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La legge Gelmini rappresenta uno snodo decisivo per la politica italiana. Per il governo Berlusconi rappresenta il banco di prova del decisionismo, imposto come linea guida dell’azione dell’esecutivo per i prossimi 5 anni. La dinamica classica dell’ascolto e della concertazione fra governo e gli agenti sociali appare non essere più un tabù. Il governo decide, senza tenere conto del giudizio preventivo della categorie interessate alle riforme in esame, senza tenere conto delle proteste delle piazze, senza tenere conto dell’azione di contrasto dell’opposizione. Il governo Berlusconi sceglie e decide in base ad un unico elemento fondante la sua azione: l’investitura elettorale.

 

In questo passaggio rappresentato dalla approvazione in legge del decreto Gelmini è chiara la metamorfosi della nostra democrazia da parlamentare ad una democrazia incentrata su una forza “materiale” crescente dell’esecutivo. La legge elettorale da un lato, che ha trasformato la maggioranza  di governo da somma frastagliata di partiti a coalizione ristretta, e la indiscussa preminenza del presidente del Consiglio, che riveste del suo carisma ogni scelta dei suoi ministri, appaiono gli elementi che stanno rendendo possibile questa transizione.

 

Sulla Stampa di oggi una interessante analisi comparativa fra gli ultimi due esecutivi dimostra come l’attuale governo ha provveduto a trasformare in legge 41 decreti. Solo una legge è stata approvata su iniziativa parlamentare. Questo dato dimostra da un lato come l’esigenza della governabilità passa ancora per una evidente utilizzo della norma, costringendo il governo al passaggio parlamentare, ma forzandone i tempi attraverso l’utilizzo dei decreti per andare incontro rapidamente alle esigenze del paese. Dall’altro mette a nudo  lo svilimento del ruolo del parlamento composto da nominati. Esso non è più in grado di svolgere il suo ruolo costituzionale ovvero di legiferare su autonoma iniziativa. Un parlamento che proprio perché espressione non di eletti, ma di nominati,  non è più in grado anche di rispecchiare a livello di categorie la società italiana, eleggendo nei vari schieramenti, come accadeva prima del 1994,  esponenti delle varie anime del paese. Il Parlamento non è più luogo di dibattito, analisi e compensazione delle diverse istanze della società e dei suoi agenti in esso rappresentati, ma mero luogo di legittimazione formale di decisione prese in altro consesso e da un altro potere dello Stato, la cui funzione si sta rapidamente trasformando, accorpando sia quella  esecutiva che quella di primario  produttore di legislazione.

 

L’attuale governo, inoltre, proprio per la sua connaturale conformazione è ancor meno luogo di dibattito, analisi e compensazione. In esso per la sua composisione non vi è più l’esigenza  di giungere ad una sintesi di culture e visioni differenti della società e della politica. La preminenza del leader e la omogeneità di posizione rendono anche le riunioni dell’esecutivo momenti di mera presa d’atto di scelte dei colleghi ministri nate esclusivamente  dallo  stretto rapporto di ogni ministro con il premier.  Da uno inter pares il Presidente del Consiglio di fatto diviene “ispiratore” naturale di tutta la politica governativa.

 

Una situazione completamente nuova per una democrazia abituata da sempre all’assenza di decisionismo dei governi e alla legittimazione preventiva da parte dell’opposizione e delle forze sociali coinvolte nelle riforme da attuare.

 

Aldilà del merito, la legge Gelmini, rappresenta quello strappo o passo in avanti, dipende dai punti di vista, della costituzione materiale che porta l’Italia ad essere sempre meno una democrazia parlamentare e sempre più un democrazia del premier. Un passaggio che non riuscì al governo Berlusconi nel 2002 sulla battaglia di bandiera dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e che oggi riesce su questa piccola riforma in tema di scuola primaria. La protesta della piazza e il ruolo dell’opposizione in questa nuova democrazia appaiono fisiologiche forme di partecipazione, però incapaci di equipararsi al potere, finalmente esercitato, di un esecutivo legittimato da una forte investitura elettorale.

 

Che il consenso del govenro nel paese salga o scenda è altro discorso, e l’unica rilevazione statistica che avrà efficacia sarà quella effettuata dal popolo in cabina elettorale.