Alitalia, la assenza di Tremonti.

Tremonti è l’uomo chiave della partita Alitalia. Lo è soprattutto perché non è stato coinvolto, o meglio non si è fatto coinvolgere nella partita e nelle trattative con i sindacati. Berlusconi ha affidato il compito a Letta, Sacconi e Matteoli. Lo stallo attuale è sotto gli occhi di tutti. Tremonti, defilato e in disparte, venerdì in Consiglio dei Ministri ha solo ribadito l’impossibilità di “nazionalizzare” una società che il Governo sta cercando di vendere oramai da due anni. Ma il venditore ufficiale è proprio il Tesoro, per tramite del commissario straordinario Fantozzi. Eppure Fantozzi e Tremonti non hanno interagito tra loro in alcun modo.

 

Questo atteggiamento del ministro non è stato indagato. Eppure nelle stesse ore in cui si trattava per il salvataggio di Alitalia, di ben più poderosi salvataggi si sono occupati i responsabili delle banche centrali mondiali in stretto contatto con i governi nazionali e con i responsabili dei dicasteri economici. Un’epoca sta finendo. Tremonti ne ha anticipato i guasti, gli eccessi e la tragica fine ormai da anni, denunciando in modo mirabile che non si possono “mettere i topi a guardia del formaggio”. La sua risposta di sistema per iniziare una nuova epoca si fonda sulla scrittura di nuove regole comuni dei mercati con un ruolo più incisivo della politica, degli Stati nazionali dunque, in materia finanziaria ed economica. Eppure le sue teorie restano osteggiate da quei paesi che più di tutti detengono il potere finanziario, nonostante siano al centro del ciclone: Inghilterra, Olanda per restare solo in Europa.

 

La sua proposta di utilizzare la Banca Europea per gli Investimenti (Bei) per un piano straordinario di investimenti pubblici in infrastrutture, nonostante l’interesse suscitato, è stata elusa. La impossibilità di scegliere politiche economiche di deficit nazionale o “credito produttivo”, come ad esempio fatto ora negli Usa per fronteggiare la crisi finanziaria, resta uno dei vulnus del nostro sistema costituzionale, che demandando attraverso i trattati europei tutte le scelte in materia economica all’Ecofin e in materia monetaria alla Bce, si è assoggettato alla volontà unanime di tutti gli stati membri dell’Ue. Basta, ad esempio, il no del Lussemburgo per cestinare idee e politiche che potrebbero rilanciare l’economia dell’intera Europea.

 

In questo quadro complessivo la vicenda Alitalia più che apparire marginale agli occhi del ministro del Tesoro, probabilmente rappresenta la consapevolezza della sua impotenza. La sua inazione è l’unica strada percorribile in questa vicenda, vista la fragilità decisionale di uno Stato vincolato localmente ai veti sindacali, e in Europa da regole e veti costituzionalizzati talmente forti che suggeriscono ritirate strategiche per evitare iniziative poi passibili di reprimende sanzonatorie da parte dei partner europei.




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