Archive for the ‘politica’ Category

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#lostatononesiste

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La democrazia può vivere senza i partiti? Gli italiani ritengono di sì. Almeno senza questi partiti. E non solo perché hanno accettato di buon grado un governo tecnico che supplisse alle loro inefficienze, ma perché nonostante le misure di austerità assunte i tecnici godono, finora, di una fiducia molto più ampia rispetto a quella accreditata alle forze politiche che lo sostengono e in ogni rivelazione demoscopica sulle intenzioni di voto esprimono il proprio disamore verso questa classe dirigente e il nuovo sistema “partitocratico” che essa rappresenta. Uno sdegno che si può manifestare attraverso tre direttrici: l’astensionismo ideologico, il voto di protesta antipartitico e l’indecisione punitiva. L’Italia degli sfiduciati e dei delusi potrebbe divenire la nuova maggioranza assoluta del Paese alle prossime amministrative del 6 e 7 maggio. Il partito dell’astensione è ormai la prima forza politica “virtuale” italiana, stabilmente sopra il 35% come rilevato da tutti gli ultimi sondaggi pubblicati (EGM 35%, SWG 31,7%, ISPOS 41%). Il primo “partito reale”, il PD, è accreditato nel sondaggio più generoso solo del 30% (EGM) che in termini assoluti, considerando tutto l’elettorato attivo, equivale appena al 15% effettivo; infatti il valore dei partiti si calcola sulla quota di rispondenti ovvero attualmente solo il 50% del campione, visto che l’altro 50% è composto da indecisi e astensionisti. Il salto di qualità di questa forma di “inattività politica” è evidenziato dal fatto che la sua crescita in Italia non è un dato solo fisiologico, come accade in tutte le mature liberal democrazie occidentali. Al contrario l’astensionismo sta divenendo in questo peculiare contesto un atteggiamento attivo. La forma di “partecipazione” prescelta da un nascente movimento che esprime la sua ideologia attraverso l’astensione motivata con il dichiarato obiettivo di ripudiare l’attuale sistema dimostratosi incapace di garantire una reale rappresentanza. Il “non voto” dunque non è più solo una comoda forma di protesta o un placido atteggiamento di “benessere democratico”, ma al contrario una nuova miscela che alle classiche motivazioni ispirate dal disinteresse per la partecipazione elettorale, vede affermarsi nuove pratiche di attivismo attraverso un vero e proprio boicottaggio del voto. La seconda opzione per i delusi è rappresentata dal Movimento a 5 Stelle di Grillo. Esso è l’opportunità concreta che gli elettori avranno a disposizione nella scheda elettorale per manifestare dentro l’urna il proprio livello di esacerbazione. Un voto non semplicemente di protesta, per mandare un “segnale al potere”, ma bensì una chiara adesione a un manifesto ideologico dichiaratamente antisistema, ispirato alla recente esperienza islandese di “rivoluzione democratica”. Grillo e il suo movimento possono raggiungere anche la doppia cifra (SWG gli accredita già al 7,2%) in quanto rappresentano il comodo contenitore nel quale scaricare un voto indifferenziato dove ex leghisti delusi, ipergiustizialisti, agnostici delle ideologie, giovani al primo voto e amanti del nuovo a prescindere possono coabitare nell’assenza di un programma politico comune e condiviso, ma uniti dall’allettante eventualità di innescare una miccia che faccia da detonatore per spazzare via il sistema della “nuova partitocrazia”. Infine, ci sono gli indecisi che rappresentano un’altra ampia fetta dell’elettorato, ben il 15%. E in questo clima di sfiducia una buona parte di essi potrebbe decidere di optare per una delle due direttrici prima analizzate: o il non voto o il voto di protesta. In entrambi i casi una scelta che risulterebbe punitiva nei confronti dei partiti e del sistema politico che essi aspirano a conservare. Il voto di maggio può certificare la morte della Seconda Repubblica e l’avvio di una turbolenta e incerta fase di ridefinizione degli assetti di potere e di rappresentanza della nascente Terza. In questi ultimi 6 mesi i partiti non hanno dato alcun segnale che dimostrasse la loro capacità di guidare il cambiamento attraverso un processo di autorigenerazione. Al momento né una nuova legge elettorale capace di dare reale possibilità di scelta ai cittadini, né un vero processo di riduzione dei costi della politica, né una riforma del finanziamento pubblico dei partiti ispirata alla trasparenza, né l’attuazione dell’art. 49 della Costituzione per rendere concreta la vita democratica dentro i partiti hanno visto la luce. La notte dei partiti è scura e la prima luce potrebbe essere non quella dell’alba di un nuovo giorno, ma il bagliore fulmineo e istantaneo di una esplosione antipolitica. Poi di nuovo il buio.

Renzi è il prototipo del leader democratico che il PD merita di avere e che la dirigenza nata nel PCI non può concepire. La grande antipatia personale e politica di Bersani nei confronti del Sindaco di Firenze nasce da una distanza generazionale, certo, ma ancor di più da un abisso ideologico. Bersani crede ancora che sia l’ideologia a doversi affermare attraverso le elezioni. Quello che cerca dagli elettori non è il semplice consenso, ma la conversione. Renzi non ha una ideologia forte, non è figlio del ‘900, crede che l’obiettivo del partito sia la conquista del potere, la possibilità di gestire il governo. Ci è riuscito a Firenze sconvolgendo i piani dell’apparato. Adesso ripropone il suo schema su scala nazionale, sfidando nuovamente i custodi della liturgia. Il suo grande merito è quello di essere stato tra i primi a comprendere che il bipolarismo italiano è stato costruito come un muro che divide schieramenti e che impedisce la mobilità dei flussi elettorali. Nei sistemi bipolari è il voto mobile quello decisivo. Lui rappresenta l’unico dirigente del PD capace di attrarre verso il centrosinistra l’elettorato deluso da Berlusconi e non incline a dirottarsi verso un partito, l’Udc, che non è riuscito del tutto a toglierei l’etichetta di movimento confessionale. Renzi è il ponte che apre la via di un consenso moderato che da destra cerca una nuova casa. O il PD aiuta Renzi a costruire questo ponte o altri si impadroniranno del voto moderato e di destra chiudendolo nuovamente dentro un recinto ideologico.

Ha fatto bene Fini a scendere nell’agone televisivo di Ballarò?
A mio avviso no, per 3 buoni motivi.

1. È entrato in campo prima del fisco di inizio, dimostrando un desiderio eccessivo di abbandonare i toni felpati impostigli dal ruolo di Presidente della Camera, per poter attaccare in modo “paritario” i suoi nuovi avversari. Le elezioni al momento sono lontane. Se non si votasse nel 2012 sarà dura reggere in questo clima per 18 mesi. Avrebbero gioco facile così quelli che gli rimproverano che lo scranno dove siede richiede imparzialità non solo dentro Montecitorio. Inoltre ha perso il diritto a pretendere le interviste “istituzionali” in collegamento dal suo studio. Floris o Vespa non potranno più concedergliele, senza provocare nuove polemiche.

2. Nella logica bipolare del sistema elettorale ripreso dalla rappresentazione scenica televisiva (Porta a Porta e Ballarò) ha scelto di sedersi di fronte ai suoi ex alleati. Questo implicitamente agli occhi dei telespettatori lo pone come antagonista del centrodestra. E dunque anche del suo elettorato storico di riferimento. Un immagine rafforzata dal fatto che al suo fianco come ipotetico alleato, se non politico al momento, ma certamente di bagarre televisiva, sedeva il “comunista” Nichi Vendola. Berlusconi lo ha sì cacciato dal Pdl, ma la scelta di andare fuori dal recinto del centrodestra appare una sua scelta autonoma, che potrebbe non premiarlo elettoralmente e che molti suoi elettori fanno fatica a comprendere. A differenza di Casini, Fini ha una storia politica che stride con una posizione centrista rivolta a sinistra. Questo atteggiamento è estraniante per il suo precedente bacino elettorale.

3. La prima discesa televisiva è stata caratterizzata non da una idea nuova, da uno slogan a effetto, dal rilancio del suo ruolo politico dentro il Terzo Polo o per sancire la necessità di una Santa alleanza contro Berlusconi che poi consentirà la riproposizione di uno schema duale fra centrodestra e centrosinistra una volta chiusa questa parentesi. No, nulla di tutto questo. Dopo 90 minuti un po’ insipidi Fini ha tirato fuori l’attacco personale contro la moglie di Bossi. Con un colpo solo ha provocato la reazione di un partito che finora non lo aveva attaccato in modo duro, ha rinsaldato il rapporto fra il Pdl e la Lega che in quelle stesse ore viveva il momento più delicato della legislatura e, infine, ha colpito un familiare di un avversario politico; proprio il comportamento da lui sempre criticato e che è alla base della rottura, ancor prima che politica, personale, con Berlusconi.

E tu che ne pensi? Trovi altre ragioni?

La lunga notte del Molise consegna al Paese un senso di incompiutezza. Cambiare è difficile. La protesta contro la politica si esprime con l’astensionismo e il voto antisistema, che paradossalmente diviene una sponda decisiva per il mantenimento dello status quo. Grillo offre una valida alternativa a tutti quelli che prima votavano scheda bianca o nulla e ai delusi dai partiti. Un 5% che risulta decisivo, come in Piemonte, ma che in realtà in questo caso contiene anche l’espressione di un voto politico di una certa area di centrosinistra esclusa dai grandi patti elettorali e che si è così vendicata di chi non ha saputo tutelarla nella fase delle alleanze. Ma il voto dimostra anche il forte radicamento sul territorio dei signori delle preferenze che continuano a popolare il centrodestra, rendendolo sul terreno della sfida proporzionale imbattibile. Alla fine Berlusconi può archiviare questa tornata elettorale con soddisfazione: esposizione mediatica nulla e vittoria risicata. Un piccolo sostegno dopo il voto di fiducia del 14 ottobre che rende la via verso natale ancora più agevole. Al Molise resta la consapevolezza che l’occasione del cambiamento per dare una direzione nuova al Paese è stata fallita. Probabilmente ancora una volta più per demerito di chi non ha saputo raccogliere attorno a se tutti i delusi, che sono la maggioranza, che non per merito di chi in minoranza si ritrova al potere!

L’impotenza politica a volte porta alla disperazione. Una disperazione lucida e visionaria. Forse quella che coglie gli assetati nei deserti che intravedono fra i riflessi della sabbia oasi rigogliose. Miraggi. Ecco, le opposizione sono state colte da un miraggio. Non potevano sfiduciare Berlusconi, tutti sapevano prima del voto di fiducia che i numeri di una maggioranza, se pur non assoluta, il governo sarebbe riusciti a trovarli in Aula, bensì le opposizioni volevano giocare la carta fantasiosa dell’escamotage regolamentare. Far mancare il numero legale, rinviare il voto di fiducia di un giorno e potere brindare in tv e suoi giornali alla impotenza politica del centrodestra. Strategia legittima, per carità. Criticabile sotto il profilo della correttezza istituzionale, ma legittima. Ma certo fallimentare.

E su questo esito non c’è Luca Sofri che tenga. Fallimentare perché è fallita. Alla prova dei fatti e della cronaca. E qui si apre la grande disputa: fallita per colpa dei radicali, attaccano a testa bassa i democrat. No cari amici, qui la disperazione vi acceca e al posto della realtà intravedete il miraggio, appunto. I radicali erano in Aula ad ascoltare Berlusconi e non sull’Aventino. Bersani, Casini, Fini, Di Pietro non hanno mai concordato la strategia per far mancare il numero legale al governo né con Pannella, né con la Bonino. Si sono affidati ad una semplice lettera informativa e, a quel che si comprende, ultimativa di Franceschini ai deputati radicali.

E con queste premesse flebili si vuole sostenere che la strategia bellissima e perfetta sia saltata per colpa dei radicali? Suvvia, i radicali sono stati lineari e il loro comportamento può essere criticato, ma certo non hanno tradito alcun patto all’ultimo momento, facendo i voltagabbana. Non hanno dato nessuna parola, non hanno condiviso nessuna tattica parlamentare. Soli fra gli oppositori di Berlusconi erano in Aula a presenziare al suo discorso e soli sono stati alla prima chiama a votargli la sfiducia. Ancora una volta la debolezza di Berlusconi appare nulla rispetto alla fallimentare incapacità delle opposizioni di avere un contegno capace di farle percepire dal Paese come possibile e concreta alternativa di governo.

Non fossimo passati per Tangentopoli, la caduta della Dc e di Craxi “manu giudiziaria”, per i governi tecnici e le svendite dei gioielli di Stato sulle navi inglesi a largo di Civitavecchia, per i ribaltoni e i “non ci sto” presidenziali, l’uscita di Berlusconi dell’altro giorno sul “piano eversivo” sarebbe da annoverare fra le tante “esondazioni” verbali del nostro premier.

Eppure Massimo D’Alema con il suo criptico “ci saranno delle scosse, l’opposizione sia pronta!” , ha dato una legittima conferma ai timori del capo del governo. L’interlocutore poi era privilegiato. Quella Lucia Annunziata che per prima su La Stampa ha parlato in tempi ancora non sospetti di  “ombra di complotto” in atto da parte di forze angloamericane contro il nostro premier, dovute fra l’altro alla sua posizione filorussa.

Domenica ecco che Massimo D’Alema, annuncia proprio ospite della Annunziata, tra l’altro amica personale di vecchia data, che la debolezza del premier è tale da suggerire all’opposizione di essere pronta ad assumere importanti doveri istituzionali. Ma di quale debolezza parla il leader del Pd? Non certo elettorale. Il voto europeo ed amministrativo ha sancito, al di là delle aspettative, un netto vantaggio delle forze governative. Dunque la debolezza non è di tipo “politico”. Le ricostruzioni sui giornali danno uno scadenzario preciso delle forche caudine sotto le quali il premier sarà chiamato a passare nelle prossime settimane. Foto “probabilmente”  piccanti, ovviamente pubblicate dai giornali esteri, ma soprattutto il vaglio di costituzionalità del lodo Alfano, che potrebbe essere espresso durante il G8. Una eventuale bocciatura potrebbe divenire un elemento decisivo per il destino del governo se legato alla vicenda del processo Mills. Evidentemente nei palazzi romani, senza distinzione di colore politico, si attendono con ansia questi passaggi, che Berlusconi chiama la “fase 2” dell’azione eversiva. E sarebbe anche più chiara la battuta del premier sul matrimonio fra Noemi e l’avvocato inglese.  E’ tutto unito!

Del resto in tempi non sospetti anche uomini vicini alla maggioranza hanno iniziato a ragionare di governi tecnici e governissimi. Argomentando in astratto sull’ineccepibile correttezza del Presidente della Repubblica a cercare soluzioni in Parlamento prima di rimettere la parola a gli elettori in caso di impossibilità del premier a proseguire il suo mandato. Insomma da settimane quella che il Pd ha cercato di cavalcare come arma elettorale, ovvero il “naomigate” si sta solo dimostrando un pezzo, forse il meno importante, di un puzzle ben più complesso, che vede nel centro del mirino ancor prima del premier, la sovranità popolare espressa con il libero voto dagli italiani.

Come nel 1994 il palcoscenico dell’ONU allora, e del G8 oggi, appare quello ideale per sferrare il colpo letale.  Congetture e dietrologie? Per chi ha vissuto la storia recente del paese è naturale attendersi di tutto. La debolezza della opposizione e il legame rinsaldato con La Lega, oltre un evidente consenso elettorale potrebbero essere gli antidoti per non rivivere la ferita democratica del 1994. Quello che disorienta e preoccupa è la convinzione non celata del premier che la strategia del piano nasca da menti vicine al governo.