Archivio per Mag, 2009

Immaginate di arrivare a Strasburgo, città che ospita il Parlamento Europeo, e dover raccontare ad un passante l’Italia. L’Italia di oggi, quella che nel mondo in questi giorni sulle prime pagine dei giornali viene riaccostata agli stereotipi più beceri: Mussolini e la camice nere, le veline e le lolite. La democrazia malata e il pericolo democratico. Processi e immunità. È il fermo immagine parziale, consunto e consueto di un mondo che ci guarda sempre allo stesso modo. Superficialmente. Ma sotto la superficie cosa c’è? Questa nazione è capace di offrire qualcosa di nuovo per potere essere giudicata diversamente? Forse no! L’Italia è un paese vecchio. Legato esso per primo a stereotipi e tic di una stagione che la maggior parte dei suoi abitanti ha vissuto marginalmente, ma ha idealizzato. Siamo come il nuovo spot dell’Alitalia. Una cartolina nostalgica di un era trasfigurata e banale. In cui la narrazione collettiva del famigerato miracolo economico funge da tappeto sotto il quale nascondere le debolezze croniche e le arretratezze di una nazione affetta da mille incurabili problemi. Quel tappeto è ormai lacero e sotto i problemi restano sempre gli stessi. E la politica in tutto questo è l’antifluidificante. L’ostacolo del cambiamento. Un sistema che non consente al governo di governare, che impedisce al voto popolare la trasmissione reale di una volontà programmatica da attuare.

Basta leggere i giornali di oggi. Complotti, imboscate, governi tecnici. Il soffio di una maldicenza, probabilmente soffiata dentro il perimetro stesso della coalizione al potere, si è trasformato in un urgano. L’esito del voto europeo sarà un test per tastare il polso allo stato di salute del governo. L’Europa è lontana, è altro. Giacolone coglie il punto. L’evanescenza della politica rispetto ai compiti istituzionali che dovrebbe svolgere, anche in Europa. Trattato di Lisbona, allargamento ad est, crisi economia, concorrenza e aiuti di Stato. Ci sarebbero temi da trattare, ma sarebbe come parlare di cose incomprensibili per troppi elettori. Perché temi nascosti dalla comunicazione di massa. Dunque inesistenti. Eppure tutto il destino economico e monetario si giocherà sempre più in Europa. Oggi il nostro destino è di fatto sempre più legato inesorabilmente alla moneta europea e a all’art 117 del Trattato istitutivo della UE, così importante e così sconosciuto. Strasburgo e Bruxelles appaiono un miraggio evanescente. L’Europa finisce a Casoria. Lì dove l’ennesimo melodramma italiano ha avuto inizio.

La critica politica che muove il Pd all’avversario, dall’aspetto “legalitario” (richiesta alla rinuncia al lodo Alfano) tracima in un giudizio più strettamente “valoriale/morale”. Franceschini ha giocato ieri con la battuta rivolta agli italiani di esprimere un giudizio morale e valoriale su Silvio Berlusconi come padre, un colpo sotto la cintola, come rileva anche Battista sul Corriere.  Neanche Di Pietro, che pure gioca duro, aveva osato tanto. La reazione della famiglia Berlusconi è stata granitica. Di colpo offesi come figli, tutti i 5 eredi Berlusconi hanno preso le difese del padre. Una difesa che non è parsa quella di un clan. Emotivamente doverosa,  certo, ma temporalmente ponderata. Giocata su ben 4 diversi comunicati o dichiarazioni. Ognuno a difesa di una sfaccettatura particolare del profilo del padre offeso. Franceschini è dovuto tornare indietro sui suoi passi. Una precisazione/rettifica, poche ore dopo, di quelle che di solito spettano a Bonaiuti per raddrizzare i messaggi borderline del premier.

Questa volta è stato il Pd a dover precisare. Probabilmente non considerando la risposta univoca degli eredi. Ma poco importa. Le prime pagine continuano ad essere intrise del “caso personale” del premier e per Franceschini l’obiettivo è stato raggiunto. Il Pd e il suo leader protempore hanno di fatto scelto di giocare tutto sull’operazione Noemi. Il voto di giugno vorrebbe essere per il Pd una sorta di referendum, non tanto sulle qualità politiche o sul profilo “etico” nel ruolo di imprenditore/politico di Silvio Berlusconi, più volte assolto ancor prima che dai giudici dal voto popolare, quanto un vero e proprio giudizio sulla sua condotta morale. Sul suo substrato di valori propugnati in pubblico in contrasto con i comportamenti privati che emergono dalla vicenda personale, esplosa dopo le dichiarazione della moglie Veronica Lario.

La distinzione antropologica. La questione morale. Questo è il punto per il Pd. Del resto tale è il convincimento di Franceschini della giustezza della mossa che fra gli ispiratori della strategia riemerge dal passato anche Enrico Berlinguer e la sua impostazione politica della “questione morale”. Pansa su Il Riformista indica chiaramente il processo mentale che consente a Franceschini di riappropriarsi di una figura del passato che nulla ha a che vedere con la storia personale del leader ferrarese.

Questa strategia appare davvero una mossa se non “disperata”, al limite della impotenza di chi tenta il colpo della vita per salvare una situazione evidentemente difficile. Però non si comprende quale sia il target elettorale che il Pd vorrebbe condizionare a cambiare giudizio su Berlusconi. Un azione di comunicazione politica che difficilmente, anche se riuscisse, porterebbe in automatico “consenso” proprio al partito di Franceschini. Forse questa strategia potrà provocare un po’ di astensione, qualche riflessione del voto cattolico più dubbioso, magari tentato alla luce della critiche anche della Cei dal richiamo dell’Udc di Casini, che sulla vicenda ha tenuto un profilo basso “esemplare”. Davvero non si scorge il nesso fra il presunto giudizio morale che gli italiani dovrebbero esprimere su Berlusconi come “uomo, padre e marito” e l’incremento di consenso al Pd. Gli italiani giudicheranno il Berlusconi politico e se l’opposizione, e il Pd in particolare, non è stata in grado, nonostante la grave crisi economica, di spezzare il rapporto di fiducia fra il premier e il paese, non sarà di certo l’operazione Noemi a modificare quel giudizio. Politico, squisitamente politico.

Operazione Noemi. Dario Franceschini si appiglia “all’affaire Noemi” per salvare il partito. La campagna elettorale del Pd si è incentrata nuovamente sull’antiberlusconismo. Quello più viscerale. Ritrovando d’istinto nel suo profondo, come in un gesto riflesso dovuto all’impossibilità di giocarla sul piano della proposta politica, quella distinzione antropologica fra “sé e gli altri”, che caratterizza da sempre la sinistra italiana. Berlusconi è l’altro. Il diverso da sé. E la questione morale e della diversità è un’arma troppo a portata di mano in questo frangente per non essere utilizzata dal leader democratico. Berlusconi l’abietto, il mentitore, il fedifrago, il corruttore di minorenni e avvocati inglesi. È l’antitesi della vaneggiata normalità, della mediocre bonomia che Dario incarna nelle sue polo bianche a mezzemaniche e nelle sue camice a quadrettoni in giro nella profonda Italia attraversata dalla crisi. Dunque la sfida da politica diviene necessariamente antropologica, giocata sul piano della morale, del costume o del mal costume. Ma mai fino in fondo, fino al punto di chiederne le dimissioni. Per un atto totalmente antiberlusconiano occorre Di Pietro.
Queste elezioni europee e amministrative di inizio giugno possono produrre importanti novità nel quadro politico nazionale. Per prima la tenuta del progetto del Pd. Sotto la soglia del 25% molti all’interno dei democratici non smentiscono la difficoltà a proseguire con vigore questo percorso. In secondo luogo l’evoluzione della competizione interna nel centrodestra fra Pdl e Lega, con la conseguente scelta strategica, in vista del voto del 21 giugno, da parte di Berlusconi di tentare il colpo di mano con l’approvazione dei quesiti referendari.
Dinamiche importanti che restano ovviamente sullo sfondo di una campagna che sarà ricordata per le presunte veline candidate dal Pdl e per “l’affaire Noemi”. Davvero poco per comunicare la voglia di nuovo e di cambiamento che si vorrebbe incarnare.

Quello che i sondaggi non dicono. Il territorio e le preferenze quanto conteranno in queste elezioni europee, dove il voto proporzionale puro e il voto di preferenza tornano ad essere arnesi inusuali, ma ancora validi, in questa democrazia fatta ormai solo di nominati e paracadutati? Probabilmente non troppo. Il Pd molto ha puntato su liste che, oltre ai nomi di facciata e di nomenklatura inseriti in vetta, presentano tanti uomini del territorio, radicati e portatori dei famosi pacchetti di voto. L’obiettivo è chiaro. Arginare l’emorragia di voti che da un anno i sondaggi rilevano. Oggi il Pd sembra consolidarsi intorno al 25%, ovvero meno 8 punti percentuali rispetto al voto politico del 2008.  Franceschini ci metterebbe la firma, dopo tutto quello che è accaduto e tutti gli errori commessi dal suo predecessore.  Ma il dato, in realtà omogeneo da parte di tutti gli istituti, potrebbe rivelarsi non del tutto rispecchiante la realtà del voto di giugno. Ovviamente qui si lascia il campo della scienza statistica e si entra in quello della sensazione personale. Velin&divorzi: questi sono i temi di punta della campagna mediatica del Pd ad un mese dal voto. Insinuare nel voto cattolico dubbi sulla correttezza personale del premier e solleticare il voto antiberlusconiano, ormai da tempo migrato armi e bagagli verso Di Pietro. Basterà? Il paese e Berlusconi non hanno ancora consumato la loro luna di miele, nonostante la crisi economica, il terremoto in Abruzzo, le scappatelle vere o presunte del premier. Il Pd non ha una piattaforma culturale nuova da proporre agli italiani, frutto di una sincera sintesi fra le culture politiche che lo hanno realizzato. Vagheggia fra il sogno di una normalizzazione del paese, che prevedrebbe però l’assenza di Berlusconi, e una afasia di proposte e idee che prescindano da Berlusconi stesso. Sono i cantori dell’anormalità di questo paese, senza colui che ai loro occhi lo rende anormale il loro stesso scopo politico evaporerebbe. Il Pd senza Berlusconi oggi cosa può dire al paese di nuovo e di originale per raccogliere consenso? Ecco il vero dramma di questa classe dirigente è l’assenza di un progetto politico che prescinda dal fatto che Berlusconi è sulla scena politica italiana. Il Pd non ha una idea di paese che disegni una Italia appetibile agli italiani, a prescindere dal fatto che non ci sia più il suo attuale “padrone”.  E’ uno sforzo oggettivamente gravoso, ma senza il quale difficilmente si potranno raggiungere quei milioni di voti necessari per candidarsi al futuro governo del paese. Ecco perché a sensazione e guardando questa volta con sospetto i sondaggi, credo che il Pd possa valere oggi attorno al 20% del voto del paese. Sensazioni, solo sensazioni.