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Si scrive Fiscal Compact, si legge fine dello Stato Nazione. Nel silenzio inquietante del sistema informativo e senza neanche la parvenza di un dibattito pubblico adeguato all’importanza della decisone assunta, il Parlamento italiano ha approvato il trattato fiscale europeo. Una cessione di sovranità sulle prerogative fiscali ed economiche senza precedenti che vincola l’Italia a comportamenti vigilati e passibili di ricorso da parte degli altri Stati membri della UE davanti alla Corte Europea sul versante della politica di bilancio e fiscale.

Oltre all’obbligo del pareggio di bilancio, già inserito nelle scorse settimane in Costituzione con riservata solerzia, l’Italia ieri si è obbligata a far rientrare il debito pubblico dal 129% attuale al 60% nei prossimi venti anni. Un impegno che in assenza di crescita del PIL, equivale a manovre attraverso tagli della spesa pubblica o dimissioni di patrimonio pubblico pari a 50miliardi di euro l’anno per i prossimi vent’anni.

Roma ha scelto di legarsi indissolubilmente all’Europa, di concedere a organi esterni allo Stato la prerogativa di vigilare e sanzionare le scelte fiscali e di politica di bilancio nazionale. Ha deciso che l’euro non é solo una moneta, il mezzo attraverso il quale rendere la vita dei cittadini migliore, ma il fine ultimo al quale sacrificare ogni altro valore democratico. Di fatto si é ipotecata la possibilità di offrire visioni politiche alternative alla moneta unica, comprimendo la sovranità popolare, né informata sul tema, né chiamata a dare un giudizio su questa scelta.

Al di là del merito sulla decisone assunta, quello che inquieta é il totale silenzio che ha avvolto un voto parlamentare così importante e delicato. Silenzio della classe politica, silenzio degli organi di informazione. Che si tratti di autocensura, di controllo dell’informazione centralizzato, di paternalismo o di incompetenza é comunque sconcertante che il giorno dopo questa decisione la parola Fiscal Compact non compaia nei titoli d’apertura della quasi totalità dei principali quotidiani nazionali. La mancanza di informazione e consapevolezza nelle scelte del Governo è sempre stato un presupposto necessario alla sudditanza dei popoli. La storia si ripete.

Renzi è il prototipo del leader democratico che il PD merita di avere e che la dirigenza nata nel PCI non può concepire. La grande antipatia personale e politica di Bersani nei confronti del Sindaco di Firenze nasce da una distanza generazionale, certo, ma ancor di più da un abisso ideologico. Bersani crede ancora che sia l’ideologia a doversi affermare attraverso le elezioni. Quello che cerca dagli elettori non è il semplice consenso, ma la conversione. Renzi non ha una ideologia forte, non è figlio del ‘900, crede che l’obiettivo del partito sia la conquista del potere, la possibilità di gestire il governo. Ci è riuscito a Firenze sconvolgendo i piani dell’apparato. Adesso ripropone il suo schema su scala nazionale, sfidando nuovamente i custodi della liturgia. Il suo grande merito è quello di essere stato tra i primi a comprendere che il bipolarismo italiano è stato costruito come un muro che divide schieramenti e che impedisce la mobilità dei flussi elettorali. Nei sistemi bipolari è il voto mobile quello decisivo. Lui rappresenta l’unico dirigente del PD capace di attrarre verso il centrosinistra l’elettorato deluso da Berlusconi e non incline a dirottarsi verso un partito, l’Udc, che non è riuscito del tutto a toglierei l’etichetta di movimento confessionale. Renzi è il ponte che apre la via di un consenso moderato che da destra cerca una nuova casa. O il PD aiuta Renzi a costruire questo ponte o altri si impadroniranno del voto moderato e di destra chiudendolo nuovamente dentro un recinto ideologico.

Ho abbandonato il sito per un po’ di tempo. Cercherò di recuperre.  Chiedo scusa a chi veniva a cercare qualche nuovo spunto e ha trovato solo vecchie riflessioni. Dall’ultimo post molte cose sono cambiate nella politica italiana e nella vita del paese. Un pensiero è rivolto a L’Aquila e all’Abruzzo. Un altro a Walter Veltroni che nel marzo scorso con il discorso di Spello ha aperto una porta verso il futuro della politica italiana. Poi spaventato quella porta la ha richiusa alleandosi con Di Pietro. Per quella scelta è stato politicamente disintegrato. Tornerò a parlare di politica, comunicazione, economia e sondaggi. Cercando di prevedere, come a volte è capitato, quello che ci attende. Grazie.

 

Le asimmetrie normative dopo l’incontro dei 27 ministri del tesoro dell’Ue restano. Ma resta soprattutto la competizione interna fra Stati. Una competizione figlia della mancanza di fiducia dei big dell’Unione, Germania su tutti, nei confronti dei partner. Una sfiducia che mette a rischio la stessa architettura istituzionale dell’Ue. Oggi l’Ecofin ha deciso che gli aiuti di Stato che i diversi governi stanno attuando in modo disomogeneo e autonomo nei confronti dei sistemi bancari nazionali sono legittimi, grazie ad una specifica modifica dell’interpretazione degli articoli 87, 88 e 89 del Trattato di Roma. Prendendo questa scelta l’Ecofin ha di fatto bocciato la proposta italiana che prevedeva una regia unitaria europea attraverso l’istituzione di un fondo comunitario pari al 3% del Pil dell’Ue, così da garantire complessivamente e in modo solidale il sistema bancario di tutti gli stati membri e tutti i risparmiatori del continente in modo uguale.

 

Il no non mette in difficoltà solo dal punto di vista del prestigio il governo italiano, ma rende di fatto il nostro Stato uno di quelli europei a più alto rischio nel caso la crisi finanziaria si acutizzi. Infatti il debito pubblico italiano non consente, e Tremonti confermando la soglia di garanzia minima dei depositi a 103.000 euro lo ha di fatto ammesso, una previsione normativa di garanzia illimitata dei depositi bancari nazionali. La cifra italiana è di per sé già molto più alta rispetto sia a quanto prevedeva la normativa europea prima della riunione odierna (20.000 euro), sia a quanto oggi ha previsto (50.000 euro). Non cambia nulla dunque per i depositi italiani? In Irlanda, Danimarca, Grecia, Portogallo e Germania la garanzia è a sentire i governi illimitata. Dunque è possibile che ci sia una fuga dei capitali in questi stati, creando di fatto una situazione di concorrenza sleale nel mercato finanziario europeo, con ricadute sul piano della liquidità del sistema bancario nazionale e della tenuta stessa dei parametri che oggi consentono all’Italia di restare ancorata alla moneta unica europea. L’Inghilterra per prima ha deplorato le scelte irlandesi e tedesche, subendo un forte flusso in uscita di capitali, ma non sembra voler però compartecipare ai rischi europei, vista anche l’autonomia monetaria che la caratterizza. La competizione azionaria, oltre alla mancata fiducia fra i partner europei, di queste settimane sulle banche italiane dimostra come ci sia sul mercato la voglia di sfruttare il momento di grande debolezza del sistema creditizio italiano, comprando per pochi euro gioielli importanti della finanza nazionale.

 

 La Germania ha deciso dunque di governare questa crisi in modo autonomo, guardando ai propri land e abdicando al ruolo di guida del vecchio continente del Kohl aveva lasciato in eredità ai suoi giovani delfini. Una scelta che, oltre non riuscire a rassicurare i mercati, potrebbe comportare conseguenze molto dolorose per il proseguo del cammino di integrazione politica dell’Europa e anche momenti di difficoltà imprevedibile per alcuni stati membri. Purtroppo Italia in testa.

 

Il voto politico di aprile ha aperto nuovi scenari. Gli effetti sulla politica interna hanno già dimostrato di essere sostanziali. Prassi costituzionale innovata, chiarificazione del quadro della rappresentanza parlamentare, omogeneità programmatica del governo e legittimazione reciproca fra maggioranza e opposizione. Si è aperta una fase di dialogo fra le parti che consente di sperare nella modifica in senso europeo delle regole del gioco democratico. Ma tutto questo non basta a garantire al governo una azione esecutiva priva di disturbi. E i disturbi più significativi non sono quelli fisiologici della contrapposizione parlamentare (ad esempio la caduta del governo sull’emendamento salva Rete4), ma sono eterogenei, ma con un unico filo conduttore: l’ingerenza esterna. Come scrivemmo in un precedente post  occorre “Un governo che decida, che governi, che sia un grado di darsi una gerarchia e una agenda politica e che la detti al mondo della informazione e che non la subisca, capace di modificare in fretta anche il forte pregiudizio che permane nell’opinione pubblica e nei media internazionali”.

 

Prima la Spagna, poi il Vaticano e l’ONU sul tema della sicurezza, adesso la Germania sul dossier nucleare dell’Iran che pone il veto dell’ingresso dell’Italia nel gruppo 5+1. La partita si gioca in Europa, dove per fortuna sembra fare presa almeno il prestigio personale del ministro Tremonti, e nella rappresentanza che i media internazionali fanno del nostro paese. In gioco ci sono gli equilibri politici continentali in veloce evoluzione, ma soprattutto equilibri economici e sociali di portata strategica per il futuro del globo. La potenziale forza dell’esecutivo Berlusconi viene vissuta come un oggettivo pericolo da tutti coloro che in questi anni hanno goduto di posizioni di forza grazie proprio alla debolezza strutturale del nostro sistema politico ed economico. Dunque la critica preventiva all’Italia non nasce tanto a causa di una visione pregiudiziale sulla destra italiana, quanto dalla celata consapevolezza che un governo forte consentirebbe all’Italia di tentare di giocare non più di rimessa nei consessi internazionali politici ed economici. Per queste ragioni l’interferenza dialettica su scelte prese o da prendere dal nostro esecutivo da parte di esponenti di altri governi o di organizzazioni internazionali è parte di quel meccanismo complesso e convergente che tenta di “soffocare” la speranza della ripresa italiana. Occorre una sapiente regia per fronteggiare questa strategia tesa a lasciare il paese nel suo perimetro di arretratezza democratica ed economica.

 

Fermezza nella assunzione delle decisioni e apertura al dialogo per smascherare il pregiudizio. È necessaria una azione di radicale che parta da questi due pilastri per consentire la ridefinizione della percezione che all’estero si ha dell’Italia. Occorreranno certo anni per costruire questo processo. Ma per ottenere successi interni occorre che i disturbi dall’esterno siano ricondotti nell’alveo della fisiologicità, senza straripare il confine della ingerenza politica. Nell’agenda di Berlusconi sarebbe utile prevedere fra i primi interventi quello della creazione di un gruppo di azione per facilitare una corretta narrazione della società e della politica italiana. Un vero progetto di comunicazione, che potrebbe trovare nel moderno e corretto utilizzo della rete un plus vincente.

 

 

 Ci svendiamo, ci commissariamo o ci crediamo (in noi stessi)? Le tre opzioni in campo sull’affaire Alitalia sono la perfetta metafora del Paese. Siamo ad un bivio della storia economica occidentale. I processi finanziari e marcroeconomici spinti da una globalizzazione incontrollata ci stanno portando ai margini del sistema di potere. Siamo sempre meno competitivi, meno innovativi, arranchiamo con un carico di arretratezze strutturali e di appuntamenti mancati con i necessari processi di rinnovamento infrastrutturale e sociale. Dopo la stagione del ’92 con le grandi svendite (chimica e acciaio) e la svalutazione della lira, oggi si ripropone con il caso Alitalia un evento drammatico in termini economici e di appeal del paese. Svendere per sopravvivere mestamente o rifiutare l’offerta malevola dei francesi salvando l’orgoglio nazionale, ma lasciando morire la compagnia, svuotando di significato Malpensa e lasciando senza lavoro migliaia di lavoratori? Fino a qualche giorno fa le alternative su Alitalia erano solo queste due. Oggi c’è la terza scelta, grazie all’iniziativa di Berlusconi. Probabilmente la mossa del Cavaliere è dettata da esigenze elettorali (ne avevamo parlato giovedì scorso qui), ma nasconde anche un forte messaggio politico e sociale al paese e non solo elettorale, che va al di là del caso specifico. È una chiamata alle armi non solo rivolta agli imprenditori, ma in qualche modo al sistema paese. Un invito a credere che con la volontà e la competenza si può riuscire lì dove altri hanno fallito. Berlusconi sta parlando al paese, certo rinvigorisce il facile orgoglio nazionale e padano, ma soprattutto fa propria e rilancia su un tema concreto, facendolo divenire un punto focale dell’agenda mediatica ed elettorale, l’idea veltroniana del “si può fare”. Alitalia è un evento reale che coinvolge il nord, gli imprenditori, i lavoratori, i sindacati, il sistema Italia.  Su questo tema Berlusconi promette il miracolo che aveva smesso di inseguire all’inizio della campagna elettorale, quando parlava di sacrifici e di non essere un supereroe. Con Alitalia rilancia l’idea del miracolo. Ma lo fa non in modo generico,  come Veltroni (un nuovo boom) ma su un tema specifico. Su questo punto potrà essere giudicato ed in caso di successo dimostrerà in modo plastico la differenza fra il suo futuro governo e il governo Prodi. Non è solo comunicazione, è la mossa di un leader che si assume con coraggio, nonostante il vantaggio dei sondaggi, l’impegno di essere giudicato su una sfida precisa ed ardua, già al limite del fallimento. È una metafora del Paese. È un invito a credere che in Italia si può, tornare a volare! In tutti i sensi.

L’intervento cinese in Tibet, l’offerta Air-France per Alitalia, la recessione Usa che scuote le borse internazionali, il boom del petrolio, l’allarme terrorismo. Dall’esterno del cortile italiano giungono venti tempestosi. Che riflessi potranno avere sulla campagna elettorale questi avvenimenti? Per il momento occupano l’agenda mediatica, ma sembrano essere esclusi dal dibattito politico della campagna elettorale.  Lo strabismo della nostra classe dirigente porta a non valutare in modo concatenato gli eventi globali e gli effetti che essi provocano sulle scelte politiche nazionali e sulla società italiana. Si preferisce parlare ancora degli inviti della Cei a votare per i partiti che fanno riferimento ai valori cattolici, di presunti brogli, di programmi fotocopiati, di minimo salariale e di precariato. Temi importanti certo. Ma il mondo offre questioni e sfide da far tremare le vene ai polsi al futuro governo ed il fatto che la concentrazione elettorale resta opacamente rivolta a temi indigeni, obsoleti, quasi inutili rispetto alle dinamiche che decidono il nostro futuro tenore di vita, ci inquieta. C’è una difficoltà di fondo di tutta la classe dirigente italiana a volere affrontare elettoralmente questi temi. Per farlo  occorrerebbe offrire agli italiani una sintesi analitica dello scenario globale e spunti interessanti sul come fronteggiare le vere sfide dei nostri tempi: l’economia globalizzata, le risorse energetiche, il dialogo tra occidente e islam. Ci si rifugia pigramente nel tranquillo dibattito nazionale, forse un po’ più pacato rispetto al passato. Poche le eccezioni che creano scandalo perché rovesciano le prospettive e utilizzano misure e proposte inattese. Tremonti  appare uno dei pochi che da tempo si  prepara e annuncia  quello che oggi stiamo vivendo. Come nazione siamo inseriti in un contesto economico internazionale in profondo cambiamento. Il futuro ministro dell’Economia in un eventuale  governo Berlusconi ha una tesi sulle cause e una diagnosi per curare gli effetti. Dall’altra parte, nel Pd,  non sembra esserci nessuno che abbia svolto in questi ultimi anni un lavoro di previsione, di studio e analisi e di ricerca di nuovi modelli, anche contrari agli schemi precostituiti, come fatto da Tremonti sul tema della economia globalizzata. La partita si gioca nel mondo globalizzato e oggi la notizia dell’Istat sul disavanzo nello scambio commerciale lo dimostra. Non esistono ricette nazionali per affrontare la nuova economia del XXI secolo, perchè le dinamiche esterne incidono sempre di più sulla nostra capacità di crescita. Occorre superare i modelli economici conosciuti e applicati fino ad oggi. La Clinton ha invitato gli americani nell’ormai famoso spot tv in Texas a chiedersi chi volessero che rispondesse alle tre del mattino al telefono alla chiamata dei militari che annunciano un attacco, mentre i loro figli sono nel letto a dormire. Oggi gli italiani si devono chiedere, chi vogliono che fronteggi la sfida di una economia globale impazzita e resa ancora più instabile dall’incremento vertiginoso dei prezzi delle fonti energetiche, che ci promette che domani saremo sicuramente più poveri di ieri? Questa, forse, è la vera questione della sfida elettorale del 2008. Dare risposte chiare sul punto, oltre ad essere un dovere per chi ci chiede il voto per governare, è anche un modo efficace per convincere i tanti che ancora non hanno deciso.

Quale offerta politica troveremo sulla scheda elettorale il 13 aprile ?
Solo quando gli accordi saranno chiusi fra le due liste principali – PD e PDL – e gli altri partiti potremo affrontare con maggior sicurezza un’analisi di previsione sul risultato che uscirà dalle urne.
Una prima serie considerazioni sul rapido processo politico in corso a seguito della caduta del governo Prodi però è già possibile.
La legge elettorale tanto criticata e vessata, per colpa della quale era addirittura necessario a detta del Presidente Napoletano un governo istituzionale con lo scopo esclusivo di modificarla, alla prova dei fatti dimostra come sia una norma in realtà flessibile.
Occorrevano solo fantasia e coraggio politico per piegare la legge alle esigenze della semplificazione e del cambiamento del sistema.
Berlusconi e Veltroni lo hanno fatto, dimostrando che anche con il “Porcellum”, senza modifiche o passaggi referendari, oggi sia possibile superare la fase del “bipolarismo coatto” per cercare di entrare in una fase di un bipartitismo maturo di matrice europea.
Due forze stabilmente attorno 35% possono contendersi il governo del paese, grazie ad un generoso premio di maggioranza sia alla Camera, su base nazionale, che al Senato su base regionale. Sbarramenti di ingresso in parlamento abbastanza alti per i partiti esclusi dall’accordo di coalizione (4% alla Camera e 8%al Senato), eliminano possibili ricatti delle minoranze sul futuro governo.
Sbarramenti che di fatto hanno già prodotto una aggregazione stabile a sinistra, L’Arcobaleno, e probabilmente ne produrranno un’altra al centro fra la Rosa Bianca e l’Udc, in caso di mancato accordo fra Berlusconi e Casini. A destra resta solo la fiaccola di Storace, mentre alte forze presenti oggi in parlamento rischiano di non esserci più (IDV, Socialisti e Radicali) se non accettano la strada obbligata della lista unica proposta dal PD.
Lo schema di semplificazione è dunque in atto. A guardare bene anche un altro punto critico della legge, quello delle liste bloccate, è in fase di superamento per scelta autonoma dei partiti. Di fatto il parlamento nella scorsa legislatura si è caratterizzato come un luogo di nominati dalle segreterie di partito e non di eletti dal popolo, Questo elemento di criticità può essere risolto grazie alla volontà delle forze politiche di attuare una fase di preselezione dei candidati attraverso un passaggio elettorale interno: le cosiddette “primariette” promosse dal PD. Sta ora al PDL seguire l’esempio.
Nel complesso la dinamicità del momento politico prefigura una evoluzione sistemica della rappresentazione elettorale che sarà determinate per l’esito elettorale. I fattori che entrano in gioco sono tre. Il primo riguarda la residua appartenenza ideologica di parte dell’elettorato, che comunque resta un elemento importante per il voto di identità, soprattutto alle estreme dell’arco costituzionale e per i partiti di forte richiamo “confessionale”. Il PD si è staccato dalla sinistra radicale facendo forza di questa scelta per sbloccare l’immobilismo del quadro politico uscito fuori dal voto del 2006. Berlusconi da parte sua ha accettato di scoprirsi sulla destra rifiutando l’accordo con Storace e al centro imponendo all’Udc di rinunciare al proprio simbolo per contrarre un eventuale accordo. Dunque il voto ideologico delle estreme e quello “confessionale del centro, che possiamo quantificare in un 16-18% (8% L’Arcobaleno, 2% La Destra di Storace, 5-8% Udc più Rosa Bianca) è già prima del voto escluso da qualsiasi ruolo decisivo per la tenuta del governo alla Camera dei Deputati. Discorso diverso al Senato dove il premio di maggioranza regionale pone diversi problemi ad entrambi gli schieramenti in alcune regioni.
Il secondo fattore attiene alla intelligenza dell’elettorato che si orienterà con molta probabilità verso un “voto utile”, come invocato in coro da Berlusconi e Veltroni, concentrando l’attenzione nei confronti delle due maggiori offerte politiche, considerate le uniche in grado di concorrere alla conquista del premio di maggioranza.
Il terzo fattore attiene alla proposta programmatica delle forze politiche. Essa non sarà più generica e frastagliata (ricordiamo le 280 pagine del programma dell’Unione), ma stringata e puntuale. Probabilmente in questa campagna non si parlerà più di ideologie e lo scontro elettorale non sarà fra forze che si delegittimano reciprocamente. Effettivamente il programma avrà un appeal maggiore per l’elettorato e sarà al centro del dibattito. Questo perché l’omogeneità dell’offerta elettorale lo rende agli occhi dell’elettorato potenzialmente più facilmente realizzabile rispetto ai programmi presentati nelle scorse elezioni, proprio perché frutto di una elaborazione di un solo partito (PD) o di una sola lista (PDL).
Tutto questo certo dovrà scontrarsi dopo il voto con la realtà delle norme costituzionali e dei regolamenti parlamentari che oggi appaiono ancora essere un freno alla costituzione di governi forti e capaci di svolgere a pieno il ruolo esecutivo loro assegnato dalla volontà popolare. Ma anche qui la fase del dialogo palese o informale fra le due maggiori forze politiche appare un elemento di speranza e di cambiamento delle prassi politiche e costituzionali prima e delle norme poi.
Ecco dopo il gennaio delle metastasi che corrodevano l’Italia (l’immondizia della Campania, il rifiuto dei professori della Sapienza di accogliere il Papa, l’arresto della moglie del Ministro di Grazia e Giustizia, la crisi di governo, la riesumazione dopo 14 anni delle consultazioni del premier preincaricato) e la sua immagine nel mondo, appare profilarsi quel tipico momento italiano, che consente alla nostra nazione di risollevarsi d’improvviso, di costruire le condizioni per una rapida inversione di tendenza, per restituire un flebile fiato di speranza e di fiducia. Il voto del 2008 potrebbe essere l’inizio di questo nuovo “momento italiano”. Non un miracolo economico o un salvifico bagno elettorale per affogare nelle braccia dell’uomo del destino, ma un momento di autocoscienza, collettiva, di sobrietà della classe politica, magari camuffata per pure esigenze di parte, ma che almeno stempera o annulla i toni di una guerra civile e ideologica che non pareva voler finire neanche dopo 60 anni dalla nascita della Repubblica. Le urla di odio e i megafoni dell’antipolitica e dello scontro inequivocabilmente doveroso potrebbero essere in parte lasciati fuori dal parlamento o costretti al ruolo di opposizione a prescindere dentro il parlamento.
È l’istante prima del baratro, il classico istante in cui l’Italia è capace di cogliere il suo momento per risollevarsi di quel tanto che occorre per tornare ad essere quello strano, complesso, difficile e fantastico paese che nonostante tutto siamo.
È una speranza, ma del resto senza sarebbe difficile avere ancora la voglia di raccontare questo paese.