà Berlusconi. Due le opzioni possibili. Un ticket con la Santanchè per ergersi a eroe antisistema, cavalcando l’onda dello scontento popolare nei confronti dell’austerità rappresentata dal governo Monti. Una campagna elettorale tutta basata su facili nemici: l’Europa dei tecnocrati, la Germania della perfida Merkel, l’Euro non svalutabile, la vecchia sinistra comunista.

L’alternativa strategica, quella che ritengo più probabile, è rappresentata da una scelta più moderata, inserita dentro una dinamica di conformità all’agenda europea e agli impegni di risanamento economico imposti all’Italia. Così da consentirgli prima o dopo le elezioni, dipenderà con quale legge elettorale si andrà al voto, di trattare alla pari con il PD per la prosecuzione dell’esperienza della grosse koalitionen.

Annunci

Ha fatto bene Fini a scendere nell’agone televisivo di Ballarò?
A mio avviso no, per 3 buoni motivi.

1. È entrato in campo prima del fisco di inizio, dimostrando un desiderio eccessivo di abbandonare i toni felpati impostigli dal ruolo di Presidente della Camera, per poter attaccare in modo “paritario” i suoi nuovi avversari. Le elezioni al momento sono lontane. Se non si votasse nel 2012 sarà dura reggere in questo clima per 18 mesi. Avrebbero gioco facile così quelli che gli rimproverano che lo scranno dove siede richiede imparzialità non solo dentro Montecitorio. Inoltre ha perso il diritto a pretendere le interviste “istituzionali” in collegamento dal suo studio. Floris o Vespa non potranno più concedergliele, senza provocare nuove polemiche.

2. Nella logica bipolare del sistema elettorale ripreso dalla rappresentazione scenica televisiva (Porta a Porta e Ballarò) ha scelto di sedersi di fronte ai suoi ex alleati. Questo implicitamente agli occhi dei telespettatori lo pone come antagonista del centrodestra. E dunque anche del suo elettorato storico di riferimento. Un immagine rafforzata dal fatto che al suo fianco come ipotetico alleato, se non politico al momento, ma certamente di bagarre televisiva, sedeva il “comunista” Nichi Vendola. Berlusconi lo ha sì cacciato dal Pdl, ma la scelta di andare fuori dal recinto del centrodestra appare una sua scelta autonoma, che potrebbe non premiarlo elettoralmente e che molti suoi elettori fanno fatica a comprendere. A differenza di Casini, Fini ha una storia politica che stride con una posizione centrista rivolta a sinistra. Questo atteggiamento è estraniante per il suo precedente bacino elettorale.

3. La prima discesa televisiva è stata caratterizzata non da una idea nuova, da uno slogan a effetto, dal rilancio del suo ruolo politico dentro il Terzo Polo o per sancire la necessità di una Santa alleanza contro Berlusconi che poi consentirà la riproposizione di uno schema duale fra centrodestra e centrosinistra una volta chiusa questa parentesi. No, nulla di tutto questo. Dopo 90 minuti un po’ insipidi Fini ha tirato fuori l’attacco personale contro la moglie di Bossi. Con un colpo solo ha provocato la reazione di un partito che finora non lo aveva attaccato in modo duro, ha rinsaldato il rapporto fra il Pdl e la Lega che in quelle stesse ore viveva il momento più delicato della legislatura e, infine, ha colpito un familiare di un avversario politico; proprio il comportamento da lui sempre criticato e che è alla base della rottura, ancor prima che politica, personale, con Berlusconi.

E tu che ne pensi? Trovi altre ragioni?

Non fossimo passati per Tangentopoli, la caduta della Dc e di Craxi “manu giudiziaria”, per i governi tecnici e le svendite dei gioielli di Stato sulle navi inglesi a largo di Civitavecchia, per i ribaltoni e i “non ci sto” presidenziali, l’uscita di Berlusconi dell’altro giorno sul “piano eversivo” sarebbe da annoverare fra le tante “esondazioni” verbali del nostro premier.

Eppure Massimo D’Alema con il suo criptico “ci saranno delle scosse, l’opposizione sia pronta!” , ha dato una legittima conferma ai timori del capo del governo. L’interlocutore poi era privilegiato. Quella Lucia Annunziata che per prima su La Stampa ha parlato in tempi ancora non sospetti di  “ombra di complotto” in atto da parte di forze angloamericane contro il nostro premier, dovute fra l’altro alla sua posizione filorussa.

Domenica ecco che Massimo D’Alema, annuncia proprio ospite della Annunziata, tra l’altro amica personale di vecchia data, che la debolezza del premier è tale da suggerire all’opposizione di essere pronta ad assumere importanti doveri istituzionali. Ma di quale debolezza parla il leader del Pd? Non certo elettorale. Il voto europeo ed amministrativo ha sancito, al di là delle aspettative, un netto vantaggio delle forze governative. Dunque la debolezza non è di tipo “politico”. Le ricostruzioni sui giornali danno uno scadenzario preciso delle forche caudine sotto le quali il premier sarà chiamato a passare nelle prossime settimane. Foto “probabilmente”  piccanti, ovviamente pubblicate dai giornali esteri, ma soprattutto il vaglio di costituzionalità del lodo Alfano, che potrebbe essere espresso durante il G8. Una eventuale bocciatura potrebbe divenire un elemento decisivo per il destino del governo se legato alla vicenda del processo Mills. Evidentemente nei palazzi romani, senza distinzione di colore politico, si attendono con ansia questi passaggi, che Berlusconi chiama la “fase 2” dell’azione eversiva. E sarebbe anche più chiara la battuta del premier sul matrimonio fra Noemi e l’avvocato inglese.  E’ tutto unito!

Del resto in tempi non sospetti anche uomini vicini alla maggioranza hanno iniziato a ragionare di governi tecnici e governissimi. Argomentando in astratto sull’ineccepibile correttezza del Presidente della Repubblica a cercare soluzioni in Parlamento prima di rimettere la parola a gli elettori in caso di impossibilità del premier a proseguire il suo mandato. Insomma da settimane quella che il Pd ha cercato di cavalcare come arma elettorale, ovvero il “naomigate” si sta solo dimostrando un pezzo, forse il meno importante, di un puzzle ben più complesso, che vede nel centro del mirino ancor prima del premier, la sovranità popolare espressa con il libero voto dagli italiani.

Come nel 1994 il palcoscenico dell’ONU allora, e del G8 oggi, appare quello ideale per sferrare il colpo letale.  Congetture e dietrologie? Per chi ha vissuto la storia recente del paese è naturale attendersi di tutto. La debolezza della opposizione e il legame rinsaldato con La Lega, oltre un evidente consenso elettorale potrebbero essere gli antidoti per non rivivere la ferita democratica del 1994. Quello che disorienta e preoccupa è la convinzione non celata del premier che la strategia del piano nasca da menti vicine al governo.

Lo slogan dell’Idv racchiude in sé una prospettiva politica, oggi più che mai plausibile. La debolezza del Partito democratico, la fine, evidenziata chiaramente dai numeri elettorali, della sua vocazione o velleità maggioritaria, la strategia ambigua e schizofrenica fra normalizzazione dei rapporti con la controparte politica prima (dicembre 2007-ottobre 2008) e gli attuali rigurgiti antiberlusconiani hanno consentito ad Antonio Di Pietro, con il suo 8% raccolto alle europee, di proseguire spedito nella realizzazione della sua strategia.

Obiettivo: la candidatura a leader dell’opposizione e sfidante alle prossime elezioni politiche di Silvio Berlusconi.

Mira ambiziosa, ma mai come ora perseguibile con probabilità di successo. La forza di Di Pietro si regge sulla debolezza del Pd. La scelta di Veltroni di tradire il discorso di Spello, siglando la alleanza con l’Idv alle politiche del 2008, ha innescato un meccanismo perverso e inarrestabile, che ha prodotto in questi ultimi mesi l’ascesa del leader molisano.  

Più del travaso di voti fra i due partiti, quello che determina la forza di Di Pietro insiste nella sua capacità di dominare i temi dell’agenda politica dell’opposizione. Il Pd segue a ruota, senza riuscire a determinare una vera egemonia politica sulle iniziative e sugli argomenti da utilizzare contro il governo. Anche sul caso del voto di fiducia sulle intercettazioni le dichiarazioni degli esponenti del Pd appaiono più suggerite dalla necessità di non lasciare allo scomodo alleato il palcoscenico mediatico. Di ricorsa in ricorsa il Pd sembra aver smarrito le proprie originali posizioni su molti temi che vengono discussi in Parlamento. E la sensazione nell’opinione pubblica di centrosinistra è che l’Idv rappresenti un elemento determinante e imprescindibile per costruire quel percorso politico in grado di scalfire l’egemonia berlusconiana. Nelle prossime settimane, dopo l’esito dei ballottaggi, l’opposizione potrà subire una accelerazione complessiva nella sua organizzazione interna. Di Pietro potrebbe chiamare a raccolta tutto il popolo “antigovernativo” in una nuova alleanza che, al di là della proposta politica programmatica, incentri il suo esistere su un unico elemento costitutivo: l’antiberlusconismo come valore.

Un progetto che potrebbe allettare i partiti minori di sinistra, ancora una volta divisi e ed esclusi dalla suddivisione dei seggi, che nel nuovo contenitore ritroverebbero i modi e gli spazi per riacquisire una presenza parlamentare alle prossime elezioni politiche. Ma soprattutto un progetto che costringerebbe il Pd a fare una scelta definitiva sul proprio posizionamento nello scacchiere politico italiano. Una mossa d’anticipo quella di Di Pietro che va oltre lo schema della semplice e rinnovata alleanza con il Pd. L’idea che persegue Di Pietro lo porterebbe a sedersi al tavolo dell’accordo con il futuro leader democratico, Franceschini,  Bersani o chiunque sia,  con la forza di rappresentare egli l’unico vero collante dell’opposizione italiana.

A quel punto la autocandidatura a sfidare Silvio Berlusconi alle prossime politiche potrebbe essere non sola una legittima richiesta, ma una pretesa irrifiutabile.

“C’è un mandante!”  Berlusconi esce dal voto europeo ed amministrativo con la sensazione rafforzata che il mandate “dell’operazione Noemi” esisteva davvero ed era uno dei suoi. Probabilmente il suo uomo più fidato. Il voto al netto delle polemiche e delle illazioni dimostra che il Paese conferma il suo gradimento per le forze di governo e per l’azione da esse messa in campo. La forte astensione del Sud è però un messaggio chiaro mandato da una parte del paese al premier, ma l’unico effetto che ha prodotto, paradossalmente, è stato quello di rafforzare la Lega e le istanze del nord. Costringendo Berlusconi a rinsaldare il patto con Bossi e a rinunciare al colpo di mano referendario del 21 giugno. All’appello dunque mancano quei milioni di voti del sud che avrebbero consentito al Pdl di crescere e percentualmente avrebbero portato la Lega sotto il 10% e il Pd sotto il 25%.

Ma i voti di pietra sono quelli dentro le urne e con quelli Berlusconi è costretto a ragionare. E dunque Berlusconi è già costretto a ragionare in modo decisivo con chi, defilato nel suo ruolo istituzionale di Presidente della Camera, ha osservato la campagna elettorale con una lontananza siderale e ora cerca di raccogliere il mancato trionfo del leader per rafforzare ulteriormente la sua strategia di smarcamento. La fondazione di Gianfranco Fini, FareFuturo, si è resa protagonista del corsivo che ha scatenato il putiferio mediatico sulle veline e che ha dato il là alla signora Lario e oggi commenta il voto con un accento critico davvero inaspettato. Ma Fini non si accontenta. E attacca direttamene il leader del Pdl, lanciando l’anatema sulla scelta referendaria di Berlusconi, maturata dopo il voto.  

Denunciando l’asse politico Pdl-Lega, richiamando la delusione del meridione e indicando la scelta referendaria Fini lancia una piattaforma politica che va ben oltre le tante posizioni di smarcamento avute in questi ultimi mesi. Delinea la propria autocandidatura al leader del centrodestra italiano, non seguendo il rito dell’attesa del delfino designato, ma lanciando un guanto di sfida politico e programmatico all’attuale leader. Sui valori personali e sulla strategia delle alleanze. Fini ha varcato il Rubicone. E si è autoassegnato il ruolo di “mandante politico” della strategia di logoramento della figura pubblica di Silvio Berlusconi.

La critica politica che muove il Pd all’avversario, dall’aspetto “legalitario” (richiesta alla rinuncia al lodo Alfano) tracima in un giudizio più strettamente “valoriale/morale”. Franceschini ha giocato ieri con la battuta rivolta agli italiani di esprimere un giudizio morale e valoriale su Silvio Berlusconi come padre, un colpo sotto la cintola, come rileva anche Battista sul Corriere.  Neanche Di Pietro, che pure gioca duro, aveva osato tanto. La reazione della famiglia Berlusconi è stata granitica. Di colpo offesi come figli, tutti i 5 eredi Berlusconi hanno preso le difese del padre. Una difesa che non è parsa quella di un clan. Emotivamente doverosa,  certo, ma temporalmente ponderata. Giocata su ben 4 diversi comunicati o dichiarazioni. Ognuno a difesa di una sfaccettatura particolare del profilo del padre offeso. Franceschini è dovuto tornare indietro sui suoi passi. Una precisazione/rettifica, poche ore dopo, di quelle che di solito spettano a Bonaiuti per raddrizzare i messaggi borderline del premier.

Questa volta è stato il Pd a dover precisare. Probabilmente non considerando la risposta univoca degli eredi. Ma poco importa. Le prime pagine continuano ad essere intrise del “caso personale” del premier e per Franceschini l’obiettivo è stato raggiunto. Il Pd e il suo leader protempore hanno di fatto scelto di giocare tutto sull’operazione Noemi. Il voto di giugno vorrebbe essere per il Pd una sorta di referendum, non tanto sulle qualità politiche o sul profilo “etico” nel ruolo di imprenditore/politico di Silvio Berlusconi, più volte assolto ancor prima che dai giudici dal voto popolare, quanto un vero e proprio giudizio sulla sua condotta morale. Sul suo substrato di valori propugnati in pubblico in contrasto con i comportamenti privati che emergono dalla vicenda personale, esplosa dopo le dichiarazione della moglie Veronica Lario.

La distinzione antropologica. La questione morale. Questo è il punto per il Pd. Del resto tale è il convincimento di Franceschini della giustezza della mossa che fra gli ispiratori della strategia riemerge dal passato anche Enrico Berlinguer e la sua impostazione politica della “questione morale”. Pansa su Il Riformista indica chiaramente il processo mentale che consente a Franceschini di riappropriarsi di una figura del passato che nulla ha a che vedere con la storia personale del leader ferrarese.

Questa strategia appare davvero una mossa se non “disperata”, al limite della impotenza di chi tenta il colpo della vita per salvare una situazione evidentemente difficile. Però non si comprende quale sia il target elettorale che il Pd vorrebbe condizionare a cambiare giudizio su Berlusconi. Un azione di comunicazione politica che difficilmente, anche se riuscisse, porterebbe in automatico “consenso” proprio al partito di Franceschini. Forse questa strategia potrà provocare un po’ di astensione, qualche riflessione del voto cattolico più dubbioso, magari tentato alla luce della critiche anche della Cei dal richiamo dell’Udc di Casini, che sulla vicenda ha tenuto un profilo basso “esemplare”. Davvero non si scorge il nesso fra il presunto giudizio morale che gli italiani dovrebbero esprimere su Berlusconi come “uomo, padre e marito” e l’incremento di consenso al Pd. Gli italiani giudicheranno il Berlusconi politico e se l’opposizione, e il Pd in particolare, non è stata in grado, nonostante la grave crisi economica, di spezzare il rapporto di fiducia fra il premier e il paese, non sarà di certo l’operazione Noemi a modificare quel giudizio. Politico, squisitamente politico.

Operazione Noemi. Dario Franceschini si appiglia “all’affaire Noemi” per salvare il partito. La campagna elettorale del Pd si è incentrata nuovamente sull’antiberlusconismo. Quello più viscerale. Ritrovando d’istinto nel suo profondo, come in un gesto riflesso dovuto all’impossibilità di giocarla sul piano della proposta politica, quella distinzione antropologica fra “sé e gli altri”, che caratterizza da sempre la sinistra italiana. Berlusconi è l’altro. Il diverso da sé. E la questione morale e della diversità è un’arma troppo a portata di mano in questo frangente per non essere utilizzata dal leader democratico. Berlusconi l’abietto, il mentitore, il fedifrago, il corruttore di minorenni e avvocati inglesi. È l’antitesi della vaneggiata normalità, della mediocre bonomia che Dario incarna nelle sue polo bianche a mezzemaniche e nelle sue camice a quadrettoni in giro nella profonda Italia attraversata dalla crisi. Dunque la sfida da politica diviene necessariamente antropologica, giocata sul piano della morale, del costume o del mal costume. Ma mai fino in fondo, fino al punto di chiederne le dimissioni. Per un atto totalmente antiberlusconiano occorre Di Pietro.
Queste elezioni europee e amministrative di inizio giugno possono produrre importanti novità nel quadro politico nazionale. Per prima la tenuta del progetto del Pd. Sotto la soglia del 25% molti all’interno dei democratici non smentiscono la difficoltà a proseguire con vigore questo percorso. In secondo luogo l’evoluzione della competizione interna nel centrodestra fra Pdl e Lega, con la conseguente scelta strategica, in vista del voto del 21 giugno, da parte di Berlusconi di tentare il colpo di mano con l’approvazione dei quesiti referendari.
Dinamiche importanti che restano ovviamente sullo sfondo di una campagna che sarà ricordata per le presunte veline candidate dal Pdl e per “l’affaire Noemi”. Davvero poco per comunicare la voglia di nuovo e di cambiamento che si vorrebbe incarnare.

Quello che i sondaggi non dicono. Il territorio e le preferenze quanto conteranno in queste elezioni europee, dove il voto proporzionale puro e il voto di preferenza tornano ad essere arnesi inusuali, ma ancora validi, in questa democrazia fatta ormai solo di nominati e paracadutati? Probabilmente non troppo. Il Pd molto ha puntato su liste che, oltre ai nomi di facciata e di nomenklatura inseriti in vetta, presentano tanti uomini del territorio, radicati e portatori dei famosi pacchetti di voto. L’obiettivo è chiaro. Arginare l’emorragia di voti che da un anno i sondaggi rilevano. Oggi il Pd sembra consolidarsi intorno al 25%, ovvero meno 8 punti percentuali rispetto al voto politico del 2008.  Franceschini ci metterebbe la firma, dopo tutto quello che è accaduto e tutti gli errori commessi dal suo predecessore.  Ma il dato, in realtà omogeneo da parte di tutti gli istituti, potrebbe rivelarsi non del tutto rispecchiante la realtà del voto di giugno. Ovviamente qui si lascia il campo della scienza statistica e si entra in quello della sensazione personale. Velin&divorzi: questi sono i temi di punta della campagna mediatica del Pd ad un mese dal voto. Insinuare nel voto cattolico dubbi sulla correttezza personale del premier e solleticare il voto antiberlusconiano, ormai da tempo migrato armi e bagagli verso Di Pietro. Basterà? Il paese e Berlusconi non hanno ancora consumato la loro luna di miele, nonostante la crisi economica, il terremoto in Abruzzo, le scappatelle vere o presunte del premier. Il Pd non ha una piattaforma culturale nuova da proporre agli italiani, frutto di una sincera sintesi fra le culture politiche che lo hanno realizzato. Vagheggia fra il sogno di una normalizzazione del paese, che prevedrebbe però l’assenza di Berlusconi, e una afasia di proposte e idee che prescindano da Berlusconi stesso. Sono i cantori dell’anormalità di questo paese, senza colui che ai loro occhi lo rende anormale il loro stesso scopo politico evaporerebbe. Il Pd senza Berlusconi oggi cosa può dire al paese di nuovo e di originale per raccogliere consenso? Ecco il vero dramma di questa classe dirigente è l’assenza di un progetto politico che prescinda dal fatto che Berlusconi è sulla scena politica italiana. Il Pd non ha una idea di paese che disegni una Italia appetibile agli italiani, a prescindere dal fatto che non ci sia più il suo attuale “padrone”.  E’ uno sforzo oggettivamente gravoso, ma senza il quale difficilmente si potranno raggiungere quei milioni di voti necessari per candidarsi al futuro governo del paese. Ecco perché a sensazione e guardando questa volta con sospetto i sondaggi, credo che il Pd possa valere oggi attorno al 20% del voto del paese. Sensazioni, solo sensazioni.

 

La legge Gelmini rappresenta uno snodo decisivo per la politica italiana. Per il governo Berlusconi rappresenta il banco di prova del decisionismo, imposto come linea guida dell’azione dell’esecutivo per i prossimi 5 anni. La dinamica classica dell’ascolto e della concertazione fra governo e gli agenti sociali appare non essere più un tabù. Il governo decide, senza tenere conto del giudizio preventivo della categorie interessate alle riforme in esame, senza tenere conto delle proteste delle piazze, senza tenere conto dell’azione di contrasto dell’opposizione. Il governo Berlusconi sceglie e decide in base ad un unico elemento fondante la sua azione: l’investitura elettorale.

 

In questo passaggio rappresentato dalla approvazione in legge del decreto Gelmini è chiara la metamorfosi della nostra democrazia da parlamentare ad una democrazia incentrata su una forza “materiale” crescente dell’esecutivo. La legge elettorale da un lato, che ha trasformato la maggioranza  di governo da somma frastagliata di partiti a coalizione ristretta, e la indiscussa preminenza del presidente del Consiglio, che riveste del suo carisma ogni scelta dei suoi ministri, appaiono gli elementi che stanno rendendo possibile questa transizione.

 

Sulla Stampa di oggi una interessante analisi comparativa fra gli ultimi due esecutivi dimostra come l’attuale governo ha provveduto a trasformare in legge 41 decreti. Solo una legge è stata approvata su iniziativa parlamentare. Questo dato dimostra da un lato come l’esigenza della governabilità passa ancora per una evidente utilizzo della norma, costringendo il governo al passaggio parlamentare, ma forzandone i tempi attraverso l’utilizzo dei decreti per andare incontro rapidamente alle esigenze del paese. Dall’altro mette a nudo  lo svilimento del ruolo del parlamento composto da nominati. Esso non è più in grado di svolgere il suo ruolo costituzionale ovvero di legiferare su autonoma iniziativa. Un parlamento che proprio perché espressione non di eletti, ma di nominati,  non è più in grado anche di rispecchiare a livello di categorie la società italiana, eleggendo nei vari schieramenti, come accadeva prima del 1994,  esponenti delle varie anime del paese. Il Parlamento non è più luogo di dibattito, analisi e compensazione delle diverse istanze della società e dei suoi agenti in esso rappresentati, ma mero luogo di legittimazione formale di decisione prese in altro consesso e da un altro potere dello Stato, la cui funzione si sta rapidamente trasformando, accorpando sia quella  esecutiva che quella di primario  produttore di legislazione.

 

L’attuale governo, inoltre, proprio per la sua connaturale conformazione è ancor meno luogo di dibattito, analisi e compensazione. In esso per la sua composisione non vi è più l’esigenza  di giungere ad una sintesi di culture e visioni differenti della società e della politica. La preminenza del leader e la omogeneità di posizione rendono anche le riunioni dell’esecutivo momenti di mera presa d’atto di scelte dei colleghi ministri nate esclusivamente  dallo  stretto rapporto di ogni ministro con il premier.  Da uno inter pares il Presidente del Consiglio di fatto diviene “ispiratore” naturale di tutta la politica governativa.

 

Una situazione completamente nuova per una democrazia abituata da sempre all’assenza di decisionismo dei governi e alla legittimazione preventiva da parte dell’opposizione e delle forze sociali coinvolte nelle riforme da attuare.

 

Aldilà del merito, la legge Gelmini, rappresenta quello strappo o passo in avanti, dipende dai punti di vista, della costituzione materiale che porta l’Italia ad essere sempre meno una democrazia parlamentare e sempre più un democrazia del premier. Un passaggio che non riuscì al governo Berlusconi nel 2002 sulla battaglia di bandiera dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e che oggi riesce su questa piccola riforma in tema di scuola primaria. La protesta della piazza e il ruolo dell’opposizione in questa nuova democrazia appaiono fisiologiche forme di partecipazione, però incapaci di equipararsi al potere, finalmente esercitato, di un esecutivo legittimato da una forte investitura elettorale.

 

Che il consenso del govenro nel paese salga o scenda è altro discorso, e l’unica rilevazione statistica che avrà efficacia sarà quella effettuata dal popolo in cabina elettorale.

 

Gli italiani sono pazzi di Berlusconi? Per Euromedia è un amore in costante crescita, che tocca quote da vertigine. Ma per altri due istituti di ricerca, Digis e Ipso, il rapporto fra Berlusconi e gli italiani è già entrato in crisi. Non al punto però da portare al tradimento in cabina elettorale (i dati sulle intenzioni di voto sono stabili con i partiti della maggioranza sopra il 50%), ma  ad un livello comunque di guardia.

 

La discrepanza fra i dati offerta dai tre istituti è clamorosa. Non è il caso di analizzare il perché di tale differenza di risultati. Sarebbe impossibile non conoscendo nel dettaglio la metodologia adottata da tutti e tre gli istituti e non sapendo in particolare se la percentuale del 72% di Euromedia si riferisce al campione totale degli  intervistati (100%) o solo a chi ha espresso un giudizio, di solito pari all’80-85% del campione. Anche in questo secondo caso il dato resterebbe comune troppo divaricato fra i tre istituti.

 

Opposizione estranea al rapporto fra l’opinione pubblica e il premier

Quello che invece appare interessante è come tutto questo processo di “innamoramento” dell’opinione pubblica nei confronti del premier e il suo “presunto” momento di raffreddamento non produca nessun effetto reale sull’opposizione. Appare un dialogo a due fra gli italiani e Berlusconi, dove l’opposizione e i suoi leader non intervengono in nessun modo. La loro azione comunicativa non incide nel rapporto. Tutto appare rinchiuso in una comunicazione bidirezionale fra il premier e l’opinione pubblica italiana. Consenso e gradimento quando le promesse vengono mantenute e segni di disaffezione quando i provvedimenti appaiono presi senza una specifica azione di spiegazione e motivazione preventiva. L’opposizione cerca certo di intromettersi in questo rapporto, come nel caso delle proteste sulla riforma Gelmini, ma non riesce a ricavarne nulla in termini di aumento del consenso.

 

I blocchi elettorali del paese appaiono congelati.

In questa situazione è il Pd che deve scegliere con rapidità a quale parte del paese vuole parlare per tentare di aumentare il proprio blocco di consenso. La manifestazione del Circo Massimo è evidentemente apparsa una esibizione identitaria che ha parlato non a tutto il paese, ma alla propria parte, quella che nonostante i numeri delle elezioni clamorosamente a favore del centrodestra si ritiene ancora la “migliore”. A sinistra resta, in termini percentuali di consenso,  ben poco da drenare e tornare a porgere lo sguardo agli ex compagni appare una scelta programmaticamente impossibile per Veltroni. L’ex alleato Di Pietro resta a livello locale oggi una scelta agli occhi della dirigenza del Pd obbligata e in Abruzzo si cede alle sue imposizioni.

 

Il Pd rinuncia all’Udc e alla sua funzione di ponte strategico per conquistare l’area moderata

Scegliendo Di Pietro in Abruzzo il Pd ha rinunciato di fatto ad una intesa con l’Udc. Questa intesa avrebbe potuto significare il primo passo in direzione del blocco elettorale del centrodestra che necessariamente bisogna scalfire se l’opposizione vuole tornare al governo. L’Udc è di fatto l’unica congiunzione politica, il ponte che collega l’opposizione odierna all’area più moderata del paese e che in aprile ha scelto il Pdl. In prospettiva uno strumento di possibile “raccolta” dei futuri delusi del berlusconismo o addirittura il mezzo per “invadere” in termini culturali e di proposta politica il campo avverso. Scegliere di isolare l’Udc e lasciare alla balia degli eventi elettorali (regionali in Abruzzo e amministrative di primavera) il partito di Casini, significa per Veltroni rinunciare all’unico strumento in grado di creare un legame reale fra il Pd e quel blocco elettorale moderato del paese che oggi nonostante qualche incomprensione sulle scelte del suo leader, non può e non vuole guardare a nessuna altra proposta politica.

 

Il recinto elettorale nel quale si sta chiudendo il Pd non solo è troppo piccolo per qualsiasi aspirazione governativa, ma del tutto inadeguato ad una ispirazione maggioritaria. Del resto l’unica porta di collegamento al momento socchiusa oltre il proprio recinto è quella con l’Idv che non drena consenso, ma al contrario ne consente la fuoriuscita.