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I giornali italiani titolano “Fate presto!” Certo, si comprende l’urgenza ma è molto vago sia il cosa fare, sia il come farlo. E’ servito a poco fare i compiti a casa: tassare all’inverosimile i cittadini, costringerli a lavorare di più e più a lungo, ridurre le risorse per il welfare, proseguire con i tagli lineari sulla spesa pubblica. Dopo nove mesi di governo Monti non è stata partorita nessuna soluzione risolutiva. Lo spread resta alto, il debito pubblico sfiora i 2.000 miliardi di euro, il rischio default per tutti i Paesi mediterranei dell’area euro rimane altissimo. Grecia e Spagna eseguono ordini, accettano memorandum dolorosissimi a fronte di ristrutturazione del debito o prestiti al proprio sistema bancario. Ma la crisi si avvita ugualmente, con il rischio di contagiare anche l’Italia.

E’ evidente che le democrazie nazionali non hanno più gli strumenti in grado di fronteggiare una crisi di sistema economica e finanziaria, in quanto sprovvisti di sovranità in campo monetario. Con il Fiscal Compact gli Stati hanno rinunciato anche alla sovranità in politica fiscale e di bilancio, dopo che con Maastricht, venti anni prima, avevano abdicato alla quella monetaria. Forse è da qui che bisogna ripartire per comprendere questa crisi.

La politica di emissione della moneta e gestione dei tassi di interesse è stata affidata alla Bce, un organismo privato, privo di alcuna legittimità democratica che si trova impossibilitato dalle norme dei trattati europei che lo istituirono ad agire, come tutte le altre Banche Centrali del mondo, come prestatore di ultima istanza. Svolge la funzione di regolatore dei tassi, ma poco sono serviti i continui tagli sul tasso di interesse del denaro. La fiducia tra le banche non è tornata, il credito a famiglie e imprese resta congelato. La recessione avanza.

Illuminati in questo senso sono le parole del Presidente della Banca Centrale di Francia, Christian Noyer, il quale ammette candidamente che “stiamo attualmente osservando un fallimento del meccanismo di trasmissione della politica monetaria.” Egli indica, primo fra gli euro-tecnocrati, la drammaticità della situazione. L’esperimento della moneta unica è un Frankenstein che non risponde più ai comandi dei suoi inventori e alle regole consolidate della politica monetaria. Per i mercati il tasso di interesse verso le singole banche private dipende dai costi di finanziamento dello Stato in cui esse sono domiciliate e non più, come sarebbe lecito attendersi, dal tasso di interesse overnight della BCE. E’ evidente che “il meccanismo di trasmissione della politica monetaria non è più funzionate.”

Una verità banale, scomoda, tragica: l’euro è invenzione monetaria fuori controllo. Va eliminato o totalmente ripensato, prima che distrugga definitivamente l’economia e la democrazia di alcuni, o probabilmente di tutti Paesi, che l’hanno adottato.

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Si scrive Fiscal Compact, si legge fine dello Stato Nazione. Nel silenzio inquietante del sistema informativo e senza neanche la parvenza di un dibattito pubblico adeguato all’importanza della decisone assunta, il Parlamento italiano ha approvato il trattato fiscale europeo. Una cessione di sovranità sulle prerogative fiscali ed economiche senza precedenti che vincola l’Italia a comportamenti vigilati e passibili di ricorso da parte degli altri Stati membri della UE davanti alla Corte Europea sul versante della politica di bilancio e fiscale.

Oltre all’obbligo del pareggio di bilancio, già inserito nelle scorse settimane in Costituzione con riservata solerzia, l’Italia ieri si è obbligata a far rientrare il debito pubblico dal 129% attuale al 60% nei prossimi venti anni. Un impegno che in assenza di crescita del PIL, equivale a manovre attraverso tagli della spesa pubblica o dimissioni di patrimonio pubblico pari a 50miliardi di euro l’anno per i prossimi vent’anni.

Roma ha scelto di legarsi indissolubilmente all’Europa, di concedere a organi esterni allo Stato la prerogativa di vigilare e sanzionare le scelte fiscali e di politica di bilancio nazionale. Ha deciso che l’euro non é solo una moneta, il mezzo attraverso il quale rendere la vita dei cittadini migliore, ma il fine ultimo al quale sacrificare ogni altro valore democratico. Di fatto si é ipotecata la possibilità di offrire visioni politiche alternative alla moneta unica, comprimendo la sovranità popolare, né informata sul tema, né chiamata a dare un giudizio su questa scelta.

Al di là del merito sulla decisone assunta, quello che inquieta é il totale silenzio che ha avvolto un voto parlamentare così importante e delicato. Silenzio della classe politica, silenzio degli organi di informazione. Che si tratti di autocensura, di controllo dell’informazione centralizzato, di paternalismo o di incompetenza é comunque sconcertante che il giorno dopo questa decisione la parola Fiscal Compact non compaia nei titoli d’apertura della quasi totalità dei principali quotidiani nazionali. La mancanza di informazione e consapevolezza nelle scelte del Governo è sempre stato un presupposto necessario alla sudditanza dei popoli. La storia si ripete.