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I sondaggi dicono che la partita è chiusa. “Ok Jonh, sarà per la prossima vita! Prego Barack viene a risolvere questo caos globale”. Eppure la sensazione generalizzata, a maggior ragione dopo il secondo faccia a faccia fra i due candidati alla sfida presidenziale americana, che per Obama le porte della Casa Bianca siano ormai spalancate, potrebbe rivelarsi un abbaglio mediatico collettivo. E non sarebbe la prima volta nella storia americana. Basta andare indietro di soli otto anni. Gore contro Bush, presidenziali del 2000. I sondaggi della CNN allora diedero ad un certo punto, come ricordava ieri FOX News, uno stacco in favore del democratico di 11 punti (51% contro il 40%). Dopo il primo dibattito  il vantaggio per Al Gore era di 8 punti (50% contro 42%). Sappiamo tutti come è andata a finire dopo i vari spogli in Florida. Bene, è possibile che i sondaggisti, gli esperti e i commentatori prendano un’altra vola una topica colossale? Probabilmente tutto andrà come ora viene indicato, ma a 27 giorni dal voto non credo proprio che i repubblicani debbano o vogliano levare le tende da una campagna che probabilmente riserverà ancora qualche clamorosa sorpresa.

La forte e strutturale crisi economica mondiale, giunta alla fine del ventennio del “capitalismo globalizzato”, è strettamente da correlare al cambio di clima nelle relazioni internazionali fra Usa e Russia. In questo quadro oltre al fronte caucasico, nella crisi diplomatica si è aperto il fronte sudamericano. Bolivia e Venezuela appaiono aver stretto un asse strategico con Putin e le espulsioni dai due paesi neo-socialisti degli ambasciatori americani è una mossa chiaramente da inserire nella tensione in atto dagli inizi di agosto fra America e Russia e sfociata con la guerra dell’Ossezia del Sud. Al centro della contesa come sempre il predominio geostrategico delle risorse naturali e dei corridoi geografici di passaggio delle stesse risorse. Putin nel mentre cerca di evitare che la Russia sia circondata da nazioni aderenti alla Nato, dall’altro tenta di portare, almeno teoricamente, la stessa minaccia potenziale, sul continente americano. Una strategia politico/militare già attuata da Mosca e che negli anni ’60 portò alla crisi dei missili di Cuba. Gli Usa, in questo momento sono deboli. E Putin lo sa. È in corso un cambio del vertice politico e parallelamente alla crisi immobiliare ed economica si sta assistendo ad un massiccio richiamo di dollari ed investimenti dall’estero: dalla Russia e dalla Cina in particolar modo. Tipico atteggiamento prebellico. Del resto anche Putin nell’ultimo periodo ha preferito mantenere scorte di riserve naturali piuttosto che incamerare dollari.  Gli scricchiolii del sistema finanziario ed economico costruito sulla globalizzazione alimentano maggiormente i desideri di “nazionalizzazione” delle risorse, in particolar modo energetiche, e rivalsa internazionale della Russia e dei suoi sodali. La partita iniziata ad agosto con l’avventata mossa del presidente georgiano, ha innescato un pericoloso meccanismo, che Putin sembra in grado di maneggiare con spregiudicata freddezza.

Il rossetto di Sarah

 

 

Screditare Sarah Palin e depotenziare il suo pericolosissimo fascino, che ha già conquistato l’80% delle donne bianche d’America. Ecco l’unico obiettivo che si sono dati nello staff di Obama dopo la convention repubblicana e che il National Enquirer, giornale scandalistico d’oltreoceano si è incaricato di  realizzare. E così il “novella duemila” americano detta la linea politica di Obama.

 

Il rossetto di Sarah è divenuto il feticcio della campagna elettorale americana. Che sia l’icona per dimostrare la grinta della Governatrice, quando si definisce un “pitbull con il rossetto” o che sia il contrappasso linguistico che utilizza senza badare alle conseguenti polemiche Obama per svilire la Palin dicendo che “un maiale con il rossetto resta sempre un maiale”, il rossetto della vice di MacCain eccita le fantasie degli americani. E adesso lo si cerca soprattutto sulle camice egli uomini dell’Alaska, come prova regina della spudoratezza  della governatrice intenta fra una battuta di pesca e una trivellazione a tradire l’eterno marito impegnato in lunghe trasferte lavorative. Insomma sempre meno politica e sempre più telenovela. Ma del resto l’immagine pubblica dei politici in America è sostanza ben oltre la forma.

 

Per il momento MacCain regge nei sondaggi post convention, sfruttando ancora la scia del prevedibile rimbalzo. Obama, costretto a polemiche linguistiche sulla “inventata” gaffe sulla sua fede, decide di attaccare Sarah per depotenziare quello che a tutti i commentatori americani sembra essere il turbo inserito dai repubblicani alla debole campagna di MacCain. Del resto anche questa battuta di Obama per alcuni  è stata montata ad arte dallo staff repubblicano.

 

Per il momento quello che appare evidente è che di crisi economica mondiale, di crisi in Caucaso e  di tutto quello che il prossimo presidente si dovrà occupare dal 4 gennaio 2009 non c’è ancora traccia nei dibattiti e nei resoconti mediatici.

 

 

L’ultima immagine mediatica di Barack Obama è quella nello stadio di Danver. Finita la convention il candidato democratico è stato eclissato dall’improvvisa discesa nell’area politico/mediatica di Sarah Palin. La governatrice dell’Alaska, scelta dal MacCain come sua vice, ha impiegato poche ore per divenire una icona. Effetto della comunicazione di massa, certo, ma anche merito di una personalità imprevista e dirompente, che ha scatenato i conservatori, ha destato gli evangelici, ha irritato i democratici, ha spiazzato i commentatori. La Palin ha rilanciato la corsa dei repubblicani. Ha spostato i riflettori dell’attenzione mediatica, riaprendo una sfida che appariva sempre più scontata. Obama è in attesa di comprendere quale siano le mosse giuste da opporre alla clamorosa mossa repubblicana.  Imprevista e spiazzante, pericolosa e impulsiva, ma per il momento capace di rovesciare i dati dei sondaggi in favore di MacCain. Il palcoscenico è stato usurpato alla star Obama. E il gran rumore che i media liberal stanno facendo attorno al personaggio Palin, come il rifiuto di Oprah Winfrey di ospitare nella propria trasmissione la “barracuda” Palin, lascia ancora di più sullo sfondo la figura di Obama e del suo sconosciuto vice Biden. La Palin è lanciata in orbita e la popolarità e l’appeal della governatrice crescono in misura esponenziale, soprattutto in rete. Non più il più giovane, non più l’outisider del sistema, non più “la bella” del ballo. Obama non è più la reginetta della corsa e probabilmente per distogliere l’attenzione dei media dalla Palin sarà costretto a iniziare a parlare di politica e di scelte, il terreno dove MacCain lo aspetta per la sfida finale.

Bloomberg non si candiderà come indipendente alle presidenziali degli Stati Uniti d’America, ma ha rilevato che sosterrà un candidato: “colui che comprenderà che l’era dei partiti è finita è darà una nuova legittimazione agli indipendenti”. Obama o Mcain? La risposta forse era già qui: http://www.nysun.com/article/67333 .