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Renzi è il prototipo del leader democratico che il PD merita di avere e che la dirigenza nata nel PCI non può concepire. La grande antipatia personale e politica di Bersani nei confronti del Sindaco di Firenze nasce da una distanza generazionale, certo, ma ancor di più da un abisso ideologico. Bersani crede ancora che sia l’ideologia a doversi affermare attraverso le elezioni. Quello che cerca dagli elettori non è il semplice consenso, ma la conversione. Renzi non ha una ideologia forte, non è figlio del ‘900, crede che l’obiettivo del partito sia la conquista del potere, la possibilità di gestire il governo. Ci è riuscito a Firenze sconvolgendo i piani dell’apparato. Adesso ripropone il suo schema su scala nazionale, sfidando nuovamente i custodi della liturgia. Il suo grande merito è quello di essere stato tra i primi a comprendere che il bipolarismo italiano è stato costruito come un muro che divide schieramenti e che impedisce la mobilità dei flussi elettorali. Nei sistemi bipolari è il voto mobile quello decisivo. Lui rappresenta l’unico dirigente del PD capace di attrarre verso il centrosinistra l’elettorato deluso da Berlusconi e non incline a dirottarsi verso un partito, l’Udc, che non è riuscito del tutto a toglierei l’etichetta di movimento confessionale. Renzi è il ponte che apre la via di un consenso moderato che da destra cerca una nuova casa. O il PD aiuta Renzi a costruire questo ponte o altri si impadroniranno del voto moderato e di destra chiudendolo nuovamente dentro un recinto ideologico.

Non fossimo passati per Tangentopoli, la caduta della Dc e di Craxi “manu giudiziaria”, per i governi tecnici e le svendite dei gioielli di Stato sulle navi inglesi a largo di Civitavecchia, per i ribaltoni e i “non ci sto” presidenziali, l’uscita di Berlusconi dell’altro giorno sul “piano eversivo” sarebbe da annoverare fra le tante “esondazioni” verbali del nostro premier.

Eppure Massimo D’Alema con il suo criptico “ci saranno delle scosse, l’opposizione sia pronta!” , ha dato una legittima conferma ai timori del capo del governo. L’interlocutore poi era privilegiato. Quella Lucia Annunziata che per prima su La Stampa ha parlato in tempi ancora non sospetti di  “ombra di complotto” in atto da parte di forze angloamericane contro il nostro premier, dovute fra l’altro alla sua posizione filorussa.

Domenica ecco che Massimo D’Alema, annuncia proprio ospite della Annunziata, tra l’altro amica personale di vecchia data, che la debolezza del premier è tale da suggerire all’opposizione di essere pronta ad assumere importanti doveri istituzionali. Ma di quale debolezza parla il leader del Pd? Non certo elettorale. Il voto europeo ed amministrativo ha sancito, al di là delle aspettative, un netto vantaggio delle forze governative. Dunque la debolezza non è di tipo “politico”. Le ricostruzioni sui giornali danno uno scadenzario preciso delle forche caudine sotto le quali il premier sarà chiamato a passare nelle prossime settimane. Foto “probabilmente”  piccanti, ovviamente pubblicate dai giornali esteri, ma soprattutto il vaglio di costituzionalità del lodo Alfano, che potrebbe essere espresso durante il G8. Una eventuale bocciatura potrebbe divenire un elemento decisivo per il destino del governo se legato alla vicenda del processo Mills. Evidentemente nei palazzi romani, senza distinzione di colore politico, si attendono con ansia questi passaggi, che Berlusconi chiama la “fase 2” dell’azione eversiva. E sarebbe anche più chiara la battuta del premier sul matrimonio fra Noemi e l’avvocato inglese.  E’ tutto unito!

Del resto in tempi non sospetti anche uomini vicini alla maggioranza hanno iniziato a ragionare di governi tecnici e governissimi. Argomentando in astratto sull’ineccepibile correttezza del Presidente della Repubblica a cercare soluzioni in Parlamento prima di rimettere la parola a gli elettori in caso di impossibilità del premier a proseguire il suo mandato. Insomma da settimane quella che il Pd ha cercato di cavalcare come arma elettorale, ovvero il “naomigate” si sta solo dimostrando un pezzo, forse il meno importante, di un puzzle ben più complesso, che vede nel centro del mirino ancor prima del premier, la sovranità popolare espressa con il libero voto dagli italiani.

Come nel 1994 il palcoscenico dell’ONU allora, e del G8 oggi, appare quello ideale per sferrare il colpo letale.  Congetture e dietrologie? Per chi ha vissuto la storia recente del paese è naturale attendersi di tutto. La debolezza della opposizione e il legame rinsaldato con La Lega, oltre un evidente consenso elettorale potrebbero essere gli antidoti per non rivivere la ferita democratica del 1994. Quello che disorienta e preoccupa è la convinzione non celata del premier che la strategia del piano nasca da menti vicine al governo.

 

Essere accusati di fare battaglie di retroguardia, quando invece si è convinti di condurre una azione riformatrice. Berlusconi si trova dopo mesi di idillio con l’opinione pubblica a registrare il primo momento di incomprensione rispetto alle iniziative governative. La riforma, piccola in verità, sulla scuola e la battaglia in sede Ue contro le misure a favore del clima e dell’ambiente, nascono da esigenze veramente riformatrici o da mere necessità di cassa? Il punto è fondamentale per comprendere l’imprevisto scollamento in atto fra opinione pubblica e governo.

 

Perché l’opinione pubblica appare disorientata quando il governo decide di scardinare due tabù del politicamente corretto ai quali siamo stati abituati da anni a rendere omaggio? Il primo è il sacro diritto della protesta e della libera espressione del proprio dissenso che può sfociare in quello che è ormai un appuntamento immancabile del calendario scolastico, come Natale e Pasqua, ovvero la occupazione e l’autogestione dei licei e delle università. Impedirlo con l’invio delle forze dell’ordine appare non solo spropositato, ma addirittura frutto di una grave mancanza di conoscenza di quelli che sono ormai i riti del moderno processo educativo italiano. Volerlo impedire ha reso solo più entusiasmante per i ragazzi e i loro buoni e cattivi maestri volerlo celebrare, soprattutto sotto i riflettori dei media. Il secondo tabù è quello contro la difesa dell’ambiente e il salvifico Protocollo di Kyoto. Dissacrare un tabù senza farne comprendere le ragioni porta ad una inevitabile scollamento fra chi quella scelta la compie e chi la osserva disinformato.

 

Una scelta meramente in difesa delle nostre imprese e dunque di cassa, oppure come sottolinea Il Foglio, una nuova battaglia di avanguardia di Berlusconi contro il politicamente corretto anche sul tema ambientale? Se si tratta solo della prima sarà difficile recuperare il consenso sul punto, se invece la motivazione nasce dalla seconda ipotesi, con il tempo necessario, anche questa nuova idea berlusconiana potrà essere “recepita” dall’opinione pubblica, come tante alte che appena lanciate crearono scandalo per poi divenire comunemente accettate. Peccato non aver iniziato prima la “spiegazione”.

 

Del resto fino a quando Berlusconi si è mosso per mantenere fede alle promesse elettorali con capacità e caparbietà l’opinione pubblica ha gradito. Nel momento in cui prende scelte non sostenute da una precedente “spiegazione” e motivazione l’opinione pubblica trova più consolatorio rifugiarsi nello stereotipo conosciuto, piuttosto che analizzare le reali motivazioni delle nuove scelte. Un esempio illuminante per comprendere il punto è il tema caldo della crisi economica. Tremonti e Berlusconi furono chiarissimi in campagna elettorale e una volta che la crisi si è presentata puntuale hanno avuta la fiducia dell’opinione pubblica.

 

Dalle ultime vicende possiamo trarre l’insegnamento che in un mondo dove la velocità dell’informazione è un elemento decisivo per la costruzione del consenso, la capacità di dominare i temi e di anticipare le motivazioni delle scelte appare l’unico metodo per creare una reale adesione preventiva alle iniziative governative.

 

Fiducia al 45%. Scende e di molto la fiducia degli italiani nel premier Silvio Berlusconi e nel suo governo. L’ultima rilevazione dell’osservatorio Digis-Skytg24 vede per la prima volta dal voto il premier con un indice di gradimento sotto il 50%. Esattamene al 45% ben 9 punti percentuali in meno del dato del mese scorso (54%). Peggio il dato del governo nel suo complesso che scende al 43% di fiducia contro il 51% di settembre.

 

Un calo così evidente sancisce evidentemente la fine della luna di miele fra gli italiani e il governo Berlusconi che si è trovato ad dover affrontare nell’ultimo mese la protesta del mondo della scuola e dell’università dopo le settimane di massima allerta sul fronte dell’economia e della finanza. Un dato quello della fiducia che non si rispecchia nell’andamento delle intenzioni di voto degli italiani che restano stabili e favorevoli alle forze governative, rispetto alle ultime rilevazioni.

 

Intenzioni di voto: maggioranza sopra il 50,5%, Pd-Idv al  36,1%.

 

Per il sondaggio dell’osservatorio Digis-Skytg24 presentato oggi i partiti governativi superano il 50% delle intenzioni di voto. Cala sensibilmente il Pdl al 39,6% (-0,2% rispetto all’ultima rilevazione), la Lega Nord sale ancora e raggiunge il 10% (+0,5% rispetto all’ultima rilevazione) e l’MPA resta stabile allo 0,9% (+0,1%).

 

Nell’opposizione il Pd rivede i minimi e torna a quota 28,1% e (-0,6%). Di Pietro sale e raggiunge  l’8% (+0,6%). Nel complesso il dato dei due partiti si conferma al 36,1%.

 

L’Udc rimane stabile sopra la soglia psicologica del 5% al 5,3% con un -0,1% rispetto all’ultimo riscontro. La Destra scende sotto il 2%  al 1,8% (-0,2%).  Stabili anche l’area dell’ex sinistra arcobaleno: 3,8% (-0,1%) e i Socialisti allo 0,6% .

 

Nel complesso il dato vede confermati i rapporti di forza fra le due coalizioni. I due partiti maggiori Pdl  e Pd e i loro leader  mostrano qualche difficoltà oggettiva a tutto vantaggio dei due alleati di cordata: la Lega Nord nel centrodestra supera il 10% confermandosi una forza sempre più decisiva nelle logiche dell’area conservatrice, dall’altro lato è Di Pietro che diviene la vera novità politica. Per il Pd, nonostante la rottura consumata in questi mesi fra Veltroni e l’Idv il ruolo dell’ex Pm di Mani pulite appare decisivo in una prospettiva “governativa”  sia a livello locale, che nazionale.

Il Pd non riesce a riemergere da sotto la soglia del 30% e anzi vede nuovamente i minimi. Vedremo la settimana prossima se avrà sortito qualche effetto la manifestazione del Circo Massimo.

 

 

Altri temi toccati dal sondaggio.

Occupazione università

Forma di protesta giusta solo per il 27%. Giusta se viene garantito il diritto allo studio per il 50%. Sbagliata per il 14%. Non sa il 9%

 

Utilizzo della polizia per garantire diritto allo studio.

Giusto per garantire il diritto allo studio per il 38%. Sbagliato, perché va garantita la libertà di manifestare per il 55%. Non sa il 7%.

 

Nuovo 68?

Si 24%. No 66%. Non sa 10%

 

Norme salva clima

Si 55%. No 40%. Non sa 5%

 

Futuro energetico in Italia.

Nucleare 32%. Eolico e solare 58%. Comprare energia 4%. Non sa 6%.

 

“Veltroni i tuoi elettori non vogliono il divorzio da Di Pietro.” Ipr Marketing su La Repubblica lancia l’allarme con un sondaggio che verifica il gradimento del popolo del Pd rispetto alle possibili future alleanze. Di Pietro meglio di Casini e della sinistra radicale. Il 53% vuole l’intesa con l’ex Pm di Mani Pulite. Solo il 18% ritiene doverosa la corsa solitaria del Pd.

 

Per Veltroni è un vero campanello di allarme. In quel 53% si cela il germe del possibile tradimento   elettorale, nel caso ci sia una rottura politica definitiva con l’Idv. Il popolo del Pd sembra attratto dal leader molisano e vuole un rapporto di alleanza politica stabile e duraturo. La domanda che si deve fare il Pd ora è questa: se Veltroni chiudesse davvero ogni rapporto con l’Idv, quanti elettori del Pd sarebbero tentati di seguire Di Pietro e rendere numericamente indispensabile l’intesa fra i due partiti?

 

La scelta dell’alleanza nata a marzo del 2008 come pura necessità tecnica (?) per concorrere con qualche possibilità in più alla gara elettorale, oggi si sta rivelando per il Pd la scelta nefasta che ne blocca le aspirazioni originarie. Essere una forza autosufficiente e a vocazione maggioritaria, libera e sola, capace di offrire al paese un messaggio nuovo, con la volontà di chiudere la transizione berlusconiana in accordo con il centrodestra e non attraverso uno scontro di delegittimazione che, dati elettorali alla mano, la storia ha dimostrato essere impossibile. La scelta di imbarcare Di Pietro nell’alleanza ha reso vana quella aspirazione. Nei fatti l’erosione che l’Idv sta provocando in termini di consenso attraverso il suo stile “antiberlusconiano” ha costretto il Pd a riutilizzare vecchi schemi, vecchie parole d’ordine, pur di arginare l’emorragia di consenso in atto.

 

Oggi Veltroni non si può permettere nei fatti quella rottura che più volte ha sottolineato a parole, perché il rischio che corre il Pd è quello di vedere il suo ex alleato in grado di ottenere un consenso più che raddoppiato rispetto al voto di aprile. Quei voti in fuga dal Pd verso l’Idv comporterebbero una insufficienza di peso politico per il partito di Veltroni, non più nelle condizioni di presentarsi agli elettori sia a livello nazionale, che locale come forza politica autosufficiente. Quello che invece Berlusconi attraverso la costruzione del Pdl sta rendendo possibile.

La piazza del 25 ottobre convocata da Veltroni potrebbe trasformarsi nel luogo del tradimento. Il tradimento del popolo del Pd sedotto dalla virilità contadina di Antonio Di Pietro, da consumarsi biblicamente sui banchetti per raccogliere le firme referendarie contro il Lodo Alfano.

 

Veltroni  ha paura che i suoi elettori possano disubbidire al divieto imposto e individuare nella iniziativa referendaria di Antonio Di Pietro l’unica azione di protesta concreta contro il governo Berlusconi da poter compiere il 25 ottobre. In fondo la raccolta di firme dell’iniziativa “Salva l’Italia” appare una sterile e innocua protesta. Oggettivamente agli occhi di molti militanti del Pd apporre una firma su una petizione viene giudicato molto meno politicamente significativo che non contribuire all’abrogazione di una legge da loro percepita come illiberale e incostituzionale.

 

Di Pietro ha lanciato una vera e propria OPA nei confronti non certo dei dirigenti del PD, quanto di buona parte dei suoi elettori delusi. Per il momento secondo l’ultimo sondaggio di Dinamiche-Swg  ha eroso oltre 5% all’ex alleato, arrivando ad intravedere la quota del 10%.  Oltre a questi notevoli smottamenti nelle intenzioni di voto, la strategia di Antonio Di Pietro tende ad occupare nell’immaginario collettivo del popolo di sinistra il ruolo di unico vero oppositore in Parlamento e in piazza all’attuale potere.

 

Veltroni sul punto è debole. L’azione di comunicazione di attacco frontale al governo, attuata a partire dalla vicenda Alitalia non ha prodotto gli effetti sperati. Semanticamente è apparso solo un clone di Antonio Di Pietro che dell’antiberlusconismo detiene la primogenitura e gode dei dividendi politici di queste iniziative.

 

La rottura fra i due è ormai consumata da tempo. Forse neanche c’è stata una vera intesa politica nel marzo scorso, ma solo una alleanza elettorale nata da accordi evidentemente basati su ragioni tutt’altro che di natura ideale e progettuale.

 

Eppure Veltroni non appare in grado di portare alle estreme conseguenze le sue dichiarazioni politiche. In Abruzzo si gioca molta della credibilità del leader del Pd. Se tutto quello che dice di Antonio Di Pietro è reale giudizio politico e non pura esigenza tattica in vista della manifestazione del 25 ottobre, non potrà sostenere la candidatura a presidente della regione dell’on. Carlo Costantini, imposta al centrosinistra dall’Idv. Farlo vorrebbe dire essere succubi di un politico che a parole non si vuole come alleato, ma che di fatto impone all’intera opposizione, PD compreso, la propria strategia politica. Per la credibilità del leader del Pd sarebbe un colpo mortale.

Il 54% degli italiani ha fiducia nel premier Silvio Berlusconi. Un +3% rispetto all’ultima rilevazione del 14 luglio scorso (51%). Anche il governo in generale sale di tre punti percentuali: dal 48% al 51%. Quanto emerge dal sondaggio dell’Osservatorio Digis-SkyTg24.