Veltroni, Di Pietro, il Circo Massimo e l’Abruzzo

La piazza del 25 ottobre convocata da Veltroni potrebbe trasformarsi nel luogo del tradimento. Il tradimento del popolo del Pd sedotto dalla virilità contadina di Antonio Di Pietro, da consumarsi biblicamente sui banchetti per raccogliere le firme referendarie contro il Lodo Alfano.

 

Veltroni  ha paura che i suoi elettori possano disubbidire al divieto imposto e individuare nella iniziativa referendaria di Antonio Di Pietro l’unica azione di protesta concreta contro il governo Berlusconi da poter compiere il 25 ottobre. In fondo la raccolta di firme dell’iniziativa “Salva l’Italia” appare una sterile e innocua protesta. Oggettivamente agli occhi di molti militanti del Pd apporre una firma su una petizione viene giudicato molto meno politicamente significativo che non contribuire all’abrogazione di una legge da loro percepita come illiberale e incostituzionale.

 

Di Pietro ha lanciato una vera e propria OPA nei confronti non certo dei dirigenti del PD, quanto di buona parte dei suoi elettori delusi. Per il momento secondo l’ultimo sondaggio di Dinamiche-Swg  ha eroso oltre 5% all’ex alleato, arrivando ad intravedere la quota del 10%.  Oltre a questi notevoli smottamenti nelle intenzioni di voto, la strategia di Antonio Di Pietro tende ad occupare nell’immaginario collettivo del popolo di sinistra il ruolo di unico vero oppositore in Parlamento e in piazza all’attuale potere.

 

Veltroni sul punto è debole. L’azione di comunicazione di attacco frontale al governo, attuata a partire dalla vicenda Alitalia non ha prodotto gli effetti sperati. Semanticamente è apparso solo un clone di Antonio Di Pietro che dell’antiberlusconismo detiene la primogenitura e gode dei dividendi politici di queste iniziative.

 

La rottura fra i due è ormai consumata da tempo. Forse neanche c’è stata una vera intesa politica nel marzo scorso, ma solo una alleanza elettorale nata da accordi evidentemente basati su ragioni tutt’altro che di natura ideale e progettuale.

 

Eppure Veltroni non appare in grado di portare alle estreme conseguenze le sue dichiarazioni politiche. In Abruzzo si gioca molta della credibilità del leader del Pd. Se tutto quello che dice di Antonio Di Pietro è reale giudizio politico e non pura esigenza tattica in vista della manifestazione del 25 ottobre, non potrà sostenere la candidatura a presidente della regione dell’on. Carlo Costantini, imposta al centrosinistra dall’Idv. Farlo vorrebbe dire essere succubi di un politico che a parole non si vuole come alleato, ma che di fatto impone all’intera opposizione, PD compreso, la propria strategia politica. Per la credibilità del leader del Pd sarebbe un colpo mortale.


  1. Tetsuo

    Resto fuori dalla polemica sull’opposizione (visto che nei blog di destra si parla solo di opposizone e mai di governo).

    Ma non capisco questa logica.

    “non potrà sostenere la candidatura a presidente della regione dell’on. Carlo Costantini, imposta al centrosinistra dall’Idv. ”

    Mi sembra che PDL ed UDC, siano alleate in moltissime regioni ed amministrazioni locali (un esempio è la Sicilia), nonostante Berlusconi abbia detto di tutto e di più a Casini.
    Loro possono allearsi a livello locale, mentre PD ed IDV non possono.
    Mi sfugge qualcosa?

  2. antonellobarone

    Grazie per il commento,
    Veltroni certamente potrà decidere di allearsi in Abruzzo con chi “ha un alfabeto democratico differente da quello del Pd”, ma a mio avviso gli effetti positivi di questa alleanza sarebbero solo a vantaggio di Di Pietro.

    Di Pietro “impone” a tutta la coalizione un suo uomo, senza alcun tavolo di confronto con gli alleati, avvantaggiandosi di questa candidatura per cercare di ottenre più voti del Pd in una regione sconvolta dall’arresto del suo governatore, cosa non impossibile visti gli ultimi sondaggi regionali.
    Lo scopo chiaro e leggitimo è quello di proseguire il suo tentativo di scalata alla guida dell’intera opposizione ritenendo l’appuntamento con il voto proporzinale delle europee di primavera, decisivo.

    Nel caso specifico iche lei segnala della Sicilia le ricordo che l’accordo fra udc e pdl non esiste, esiste un accordo fra Cuffaro (udc) e Lombardo (mpa) al quale nè Casini, nè Berlusconi hanno potuto dire di no. In Abruzzo ad esempio il Pdl ha rifiutato l’accordo con l’Udc e lo stesso Casini e Veltroni sono alleati in Trentino.

    Le ripeto, le scelte politiche sono tutte possibili, qui si cerca solo di analizzare e prevedere gli effetti che esse comportano, senza alcuno spirito di partigineria.

  3. Tetsuo

    Difesa d’ufficio la sua🙂
    Il problema è che si vuole analizzare solo quello che succede all’opposizione, usando due pesi e due misure.
    Definire l’accordo siciliano, frutto di due uomini e non di schieramenti politici è un pochino debole come analisi.
    Cuffaro e Lombardo, rappresentano due partiti ed è indubitabile che, a conti fatti, si tratti di un’alleanza tra PDL ed UDC.
    Cosi come avviene in altre parti d’Italia, soprattutto dove conviene (ovviamente conviene allearsi con l’UDC in sicilia per vincere e si può farne a meno in Trentino, non per coerenza politica, ma giustamente per calcolo politico).
    In Abruzzo la IDV ha una forte componente di votanti e quindi è “logico” allearsi per non far vincere lo schieramento opposto.
    Trovo quindi, “strana” un’analisi che mette in luce la contraddizione PD-IDV e del tutto leggittima quella PDL-UDC, sarebbe più logico dire “qui si guarda poco alla coerenza nazionale, ma agli interessi locali”.

  4. antonellobarone

    Ancora grazie per la conversazione che stiamo instaurando,
    sono convinto che il calcolo politico di Veltroni in Abruzzo non sia sulla possibilità di vincere o meno le elezioni, ma quello di evitare che Di Pietro ottenga un risultato migliore del Pd. Di Pieto infatti non solo vuole imporre il proprio candidato, ottenendo quel effetto governatore per la propria lista che nelle elezioni regionali è significativo e quantificabile in 2/3 punti percentuali, ma vuole anche imporre il metodo di scelta dei candidati al Pd. Ovvero se vuole l’alleanza il Pd non deve candidare nessun indagato nelle liste. Per il Pd significherebbe rinunciare a candidati portatori di grandi voti, a tutto vantaggio della lista dell’Idv. In caso di mancato aaccordo Di Pietro avrà gioco facile ad impostare la campgna contro il Pd sulla quetione morale. Capisce bene che aldilà della convenienza politica accettare tali condizioni in provincia da parte di un ex alleato a livello nazionale, appare la scelta tattica di un partito che baratta la propria dingità politica pur di evitare una catastorfe elettorale.
    Infine per quanto riguarda il centrodestra, il progetto del Pdl ha sia a livello nazionale che regionale escluso alleanza con le destre (storace e fiore) e sia con l’Udc. ll caso siciliano dopo il voto delle politiche 2008 è un unicum e credo che tale resti per le oggettive situazioni locali. A presto

  1. 1 Sondaggio, la base del Pd ama Di Pietro. « minipolitica Weblog

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