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“In Italia abbiamo politici di un certo livello che vanno salvaguardati.” Così la pensa il capogruppo del PDL alla Camera Fabrizio Cicchitto. Idea condivisa in cuor loro da quasi tutti i deputati eletti, pardon, nominati al Parlamento. Neanche fossero panda in via di estinzione. Ma l’istinto di sopravvivenza, si sa, è forte. Si rendono conto che occorre trovare un modo per essere preservati dall’onda d’urto d’indignazione popolare che di certo tracimerà dalle urne nella prossima primavera e travolgerà quasi tutta la classe dirigente della cosiddetta seconda Repubblica.

L’attuale legge elettorale, più nota come Porcellum, non appare più commestibile. Il presidente Napolitano ha richiamato l’esigenza della sua abrogazione ben nove volte negli ultimi sei mesi. Gli sherpa dei partiti sono a lavoro, alacremente. Bisogna ridare il diritto di scelta ai cittadini, almeno così dicono tutti i leader davanti alle telecamere. Ma poi in gran segreto si cercano soluzioni fantasiose per impedire che gli elettori possano davvero scegliere i candidati a loro giudizio migliori.

La legge in preparazione nel retrocucina del Palazzo è un bel minestrone con una base proporzionale, corretto con un premio di maggioranza garantito al primo partito, infarcito di listini bloccati per preservare “i politici di un certo livello” e guarnito con i collegi uninominali. Ma si badi bene, collegi uninominali non su base maggioritaria (chi prende un voto in più del secondo viene eletto), bensì su base proporzionale con i coefficienti. Per intenderci: come avviene oggi per eleggere i consiglieri provinciali. Insomma potremmo ritrovarci eletto un candidato che magari nel nostro collegio uninominale è arrivato terzo, ma avendo ottenuto il coefficiente più alto fra gli altri candidati del suo partito si troverà spalancate le porte del Parlamento a danno del più votato dai cittadini. Una farsa.

La Casta dei nominati cerca la formula magica per accreditarsi davanti agli elettori con una legge elettorale bella e nuova che appaia molto più digeribile del Porecellum, ma che consenta nei fatti di lasciare in mano ai leader di partito la scelta effettiva dei futuri parlamentari. Il gioco è però rischioso. La consapevolezza di essere presi in giro potrebbe far esplodere una indignazione generale e incontrollata e l’elettorato potrebbe stravolgere i piani dei vecchi partiti scegliendo nell’urna i nuovi movimenti che si proclamano anti-casta. In uno scenario simile anche l’uscita di emergenza di un nuovo governo tecnico-politico basato sui voti parlamentari di una grosse-koalitionen potrebbe non essere più percorribile.

Se dal Porcellum cadessimo nel Salvacasta nessun risultato sarebbe scontato nella primavera del 2013.

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#vastoritocco

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#lostatononesiste

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La lunga notte del Molise consegna al Paese un senso di incompiutezza. Cambiare è difficile. La protesta contro la politica si esprime con l’astensionismo e il voto antisistema, che paradossalmente diviene una sponda decisiva per il mantenimento dello status quo. Grillo offre una valida alternativa a tutti quelli che prima votavano scheda bianca o nulla e ai delusi dai partiti. Un 5% che risulta decisivo, come in Piemonte, ma che in realtà in questo caso contiene anche l’espressione di un voto politico di una certa area di centrosinistra esclusa dai grandi patti elettorali e che si è così vendicata di chi non ha saputo tutelarla nella fase delle alleanze. Ma il voto dimostra anche il forte radicamento sul territorio dei signori delle preferenze che continuano a popolare il centrodestra, rendendolo sul terreno della sfida proporzionale imbattibile. Alla fine Berlusconi può archiviare questa tornata elettorale con soddisfazione: esposizione mediatica nulla e vittoria risicata. Un piccolo sostegno dopo il voto di fiducia del 14 ottobre che rende la via verso natale ancora più agevole. Al Molise resta la consapevolezza che l’occasione del cambiamento per dare una direzione nuova al Paese è stata fallita. Probabilmente ancora una volta più per demerito di chi non ha saputo raccogliere attorno a se tutti i delusi, che sono la maggioranza, che non per merito di chi in minoranza si ritrova al potere!

Smentito. Neanche il tempo di postare il precedente articolo che la cronaca politica si è apprestata a sconfessarmi. Veltroni chiude l’accordo tecnico con Di Pietro. L’IDV è l’unico partito degno di potersi apparentare con il nuovo PD e avere la dignità di portare sulla scheda elettorale il proprio simbolo affianco a quello di Veltroni. Di Pietro più degno dei Radicali e dei Socialisti. Una forza che dell’antipolitica (le attuali posizioni pro Grillo), del girotondismo (il megafono come strumento di lotta nella fase post elezioni del 2001) e del giustizialismo ha fatto la sua identità politica. Cosa ha consentito questo accordo? Motivi politici o altro? Veltroni deve ora spiegare cosa significasse per lui “andare da soli per essere liberi”, come ha sostenuto appena domenica scorsa a Spello. Solo evidente tattica politica e necessità aritmetica per confrontarsi in modo meno sproporzionato con Berlusconi o c’è qualcosa di più e di diverso dall’aspetto politico che lega i maggiorenti del ex segreteria PCI-PDS-DS all’uomo dalle “mani pulite”? Barberino del Mugello è un ricordo lontano, ma riprendere il filo rosso che unisce la storia del l’ex PM con quella politica di Massimo D’Alema e della classe dirigente postcomunista è un esercizio doveroso per comprendere la attuale momento politico e la storia che ci ha portato fino a qui. Un pezzetto di muro è stato rialzato sul confine del dialogo fra PDL e PD. I Primi commenti già ci fanno intravedere che i falchi sono pronti a volare di nuovo sul terreno della pacificazione politica. Le premesse per il cambiamento erano state poste, ma le forze della conservazione dello status quo sembrano poter contare su armi segrete e molto efficaci. Vedremo se dall’altra parte la contromossa sarà “imbarcare” l’UDC di Casini e riandare verso coalizione elettorali più ampie di quelle a.uspicate