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Senza la rigenerazione periodica del voto la democrazia è un’astrazione. La crisi economica non ha sospeso le leggi della Repubblica parlamentare. Alla guida dell’Italia c’è un governo tecnico, composto da professori non legittimati dal voto popolare. Essi sono però sostenuti da un Parlamento che ne ha riconfermato il pieno diritto di esistenza con decine di voti di fiducia. La forma è salva. La sostanza, probabilmente, lo sarà a breve: la parentesi del Governo tecnico di Monti non verrà chiusa, bensì allungata attraverso il voto popolare.

Le elezioni del 2013 sono vicine. I tempi per la trasformazione dei tecnici in neo-politici maturi. Nella sussistenza della crisi economica che non indietreggia, si annida l’alibi per rendere l’inizialmente provvisoria esperienza del governo tecnico un elemento di novità politica ben più duraturo. Monti non è un “Signor Wolf”, il personaggio del film Pulp Fiction di Quantin Tarantino, che in meno di due ore risolve problemi indistricabili. Dopo 8 mesi di governo lo spread resta alto sopra i 450 punti base. La produzione industriale cala ai livelli degli anni ’90. La disoccupazione giovanile sfonda ogni record. Le tasse deprimono i consumi e abbattono il gettito dell’Iva.

Monti forse ha deluso le aspettative del Presidente Napolitano che lo aveva visto come un “Deus ex machina”. Ma in questa sua ancora incompiuta salvezza tecnica dell’Italia risiede la sua nuova forza politica. Il baratro resta vicino. Monti può quindi proporsi come successore di se stesso. Questa volta passando dal suffragio parlamentare a quello elettorale.

Il professore della Bocconi ha occupato uno spazio politico che i partiti hanno incredibilmente lasciato vuoto e che la società civile o nuovi soggetti politici non hanno avuto la capacità e la forza di riempire. La sua presentabilità internazionale è la sua arma migliore. Un elemento che altrove è precondizione indispensabile per essere premier, ma che in Italia, dopo venti anni di seconda Repubblica, appare una rara qualità. Monti a Bruxelles e a Washington, lì dove si discutono i destini dei popoli e delle economie del Vecchio Continente, ha consentito che l’Italia fosse nuovamente ascoltata, rispettata, a volte esaudita. Nessun altro protagonista politico oggi sulla scena può vantare questo indispensabile requisito.

I partiti sono troppi deboli, le classi dirigenti che li guidano troppo logore. Di immobilismo si muore. E questi partiti, probabilmente, immobili lo sono da tempo. Inoltre, di fronte alle iniziative di Beppe Grillo di offrire all’elettorato esacerbato un comodo contenitore nel quale scaricare un voto indifferenziato di rabbia, con l’obiettivo esclusivo di far saltare il sistema della partitocrazia, le classi dirigenti dell’attuale maggioranza parlamentare saranno costrette, pur di non scomparire, di garantire a Mario Monti il voto di fiducia più importante. Dopo aver convinto tante volte i propri parlamentari a votare la fiducia, ora dovranno convincere i propri elettori che nella consultazione elettorale della primavera 2013 non c’è alternativa per salvare l’Italia, e loro stessi, se non quella di trasformare il Governo Monti, da governo tecnico a governo pienamente politico.

Ho abbandonato il sito per un po’ di tempo. Cercherò di recuperre.  Chiedo scusa a chi veniva a cercare qualche nuovo spunto e ha trovato solo vecchie riflessioni. Dall’ultimo post molte cose sono cambiate nella politica italiana e nella vita del paese. Un pensiero è rivolto a L’Aquila e all’Abruzzo. Un altro a Walter Veltroni che nel marzo scorso con il discorso di Spello ha aperto una porta verso il futuro della politica italiana. Poi spaventato quella porta la ha richiusa alleandosi con Di Pietro. Per quella scelta è stato politicamente disintegrato. Tornerò a parlare di politica, comunicazione, economia e sondaggi. Cercando di prevedere, come a volte è capitato, quello che ci attende. Grazie.

Mi chiedo se in questa strana società dominata dal politicamente corretto e dai media è davvero possibile giustificarsi da un omicidio dicendo “però, non siamo razzisti!” Razzisti no, ma assassini per futili motivi si! In Italia dunque è meglio essere assassini piuttosto che xenofobi? Credo che la distorsione che ogni evento di cronaca, piegato da un lato alle esigenze di enfatizzazione mediatica e dall’altro alla necessità di una pur qualche utilità di consenso politico, ci stia facendo del tutto perdere la gerarchia dei valori ultimi. Insomma davvero viviamo in una società dove l’assassinio ha una rilevanza nel percepito sociale inferiore al razzismo? È davvero più odioso un razzista, rispetto ad un assassino? È davvero maggiore la infamia sociale di fare distinzioni di appartenenza razziale rispetto all’atto di uccidere deliberatamente o per eccesso di foga un ragazzo, colpevole agli occhi dei propri carnefici di aver “rubato” biscotti o al massimo l’incasso della serata?

 

Assessori che si lanciano in acrobazie linguistiche per difendere la apertura mentale di Milano e dei milanesi, che razzisti non sono e non lo possono essere.  Al massimo solo assassini, ma non certo incitati alla violenza dal colore della pelle della propria vittima. Insomma davvero lo scandalo è il colore della pelle di quel ragazzo morto ammazzato e non il fatto che sia morto? Per mano di un padre e di un figlio che hanno sentito il diritto di vendicare l’affronto di vedersi rubare la propria ruba fino al punto estremo dell’esecuzione, volontaria o meno lo deciderà il processo.

 

La prima pagina è scattata per il colore della pelle di Abdul, “l’italiano”, altrimenti sarebbe stata una breve in cronaca. Mi sbaglio?  La politica si è appropriata delle spoglie di quel ragazzo per montarci su il suo bel caso del giorno.   La verità è che dietro questa morte ci sono solo i futili motivi di una società schizofrenica, che trova l’ispirazione del politicamente corretto solo davanti alle telecamere accese. Se spente c’è solo la peggiore scorrettezza esistenziale di uomini senza valori.

 Ci svendiamo, ci commissariamo o ci crediamo (in noi stessi)? Le tre opzioni in campo sull’affaire Alitalia sono la perfetta metafora del Paese. Siamo ad un bivio della storia economica occidentale. I processi finanziari e marcroeconomici spinti da una globalizzazione incontrollata ci stanno portando ai margini del sistema di potere. Siamo sempre meno competitivi, meno innovativi, arranchiamo con un carico di arretratezze strutturali e di appuntamenti mancati con i necessari processi di rinnovamento infrastrutturale e sociale. Dopo la stagione del ’92 con le grandi svendite (chimica e acciaio) e la svalutazione della lira, oggi si ripropone con il caso Alitalia un evento drammatico in termini economici e di appeal del paese. Svendere per sopravvivere mestamente o rifiutare l’offerta malevola dei francesi salvando l’orgoglio nazionale, ma lasciando morire la compagnia, svuotando di significato Malpensa e lasciando senza lavoro migliaia di lavoratori? Fino a qualche giorno fa le alternative su Alitalia erano solo queste due. Oggi c’è la terza scelta, grazie all’iniziativa di Berlusconi. Probabilmente la mossa del Cavaliere è dettata da esigenze elettorali (ne avevamo parlato giovedì scorso qui), ma nasconde anche un forte messaggio politico e sociale al paese e non solo elettorale, che va al di là del caso specifico. È una chiamata alle armi non solo rivolta agli imprenditori, ma in qualche modo al sistema paese. Un invito a credere che con la volontà e la competenza si può riuscire lì dove altri hanno fallito. Berlusconi sta parlando al paese, certo rinvigorisce il facile orgoglio nazionale e padano, ma soprattutto fa propria e rilancia su un tema concreto, facendolo divenire un punto focale dell’agenda mediatica ed elettorale, l’idea veltroniana del “si può fare”. Alitalia è un evento reale che coinvolge il nord, gli imprenditori, i lavoratori, i sindacati, il sistema Italia.  Su questo tema Berlusconi promette il miracolo che aveva smesso di inseguire all’inizio della campagna elettorale, quando parlava di sacrifici e di non essere un supereroe. Con Alitalia rilancia l’idea del miracolo. Ma lo fa non in modo generico,  come Veltroni (un nuovo boom) ma su un tema specifico. Su questo punto potrà essere giudicato ed in caso di successo dimostrerà in modo plastico la differenza fra il suo futuro governo e il governo Prodi. Non è solo comunicazione, è la mossa di un leader che si assume con coraggio, nonostante il vantaggio dei sondaggi, l’impegno di essere giudicato su una sfida precisa ed ardua, già al limite del fallimento. È una metafora del Paese. È un invito a credere che in Italia si può, tornare a volare! In tutti i sensi.

L’intervento cinese in Tibet, l’offerta Air-France per Alitalia, la recessione Usa che scuote le borse internazionali, il boom del petrolio, l’allarme terrorismo. Dall’esterno del cortile italiano giungono venti tempestosi. Che riflessi potranno avere sulla campagna elettorale questi avvenimenti? Per il momento occupano l’agenda mediatica, ma sembrano essere esclusi dal dibattito politico della campagna elettorale.  Lo strabismo della nostra classe dirigente porta a non valutare in modo concatenato gli eventi globali e gli effetti che essi provocano sulle scelte politiche nazionali e sulla società italiana. Si preferisce parlare ancora degli inviti della Cei a votare per i partiti che fanno riferimento ai valori cattolici, di presunti brogli, di programmi fotocopiati, di minimo salariale e di precariato. Temi importanti certo. Ma il mondo offre questioni e sfide da far tremare le vene ai polsi al futuro governo ed il fatto che la concentrazione elettorale resta opacamente rivolta a temi indigeni, obsoleti, quasi inutili rispetto alle dinamiche che decidono il nostro futuro tenore di vita, ci inquieta. C’è una difficoltà di fondo di tutta la classe dirigente italiana a volere affrontare elettoralmente questi temi. Per farlo  occorrerebbe offrire agli italiani una sintesi analitica dello scenario globale e spunti interessanti sul come fronteggiare le vere sfide dei nostri tempi: l’economia globalizzata, le risorse energetiche, il dialogo tra occidente e islam. Ci si rifugia pigramente nel tranquillo dibattito nazionale, forse un po’ più pacato rispetto al passato. Poche le eccezioni che creano scandalo perché rovesciano le prospettive e utilizzano misure e proposte inattese. Tremonti  appare uno dei pochi che da tempo si  prepara e annuncia  quello che oggi stiamo vivendo. Come nazione siamo inseriti in un contesto economico internazionale in profondo cambiamento. Il futuro ministro dell’Economia in un eventuale  governo Berlusconi ha una tesi sulle cause e una diagnosi per curare gli effetti. Dall’altra parte, nel Pd,  non sembra esserci nessuno che abbia svolto in questi ultimi anni un lavoro di previsione, di studio e analisi e di ricerca di nuovi modelli, anche contrari agli schemi precostituiti, come fatto da Tremonti sul tema della economia globalizzata. La partita si gioca nel mondo globalizzato e oggi la notizia dell’Istat sul disavanzo nello scambio commerciale lo dimostra. Non esistono ricette nazionali per affrontare la nuova economia del XXI secolo, perchè le dinamiche esterne incidono sempre di più sulla nostra capacità di crescita. Occorre superare i modelli economici conosciuti e applicati fino ad oggi. La Clinton ha invitato gli americani nell’ormai famoso spot tv in Texas a chiedersi chi volessero che rispondesse alle tre del mattino al telefono alla chiamata dei militari che annunciano un attacco, mentre i loro figli sono nel letto a dormire. Oggi gli italiani si devono chiedere, chi vogliono che fronteggi la sfida di una economia globale impazzita e resa ancora più instabile dall’incremento vertiginoso dei prezzi delle fonti energetiche, che ci promette che domani saremo sicuramente più poveri di ieri? Questa, forse, è la vera questione della sfida elettorale del 2008. Dare risposte chiare sul punto, oltre ad essere un dovere per chi ci chiede il voto per governare, è anche un modo efficace per convincere i tanti che ancora non hanno deciso.

  D’Alema contro Confindustria in difesa del Ministro Damiano sul tema della sicurezza sul lavoro, Parisi incerto se candidarsi dopo le parole ascoltate a Ballarò da Calearo, la Bresso che ricorda che le donne nelle liste sono davvero poche,  Pannella che sciopera per i posti sicuri ma non troppo dei radicali. E  Veltroni costretto a ricordare a tutti che “il PD non è un tram”. Isterismi da rimonta possibile o da rimonta incompiuta? La nomenklatura del partito, comunque, fatte alcune debite e opportune eccezioni (Prodi e Visco) si è messa al sicuro nelle liste bloccate, con qualche figlio d’arte e qualche assistente dei vertici premiati perché come dice Franceschini “gli assistenti fanno la storia” e “i figli di non vanno penalizzati”. E poi è arrivata la nottataccia americana, con la Clinton che ha infranto lo slancio di Obama verso la nomitation anticipata e di conseguenza anche i calcoli di Veltroni.Veltroni per uscire da questo momento negativo cosa si inventerà? Per il momento assistiamo a quello che avrebbe voluto far dimenticare all’elettorato. Le querelle e le polemiche interne dell’Unione. Negli ultimi giorni il PD sembra una Unione bonsai.

Il fascino della riconciliazione, la capacità di attrarre voti dal centro e dall’area conservatrice, di eccitare i delusi, di fare sperare i disillusi, di addolcire i cinici (per approfondire leggi qui. ) L’America appare incantata dall’icona Obama, che prospetta un futuro in cui tutti trovano la soddisfazione di una appartenenza allargata e meno identitaria (razza, religione, credo politico). Obama non racconta ancora quali scelte concrete una volta entrato nella sala ovale prenderà sui temi fondamentali per il futuro degli Usa e del pianeta. Iraq, politica estera, dialogo con gli stati canaglia, ricette per l’economia che sta entrando in recessione. Una vaghezza che lascia aperte le porte a tutti quelli che intravedono nelle sue parole una somiglianza possibile con le proprie idee. È il fascino della vaghezza. Di una imprecisione voluta, di una attenta e meticolosa circumnavigazione del cuore dei problemi. È Obama l’inventore dello stile semantico/politico del “ma anche”. È la morte della ideologia e della visione politica che dalla fine dell’ottocento ci dice che i problemi della società vanno risolti richiamandosi ai propri valori di parte (razza, religione, credo politico, visione economica). Obama non parla di valori, ma esalta i principi, che si devono confrontare l’uno affianco all’altro e le possibili soluzioni frutto del dialogo fra tutti. Veltroni, attraverso la sua campagna elettorale, sta rubando molto più di uno slogan o semplici idee di propaganda. Sta applicando anche alla politica italiana una nuova filosofia dell’agire pubblico delle democrazie occidentali. La fine della ideologia, della visione di parte, dell’idea politica come strumento dei valori che conformano un gruppo, una appartenenza. Il “ma anche” veltroniano è un sintomo più che una degenerazione di una evoluzione non solo semantica della politica.

Il novecento è finito e vanno riposte nei cassetti della memoria le contrapposizione ideologiche e valoriali che dal 1918 in poi hanno devastato l’Italia sino ad oggi. Veltroni segue l’esempio di Obama. Ha costruito prima un grande contenitore dove tutte le componenti della società possono trovare posto: laici, cattolici, operai, imprenditori, precari, scienziati, poliziotti, ricercatori. Dove il collante non è più l’appartenenza ideologica, la gerarchia valoriale, la visione della società e del mondo. Il collante è la ricerca comune di una nuova speranza. La ricerca di trovare la strada per raggiungere una nuova frontiera. Il collante è la conversazione. C’è un fascino innegabile in questa proposta politica, che sconta la probabile irrisolutezza di fronte alla enorme sfida che pongono  i problemi del XXI secolo. E l’elettorato che meglio può recepire questo messaggio paradossalmente sta alla sinistra del PD, nonostante quel popolo sia quello più legato ad una ideologia ad una storia che ha pervaso il secolo breve. La partita Veltroni la gioca lì. Al centro, dove ci sono ancora i voti dei moderati, lascia che la competizione contro Berlusconi la giochi Casini, soprattutto al senato. Qualcosa di nuovo sicuramente Veltroni sta offrendo agli italiani, non sappiamo quando sia però qualcosa di giusto.

Il gioco delle trattative prosegue. Il PD comprende che il tema dell’aborto sarà al centro del dibattito e vuole coprirsi oltre che sul lato cattolico, Binetti docet, anche sul alto laico fagocitando i radicali e soprattutto la Bonino. Mai come adesso,  visto il riaccendersi del tema, la leader radicale potrebbe rivelarsi un valore aggiunto di immagine per il PD, rosicchiando voti fra le femministe e l’elettorato  e le donne della sinistra radicale. La trattativa prosegue e alla fine Pannella & Co. potrebbero rinunciare al simbolo ed entrare nel listone veltroniano portando in dote un altro 1,8-2,3%. I socialisti invece restano fuori. Rimozione storica. A destra Ferrara appare utile strumento attraverso la sua battaglia di coerenza sul tema della moratoria sull’aborto, ai giochi anti-Casini di Berlusconi. Abbiamo visto ieri il perchè.  Ma intanto il centro cerca di organizzarsi per superare le soglie di sbarramento. Casini ha rotto gli induci e ha chiamato a raccolta amici ed ex compagni di partito. L’unione di centro è sempre più una ipotesi fattibili, con Casini candidato premier. Sondaggi alla mano oltre il 7%. Resta il dubbio che il popolo dell’Udc segua Casini o resti dentro i confini dell’ex CDL. I cattolici di opinione intatno come detto potrebbero essere tentati di votare Ferrara e il suo movimento pro-life. A destra Storace sembra aver paura di proseguire la corsa da solo e ritrovarsi fuori dal parlamento. Tutti i sondaggi lo danno sotto la soglia del 4%. Ecco che oggi sul Corriere della Sera si documentano telefonate fra il leader de La Destra e il portavoce di Berlusconi.  Gioco rischioso per Berlusconi già accusato dal PD di rappresentare una forza sempre più di destra vista anche la rottura con Casini. L’accordo con Storace non si farà,  aw non con la rinuncia del simbolo. Ma sarebbe utile conoscere il clima fra gli elettori di AN.  Casini indica nella scelta di Alleanza Nazionale la decisione di accettare una vera e propria “annessione”. Fini al contrario evoca l’orizzonte sognato sin dai giorni di Fiuggi dell’approdo al PPE. E indica come esito finale per AN lo scioglimento in autunno. Gli elettori saranno tutti fedeli alla linea del leader bolognese? Storace spera di raccogliere molti delusi, ma le soglie del 4% alla camera e dell’8% al senato fanno davvero paura e per questo ringhia dal suo blog contro la superbia di Berlusconi.

Ha aperto la crisi di governo e evitato che il referendum “distruggi cespugli” si celebrasse il prossimo 18 giugno. Ma l’attuale quadro delle alleanze, frutto dell’accelerazione imposta da Veltroni e Berlusconi al sistema politico potrebbe produrre un effetto travolgente per Mastella. Fuori dal parlamento. Una prospettiva certa se il leader di Ceppaloni non troverà un’intesa di coalizione con Casini e Tabacci. Per il momento il leader Udc nicchia lasciando a Cesa il compito di intavolare le trattative. Il centro si organizza, ma nella prossima legislatura, stante il premio di maggioranza, anche nel caso che si organizzi in coalizione un’area che raccoglie gli esponenti della tradizione democratica-crisitana, se essa non sarà alleata alle liste vincenti l’esito scontato sarà quello di avere una presenza minore di deputati di ispirazione cristiana.

Smentito. Neanche il tempo di postare il precedente articolo che la cronaca politica si è apprestata a sconfessarmi. Veltroni chiude l’accordo tecnico con Di Pietro. L’IDV è l’unico partito degno di potersi apparentare con il nuovo PD e avere la dignità di portare sulla scheda elettorale il proprio simbolo affianco a quello di Veltroni. Di Pietro più degno dei Radicali e dei Socialisti. Una forza che dell’antipolitica (le attuali posizioni pro Grillo), del girotondismo (il megafono come strumento di lotta nella fase post elezioni del 2001) e del giustizialismo ha fatto la sua identità politica. Cosa ha consentito questo accordo? Motivi politici o altro? Veltroni deve ora spiegare cosa significasse per lui “andare da soli per essere liberi”, come ha sostenuto appena domenica scorsa a Spello. Solo evidente tattica politica e necessità aritmetica per confrontarsi in modo meno sproporzionato con Berlusconi o c’è qualcosa di più e di diverso dall’aspetto politico che lega i maggiorenti del ex segreteria PCI-PDS-DS all’uomo dalle “mani pulite”? Barberino del Mugello è un ricordo lontano, ma riprendere il filo rosso che unisce la storia del l’ex PM con quella politica di Massimo D’Alema e della classe dirigente postcomunista è un esercizio doveroso per comprendere la attuale momento politico e la storia che ci ha portato fino a qui. Un pezzetto di muro è stato rialzato sul confine del dialogo fra PDL e PD. I Primi commenti già ci fanno intravedere che i falchi sono pronti a volare di nuovo sul terreno della pacificazione politica. Le premesse per il cambiamento erano state poste, ma le forze della conservazione dello status quo sembrano poter contare su armi segrete e molto efficaci. Vedremo se dall’altra parte la contromossa sarà “imbarcare” l’UDC di Casini e riandare verso coalizione elettorali più ampie di quelle a.uspicate