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Lo slogan dell’Idv racchiude in sé una prospettiva politica, oggi più che mai plausibile. La debolezza del Partito democratico, la fine, evidenziata chiaramente dai numeri elettorali, della sua vocazione o velleità maggioritaria, la strategia ambigua e schizofrenica fra normalizzazione dei rapporti con la controparte politica prima (dicembre 2007-ottobre 2008) e gli attuali rigurgiti antiberlusconiani hanno consentito ad Antonio Di Pietro, con il suo 8% raccolto alle europee, di proseguire spedito nella realizzazione della sua strategia.

Obiettivo: la candidatura a leader dell’opposizione e sfidante alle prossime elezioni politiche di Silvio Berlusconi.

Mira ambiziosa, ma mai come ora perseguibile con probabilità di successo. La forza di Di Pietro si regge sulla debolezza del Pd. La scelta di Veltroni di tradire il discorso di Spello, siglando la alleanza con l’Idv alle politiche del 2008, ha innescato un meccanismo perverso e inarrestabile, che ha prodotto in questi ultimi mesi l’ascesa del leader molisano.  

Più del travaso di voti fra i due partiti, quello che determina la forza di Di Pietro insiste nella sua capacità di dominare i temi dell’agenda politica dell’opposizione. Il Pd segue a ruota, senza riuscire a determinare una vera egemonia politica sulle iniziative e sugli argomenti da utilizzare contro il governo. Anche sul caso del voto di fiducia sulle intercettazioni le dichiarazioni degli esponenti del Pd appaiono più suggerite dalla necessità di non lasciare allo scomodo alleato il palcoscenico mediatico. Di ricorsa in ricorsa il Pd sembra aver smarrito le proprie originali posizioni su molti temi che vengono discussi in Parlamento. E la sensazione nell’opinione pubblica di centrosinistra è che l’Idv rappresenti un elemento determinante e imprescindibile per costruire quel percorso politico in grado di scalfire l’egemonia berlusconiana. Nelle prossime settimane, dopo l’esito dei ballottaggi, l’opposizione potrà subire una accelerazione complessiva nella sua organizzazione interna. Di Pietro potrebbe chiamare a raccolta tutto il popolo “antigovernativo” in una nuova alleanza che, al di là della proposta politica programmatica, incentri il suo esistere su un unico elemento costitutivo: l’antiberlusconismo come valore.

Un progetto che potrebbe allettare i partiti minori di sinistra, ancora una volta divisi e ed esclusi dalla suddivisione dei seggi, che nel nuovo contenitore ritroverebbero i modi e gli spazi per riacquisire una presenza parlamentare alle prossime elezioni politiche. Ma soprattutto un progetto che costringerebbe il Pd a fare una scelta definitiva sul proprio posizionamento nello scacchiere politico italiano. Una mossa d’anticipo quella di Di Pietro che va oltre lo schema della semplice e rinnovata alleanza con il Pd. L’idea che persegue Di Pietro lo porterebbe a sedersi al tavolo dell’accordo con il futuro leader democratico, Franceschini,  Bersani o chiunque sia,  con la forza di rappresentare egli l’unico vero collante dell’opposizione italiana.

A quel punto la autocandidatura a sfidare Silvio Berlusconi alle prossime politiche potrebbe essere non sola una legittima richiesta, ma una pretesa irrifiutabile.

 

Fiducia al 45%. Scende e di molto la fiducia degli italiani nel premier Silvio Berlusconi e nel suo governo. L’ultima rilevazione dell’osservatorio Digis-Skytg24 vede per la prima volta dal voto il premier con un indice di gradimento sotto il 50%. Esattamene al 45% ben 9 punti percentuali in meno del dato del mese scorso (54%). Peggio il dato del governo nel suo complesso che scende al 43% di fiducia contro il 51% di settembre.

 

Un calo così evidente sancisce evidentemente la fine della luna di miele fra gli italiani e il governo Berlusconi che si è trovato ad dover affrontare nell’ultimo mese la protesta del mondo della scuola e dell’università dopo le settimane di massima allerta sul fronte dell’economia e della finanza. Un dato quello della fiducia che non si rispecchia nell’andamento delle intenzioni di voto degli italiani che restano stabili e favorevoli alle forze governative, rispetto alle ultime rilevazioni.

 

Intenzioni di voto: maggioranza sopra il 50,5%, Pd-Idv al  36,1%.

 

Per il sondaggio dell’osservatorio Digis-Skytg24 presentato oggi i partiti governativi superano il 50% delle intenzioni di voto. Cala sensibilmente il Pdl al 39,6% (-0,2% rispetto all’ultima rilevazione), la Lega Nord sale ancora e raggiunge il 10% (+0,5% rispetto all’ultima rilevazione) e l’MPA resta stabile allo 0,9% (+0,1%).

 

Nell’opposizione il Pd rivede i minimi e torna a quota 28,1% e (-0,6%). Di Pietro sale e raggiunge  l’8% (+0,6%). Nel complesso il dato dei due partiti si conferma al 36,1%.

 

L’Udc rimane stabile sopra la soglia psicologica del 5% al 5,3% con un -0,1% rispetto all’ultimo riscontro. La Destra scende sotto il 2%  al 1,8% (-0,2%).  Stabili anche l’area dell’ex sinistra arcobaleno: 3,8% (-0,1%) e i Socialisti allo 0,6% .

 

Nel complesso il dato vede confermati i rapporti di forza fra le due coalizioni. I due partiti maggiori Pdl  e Pd e i loro leader  mostrano qualche difficoltà oggettiva a tutto vantaggio dei due alleati di cordata: la Lega Nord nel centrodestra supera il 10% confermandosi una forza sempre più decisiva nelle logiche dell’area conservatrice, dall’altro lato è Di Pietro che diviene la vera novità politica. Per il Pd, nonostante la rottura consumata in questi mesi fra Veltroni e l’Idv il ruolo dell’ex Pm di Mani pulite appare decisivo in una prospettiva “governativa”  sia a livello locale, che nazionale.

Il Pd non riesce a riemergere da sotto la soglia del 30% e anzi vede nuovamente i minimi. Vedremo la settimana prossima se avrà sortito qualche effetto la manifestazione del Circo Massimo.

 

 

Altri temi toccati dal sondaggio.

Occupazione università

Forma di protesta giusta solo per il 27%. Giusta se viene garantito il diritto allo studio per il 50%. Sbagliata per il 14%. Non sa il 9%

 

Utilizzo della polizia per garantire diritto allo studio.

Giusto per garantire il diritto allo studio per il 38%. Sbagliato, perché va garantita la libertà di manifestare per il 55%. Non sa il 7%.

 

Nuovo 68?

Si 24%. No 66%. Non sa 10%

 

Norme salva clima

Si 55%. No 40%. Non sa 5%

 

Futuro energetico in Italia.

Nucleare 32%. Eolico e solare 58%. Comprare energia 4%. Non sa 6%.

 

“Veltroni i tuoi elettori non vogliono il divorzio da Di Pietro.” Ipr Marketing su La Repubblica lancia l’allarme con un sondaggio che verifica il gradimento del popolo del Pd rispetto alle possibili future alleanze. Di Pietro meglio di Casini e della sinistra radicale. Il 53% vuole l’intesa con l’ex Pm di Mani Pulite. Solo il 18% ritiene doverosa la corsa solitaria del Pd.

 

Per Veltroni è un vero campanello di allarme. In quel 53% si cela il germe del possibile tradimento   elettorale, nel caso ci sia una rottura politica definitiva con l’Idv. Il popolo del Pd sembra attratto dal leader molisano e vuole un rapporto di alleanza politica stabile e duraturo. La domanda che si deve fare il Pd ora è questa: se Veltroni chiudesse davvero ogni rapporto con l’Idv, quanti elettori del Pd sarebbero tentati di seguire Di Pietro e rendere numericamente indispensabile l’intesa fra i due partiti?

 

La scelta dell’alleanza nata a marzo del 2008 come pura necessità tecnica (?) per concorrere con qualche possibilità in più alla gara elettorale, oggi si sta rivelando per il Pd la scelta nefasta che ne blocca le aspirazioni originarie. Essere una forza autosufficiente e a vocazione maggioritaria, libera e sola, capace di offrire al paese un messaggio nuovo, con la volontà di chiudere la transizione berlusconiana in accordo con il centrodestra e non attraverso uno scontro di delegittimazione che, dati elettorali alla mano, la storia ha dimostrato essere impossibile. La scelta di imbarcare Di Pietro nell’alleanza ha reso vana quella aspirazione. Nei fatti l’erosione che l’Idv sta provocando in termini di consenso attraverso il suo stile “antiberlusconiano” ha costretto il Pd a riutilizzare vecchi schemi, vecchie parole d’ordine, pur di arginare l’emorragia di consenso in atto.

 

Oggi Veltroni non si può permettere nei fatti quella rottura che più volte ha sottolineato a parole, perché il rischio che corre il Pd è quello di vedere il suo ex alleato in grado di ottenere un consenso più che raddoppiato rispetto al voto di aprile. Quei voti in fuga dal Pd verso l’Idv comporterebbero una insufficienza di peso politico per il partito di Veltroni, non più nelle condizioni di presentarsi agli elettori sia a livello nazionale, che locale come forza politica autosufficiente. Quello che invece Berlusconi attraverso la costruzione del Pdl sta rendendo possibile.

La piazza del 25 ottobre convocata da Veltroni potrebbe trasformarsi nel luogo del tradimento. Il tradimento del popolo del Pd sedotto dalla virilità contadina di Antonio Di Pietro, da consumarsi biblicamente sui banchetti per raccogliere le firme referendarie contro il Lodo Alfano.

 

Veltroni  ha paura che i suoi elettori possano disubbidire al divieto imposto e individuare nella iniziativa referendaria di Antonio Di Pietro l’unica azione di protesta concreta contro il governo Berlusconi da poter compiere il 25 ottobre. In fondo la raccolta di firme dell’iniziativa “Salva l’Italia” appare una sterile e innocua protesta. Oggettivamente agli occhi di molti militanti del Pd apporre una firma su una petizione viene giudicato molto meno politicamente significativo che non contribuire all’abrogazione di una legge da loro percepita come illiberale e incostituzionale.

 

Di Pietro ha lanciato una vera e propria OPA nei confronti non certo dei dirigenti del PD, quanto di buona parte dei suoi elettori delusi. Per il momento secondo l’ultimo sondaggio di Dinamiche-Swg  ha eroso oltre 5% all’ex alleato, arrivando ad intravedere la quota del 10%.  Oltre a questi notevoli smottamenti nelle intenzioni di voto, la strategia di Antonio Di Pietro tende ad occupare nell’immaginario collettivo del popolo di sinistra il ruolo di unico vero oppositore in Parlamento e in piazza all’attuale potere.

 

Veltroni sul punto è debole. L’azione di comunicazione di attacco frontale al governo, attuata a partire dalla vicenda Alitalia non ha prodotto gli effetti sperati. Semanticamente è apparso solo un clone di Antonio Di Pietro che dell’antiberlusconismo detiene la primogenitura e gode dei dividendi politici di queste iniziative.

 

La rottura fra i due è ormai consumata da tempo. Forse neanche c’è stata una vera intesa politica nel marzo scorso, ma solo una alleanza elettorale nata da accordi evidentemente basati su ragioni tutt’altro che di natura ideale e progettuale.

 

Eppure Veltroni non appare in grado di portare alle estreme conseguenze le sue dichiarazioni politiche. In Abruzzo si gioca molta della credibilità del leader del Pd. Se tutto quello che dice di Antonio Di Pietro è reale giudizio politico e non pura esigenza tattica in vista della manifestazione del 25 ottobre, non potrà sostenere la candidatura a presidente della regione dell’on. Carlo Costantini, imposta al centrosinistra dall’Idv. Farlo vorrebbe dire essere succubi di un politico che a parole non si vuole come alleato, ma che di fatto impone all’intera opposizione, PD compreso, la propria strategia politica. Per la credibilità del leader del Pd sarebbe un colpo mortale.

 

 

Il sondaggio effettuato da Digis-SkytTG24 sulle intenzioni di voto degli italiani dimostra come resti stabile il consenso elettorlae rispetto ai dati della scorsa settimana. Solo leggerissime flessioni per la maggioranza e l’opposizione. I partiti governativi insieme superano il 50% dei voti. Cala sensibilmente il Pdl al 39,8% (-0,7% rispetto alla scorsa settimana), la Lega sale al 9,5% (+0,3% rispetto all’ultima rilevazione) e l’MPA stabile allo 0,8%.

 

Il Pd frena la sua lenta risalita dal minimo toccato a quota 28% e riscende da quota  29% al 28,7% (-0,3%). Di Pietro stabile al 7,4%, riconquista uno 0,2% rispetto alla scorsa settimana.

 

L’Udc si conferma stabile sopra la soglia psicologica del 5% e arriva al 5,4% con un +0,2% rispetto all’ultimo riscontro. La Destra stabile al 2,0% (-0,2%).  Stabili anche l’area dell’ex sinistra arcobaleno: 3,9% (+0,1%) e i Socialisti allo 0,6% .

 

Il dato settimanale vede le due principali coalizioni perdere qualche decimale, ma lo stato di fondo dei rapporti di forza interno ed esterno alla maggioranza e alla opposizione resta confermato. Il Pd ha già esaurito il suo trend di crescila riscendendo da quota 29%, mentre Di Pietro resta stabile sopra il 7%. Nella maggioranza il Pdl contrae il suo consenso, senza che il dato della coalizione ne risenta particolarmente. In vista delle europee dati confrontati per l’Udc premiato dal profilo istituzionale tenuto da Casini durante queste settimane di crisi economica.  La settimana prossima vedremo che effetti avranno il viaggio di Berlusconi in America, gli esiti di Piazza Navona, l’evoluzione della crisi economica.

 

Il sondaggio effettuato dall’Osservatorio Digis-Skytg24 sulle intenzioni di voto degli italiani, conferma la stabilizzazione del consenso.  I partiti governativi insieme superano il 50% dei voti. Stabile il Pdl al 40,5% (-0,2% rispetto alla scorsa settimana), la Lega si conferma al 9,2% (-0,1% rispetto all’ultima rilevazione) e l’MPA scende sotto l’1% (0,8%, -0,1% rispetto alla scorsa settimana).

 

Il Pd prosegue la lenta risalita dal minimo toccato a quota 28% e rimbalza al 29% (+0,8% rispetto al dato della scorsa settimana). Di Pietro scende al 7,2% e perde un ulteriore 0,5% rispetto alla scorsa settimana.

 

L’Udc supera la quota psicologica del 5% e arriva al 5,2% con un +0,3% rispetto al 29 settembre. La Destra recupera alcuni decimali e arriva  all’2,2% (+0,4%).  Scende nuovamente l’area dell’ex sinistra arcobaleno: 3,8 (-0,1%) e anche i Socialisti scendono allo 0,6% (-0,1%).

 

Il dato conferma una evidente mobilità interna i blocchi, l’elettorato è stabile all’interno delle proprie  aree di appartenenza e  i flussi elettorali sono minimi e circoscritti all’interno di partiti alleati. Come anticipato la settima scorsa il Pd con l’azione aggressiva al governo recupera in 2 settimane quasi un punto percentuale, tutto a danno della sinistra radicale e dell’Idv, che flette verso quota 7% dopo aver intravisto quota 8%.  In vista delle europee buon segnale per l’Udc che supera il 5%, e dato comunque confortante per Di Pietro sempre ben al di sopra del 5%.

 

Il ritratto che Il Foglio traccia di Veltroni è da conservare. Oggi il problema della democrazia italiana paradossalmente non è Berlusconi, ma la debolezza della opposizione, del suo partito di riferimento e del suo leader. Il Pd rappresenta un progetto politico che, aldilà del risultato elettorale di aprile, sta implodendo nella periferia e sul territorio, lasciando sguarnita, in una prospettiva a medio periodo, la democrazia italiana di una valida alternativa al governo del centrodestra. Basti guardare cosa accade in Sardegna, in Piemonte, in Molise: il Pd è alla guerra civile interna. Le fughe e le transumanze verso il centrodestra di molti esponenti del Pd non rappresentano solo i fisiologici “salti della quaglia” di politici interessanti al potere dopo il voto politico, ma veri sintomi di uno smottamento di consenso che parte dai territori locali, che interessa categorie sociali in ricerca di nuove proposte e prospettive.

 

L’analisi sulle intenzioni di voto ci aiutano a comprendere questo dato, sottolineando il fatto che la fuga dal Pd non sia orientata solo verso Di Pietro, ma anche verso il centro (Udc) e il centrodestra  (Lega Nord e Pdl). C’è una consistente area dell’elettorato che nonostante tutto è stata affascinata  in questi mesi dall’idea e dalla narrazione mediatica che ci sia un governo che prende delle decisioni, che attui il suo programma. Il paragone fra il governo Prodi e l’attuale non viene fatto esclusivamente sulle politiche, più o meno accettabili, ma sulla capacità di decidere e i tempi in cui si prendono queste scelte. Questo dato appare di per sé un valore.

 

L’antiberlusconismo diviene dunque un feticcio che buona parte dell’elettorato ritiene superato. Ma soprattutto anche gli elettori che lo considerano ancora un “valore” ritengono oggi che non sia più credibile in bocca al Pd, soprattutto dopo le scelte compiute da Veltroni prima del voto di aprile. E su questo fronte ha gioco facile Di Pietro a smarcarsi da Veltroni e far emergere le contraddizioni del Pd. Se il paese vive la sua dittatura-dolce evidentemente ha ragione Di Pietro quando afferma che Capo dello Stato non compie tutti gli atti necessari per evitare questa situazione. Per Di Pietro il ragionamento è logico. Ma su questo terreno Veltroni non può seguirlo. Napolitano svolge per il PD il proprio ruolo in modo impeccabile, è naturale. Ecco che essere antiberlusconiani senza poterne trarre le estreme conseguenze conduce a difficili salti logici. O siamo in una democrazia malata e ferita o non lo siamo. O Il Presidente della Repubblica compie atti necessari e doverosi per rimediare allo stato di pericolo o se si comporta in modo impeccabile, non compiendoli, vuol dire che quegli atti non occorrono perché la democrazia non è in pericolo.

 

La piazza del 25 ottobre è una piazza importante da riempire per il Pd. Ma la scelta comunicativa per stimolare il proprio popolo alla adunata appare azzardata e sconclusionata. Di Pietro ha gioco facile nel divenire l’unico beneficiario della campagna di scontro che il Pd ha lanciato contro il governo e il suo premier.

 

 

Il sondaggio effettuato da Digis-Skytg24 sulle intenzioni di voto degli italiani, conferma il momento di forza dei partiti governativi che insieme superano il 50% dei voti. Bene il Pdl che cresce dello 0,5% rispetto alla scorsa settimana arrivando al 40,7%, La Lega si conferma al 9,3% (-0,2% rispetto all’ultima rilevazione) e l’MPA sempre attorno all’1% (0,9%, -0,1% rispetto alla scorsa settimana).

 

Il Pd rimbalza da quota 28% e guadagna dopo la vicenda Alitalia uno 0,2%. Di Pietro scende al 7,7% e perde uno 0,1% rispetto alla scorsa settimana.

 

L’Udc torna e vedere quota 5% con un +0,2% rispetto al 22 settembre arriva al 4,9%. La Destra scende all’1,8% (-0,1%).  Scende nuovamente l’area dell’ex sinistra arcobaleno dopo le polemiche in settimana dentro Rifondazione Comunista: 3,9% contro il 4,3% della scorsa settimana. I Socialisti al 0,7%.

 

Il dato appare confermare come i blochhi di elettorato siano stabili all’interno delle loro aree di appartenenza e  i flussi elettorali siano minimi e circoscritti all’interno di partiti alleati. In vista delle europee buon segnale per l’Udc, mentre Di Pietro sembra consolidare la crescita di questi mesi confermando un dato ben al di sopra del 5%. Il Pd come indicato nelle scorse settimane ha il suo punto di equilibrio attorno al 28%. Sarà interessante vedere la prossima settimana come reagirà l’elettorato al duro attacco sferrato contro il governo da Veltroni: soprattutto se ci sarà un recupero di voti del Pd ai danni dell’Idv. Il Sondaggio. 

“Il Pd nei sondaggi è intorno al 30 per cento e continua a salire. È un grandissimo successo. Siamo in condizione di crescere ulteriormente.” Così Walter Veltroni ieri sera, 22 settembre 2009, a SkyTg24 intervistato da Maria Latella. Il 13 aprile il Pd alle elezioni politiche ha ottenuto il 33,1% dei voti. Il sondaggio del 22 settembre 2008  effettuato dall’Osservatorio Digis-SKYTG24 dà il Pd al 28%. Ben il 5,1% in meno. Occorre che il segretario del Pd comprenda il significato delle parole: salire, successo, crescere ulteriormente!

 

Inoltre la vicenda Alitalia, comunque vada a finire, sarà disastrosa, non tanto per il governo, quanto per il Pd in termini di consenso. I primi sondaggi già lo indicano in maniera evidente. Gli italiani sondati da IPR marketing per La Repubblica ritengono migliori le iniziative e le posizioni di Di Pietro (26%) rispetto a quelle del Pd (16%). In questa settimana decisiva nella trattativa e nella rappresentazione mediatica Di Pietro c’era, Veltroni non c’era. Di Pietro ha assunto una posizione coerente contro il governo e a sostegno dei lavoratori delle sigle che non hanno sottoscritto l’intesa con la CAI, con una presenza scenica fortissima a Fiumicino. Veltroni era a New York, per affari privati. I giornali raccontano di intese segrete fra il leader democratico ed Epifani per far saltare il tavolo e boicottare la linea tenuta, anche se in gran riserbo, da D’Alema e Letta. Di Pietro al contrario ha pressato in modo ossessivo Fantozzi, e il fatto che ora sia più autonomo nel suo ruolo di commissario straordinario rispetto alle posizioni del governo, dopo la rottura della trattativa, appare un successo del leader dell’Idv. Il cul de sac in cui la situazione si è arenata appare diretta responsabilità di un gioco “politico”, piuttosto che di una reale assenza di accordo industriale fra il sindacato e la Cai. La diretta responsabilità del fallimento potrà essere facilmente imputata, non solo dagli addetti ai lavori, ma cha della opinione pubblica alla CGIL e al leader del Pd.

 

Insomma il Pd non cresce, anzi scende e in maniera rapidissima. Il 28% di consenso è la soglia di resistenza. Uno sfondamento al ribasso potrebbe aprire scenari plumbei per il segretario del Pd. La  fuga nelle periferie non è ancora iniziata, ma il lavoro di Di Pietro sui territori locali è incessante. Il test abruzzese per il rinnovo del presidente e del consiglio regionale  potrebbe segnare una svolta decisiva nei rapporti fra Pd e Idv. L’Idv ha il suo candidato, il Pd non sa se appoggiarlo o correre da solo verso la sicura sconfitta. In più non sa come raccogliere i voti senza i potentissimi e votatissimi consiglieri e assessori uscenti ora inquisiti. Schiacciati fra la questione morale e il tarlo di un possibile sorpasso da parte dell’Idv, il Pd in Abruzzo si sta giocando una partita decisiva per il suo futuro, senza una strategia chiara.

 

Il fallimento di Alitalia e lo scacco abruzzese potrebbero rappresentare due colpi difficilmente assorbibili da parte del leader democratico.