Posts Tagged ‘fini’

Ha fatto bene Fini a scendere nell’agone televisivo di Ballarò?
A mio avviso no, per 3 buoni motivi.

1. È entrato in campo prima del fisco di inizio, dimostrando un desiderio eccessivo di abbandonare i toni felpati impostigli dal ruolo di Presidente della Camera, per poter attaccare in modo “paritario” i suoi nuovi avversari. Le elezioni al momento sono lontane. Se non si votasse nel 2012 sarà dura reggere in questo clima per 18 mesi. Avrebbero gioco facile così quelli che gli rimproverano che lo scranno dove siede richiede imparzialità non solo dentro Montecitorio. Inoltre ha perso il diritto a pretendere le interviste “istituzionali” in collegamento dal suo studio. Floris o Vespa non potranno più concedergliele, senza provocare nuove polemiche.

2. Nella logica bipolare del sistema elettorale ripreso dalla rappresentazione scenica televisiva (Porta a Porta e Ballarò) ha scelto di sedersi di fronte ai suoi ex alleati. Questo implicitamente agli occhi dei telespettatori lo pone come antagonista del centrodestra. E dunque anche del suo elettorato storico di riferimento. Un immagine rafforzata dal fatto che al suo fianco come ipotetico alleato, se non politico al momento, ma certamente di bagarre televisiva, sedeva il “comunista” Nichi Vendola. Berlusconi lo ha sì cacciato dal Pdl, ma la scelta di andare fuori dal recinto del centrodestra appare una sua scelta autonoma, che potrebbe non premiarlo elettoralmente e che molti suoi elettori fanno fatica a comprendere. A differenza di Casini, Fini ha una storia politica che stride con una posizione centrista rivolta a sinistra. Questo atteggiamento è estraniante per il suo precedente bacino elettorale.

3. La prima discesa televisiva è stata caratterizzata non da una idea nuova, da uno slogan a effetto, dal rilancio del suo ruolo politico dentro il Terzo Polo o per sancire la necessità di una Santa alleanza contro Berlusconi che poi consentirà la riproposizione di uno schema duale fra centrodestra e centrosinistra una volta chiusa questa parentesi. No, nulla di tutto questo. Dopo 90 minuti un po’ insipidi Fini ha tirato fuori l’attacco personale contro la moglie di Bossi. Con un colpo solo ha provocato la reazione di un partito che finora non lo aveva attaccato in modo duro, ha rinsaldato il rapporto fra il Pdl e la Lega che in quelle stesse ore viveva il momento più delicato della legislatura e, infine, ha colpito un familiare di un avversario politico; proprio il comportamento da lui sempre criticato e che è alla base della rottura, ancor prima che politica, personale, con Berlusconi.

E tu che ne pensi? Trovi altre ragioni?

“C’è un mandante!”  Berlusconi esce dal voto europeo ed amministrativo con la sensazione rafforzata che il mandate “dell’operazione Noemi” esisteva davvero ed era uno dei suoi. Probabilmente il suo uomo più fidato. Il voto al netto delle polemiche e delle illazioni dimostra che il Paese conferma il suo gradimento per le forze di governo e per l’azione da esse messa in campo. La forte astensione del Sud è però un messaggio chiaro mandato da una parte del paese al premier, ma l’unico effetto che ha prodotto, paradossalmente, è stato quello di rafforzare la Lega e le istanze del nord. Costringendo Berlusconi a rinsaldare il patto con Bossi e a rinunciare al colpo di mano referendario del 21 giugno. All’appello dunque mancano quei milioni di voti del sud che avrebbero consentito al Pdl di crescere e percentualmente avrebbero portato la Lega sotto il 10% e il Pd sotto il 25%.

Ma i voti di pietra sono quelli dentro le urne e con quelli Berlusconi è costretto a ragionare. E dunque Berlusconi è già costretto a ragionare in modo decisivo con chi, defilato nel suo ruolo istituzionale di Presidente della Camera, ha osservato la campagna elettorale con una lontananza siderale e ora cerca di raccogliere il mancato trionfo del leader per rafforzare ulteriormente la sua strategia di smarcamento. La fondazione di Gianfranco Fini, FareFuturo, si è resa protagonista del corsivo che ha scatenato il putiferio mediatico sulle veline e che ha dato il là alla signora Lario e oggi commenta il voto con un accento critico davvero inaspettato. Ma Fini non si accontenta. E attacca direttamene il leader del Pdl, lanciando l’anatema sulla scelta referendaria di Berlusconi, maturata dopo il voto.  

Denunciando l’asse politico Pdl-Lega, richiamando la delusione del meridione e indicando la scelta referendaria Fini lancia una piattaforma politica che va ben oltre le tante posizioni di smarcamento avute in questi ultimi mesi. Delinea la propria autocandidatura al leader del centrodestra italiano, non seguendo il rito dell’attesa del delfino designato, ma lanciando un guanto di sfida politico e programmatico all’attuale leader. Sui valori personali e sulla strategia delle alleanze. Fini ha varcato il Rubicone. E si è autoassegnato il ruolo di “mandante politico” della strategia di logoramento della figura pubblica di Silvio Berlusconi.

L’offerta elettorale al momento attuale propone all’elettorato italiano la seguente serie di opzioni.
Una sinistra radicale ed ecologista, capace di rinunciare almeno simbolicamente e semanticamente al richiamo del comunismo, non vi è ne la parola, né il simbolo della falce e del martello nel nuovo logo unitario, ma un arcobaleno vagamente pacifista. Un posizionamento chiaro, una identità complessa ma abbastanza omogenea che fa perno sull’unione di quattro partiti che chiaramente rifuggono una svolta socialdemocratica, occidentalista, aperta alle liberalizzazioni e al mercato. Bacino potenziale 10%. Sondaggi la accreditano all’8%. Leader Fausto Bertinotti.
Una area socialista/radicale, rappresentata dal Partito socialista di Boselli e dai Radicali. Abbandonati da Veltroni che ha rifiutato loro l’accordo tecnico di coalizione difficilmente riusciranno a superare la soglia del 4% alla camera e dell’8% al senato, restando probabilmente fuori dal parlamento se non entrano nel listone del PD. I sondaggi li accreditano al di sotto del 4% anche se andassero uniti. Leader Emma Bonino.
Una area riformatrice/giustizialista, rappresentata dalla nuova accoppiata Veltroni-Di Pietro. Il PD sconfessa l’idea di correre solo e libero e si allea a sinistra con il meno affine, politicamente, dei possibili alleati, ovvero l’IDV. Un accordo che può valere un +4% di voti, ma che cozza con la spregiudicatezza del progetto veltroniano declamata fino a ieri di “un partito, un simbolo, un candidato premier”. Un accordo di coalizione che avvicina numericamente il PD a Berlusconi, ma che pone seri problemi di comunicazione all’ex sindaco di Roma. Il merito del PD di aver comunque avviato il positivo processo di evoluzione del quadro politico attuale resta. La campagna elettorale dai toni di reciproca legittimazione fra i due maggiori contendenti al governo potrebbe sfumare. I sondaggi accreditano la coalizione PD-IDV al 34%. Leader Walter Veltroni.
Un area di centro apertamente antimaggioritaria e antibipolare, di vago umore confessionale, rappresentata dalla Rosa Bianca. Potrebbe rubare voti al nuovo partito centrista il movimento di Giuliano Ferrara, Aborto? No grazie!. In caso di mancato accordo Berlusconi-Casini la presenza dell’Udc in eventuale accordo con Pezzotta e Tabacci potrebbe aprire le porte del parlamento a questa unione di centro. Forte influenze vaticane, chiari programmi in difesa di scelte bioetiche e sociali in sintonia con i valori cristiani. Mastella dovrebbe non entrare in questo contenitore preferendo il listone berlusconiano, anche a costo di rinunciare al simbolo con il Campanile. I sondaggi danno l’area di centro solo con la presenza dell’Udc oltre la soglia di sbarramento del 4% alla camera e oltre quella dell’8% al senato in alcune regioni (es. Sicilia). Leader Bruno Tabacci, con l’Udc Pier Ferdinado Casini.
Un’area che si richiama al PPE, quella del PDL che assorbe i due maggiori partiti dell’ex casa della Libertà, Forza Italia e AN e che si allea solo al Nord con un forte movimento locale, la Lega, sul modello dell’alleanza tedesca in Baviera del CDU-CSU. Un listone che ancora non è un vero partito ma che si appresta a divenirlo. Al suo interno anche i fuoriusciti del governo Prodi (Dini e Mastella) e i cespugli laici/riformisti e di destra (Nucara, La Malfa, Alessandra Mussolini, Dalla Vedova, Capezzone). I sondaggi accreditano la coalizione al 45%. In caso di accordo con l’Udc di Casini addirittura oltre la maggioranza relativa. Decisiva sarà la scelta di Berlusconi di lasciare all’Udc la possibilità di utilizzare lo scudocrociato e di conferire il ruolo di allenato fuori dalla lista. Fini spinge per il no, ma l’accordo fra Veltroni e Di Pietro potrebbe spingere alla prudenza. Inoltre da oltretevere giungono suggerimenti al leader azzurro di trovare una intesa. Al momento però la rottura sembra inevitabile. Staremo a vedere. A destra invece nessun accorodo con Storace. Il rischio di gaffe fasciste e la facile critica che ne conseguirebbe ha suggerito al leader del PDL di fare a meno dei voti dell’estrema destra. Leader Silvio Berlusconi.
Una area di destra chiaramente radicata all’eredità missina, che rifiuta l’omologazione nella lista popolare, capeggiata da Francesco Storace. Un movimento che potrebbe recuperare i delusi di Alleanza Nazionale della scelta di Fini di confluire nel PDL e che potrebbe essere la vera incognita delle elezioni 2008. i sondaggi la accreditano sino ad un massimo del 3,3%, ovvero fuori dal parlamento, ma con uno 0,7 in più… Leader Daniela Santanché.