Crisi globale, Putin “conquista” il sudamerica

La forte e strutturale crisi economica mondiale, giunta alla fine del ventennio del “capitalismo globalizzato”, è strettamente da correlare al cambio di clima nelle relazioni internazionali fra Usa e Russia. In questo quadro oltre al fronte caucasico, nella crisi diplomatica si è aperto il fronte sudamericano. Bolivia e Venezuela appaiono aver stretto un asse strategico con Putin e le espulsioni dai due paesi neo-socialisti degli ambasciatori americani è una mossa chiaramente da inserire nella tensione in atto dagli inizi di agosto fra America e Russia e sfociata con la guerra dell’Ossezia del Sud. Al centro della contesa come sempre il predominio geostrategico delle risorse naturali e dei corridoi geografici di passaggio delle stesse risorse. Putin nel mentre cerca di evitare che la Russia sia circondata da nazioni aderenti alla Nato, dall’altro tenta di portare, almeno teoricamente, la stessa minaccia potenziale, sul continente americano. Una strategia politico/militare già attuata da Mosca e che negli anni ’60 portò alla crisi dei missili di Cuba. Gli Usa, in questo momento sono deboli. E Putin lo sa. È in corso un cambio del vertice politico e parallelamente alla crisi immobiliare ed economica si sta assistendo ad un massiccio richiamo di dollari ed investimenti dall’estero: dalla Russia e dalla Cina in particolar modo. Tipico atteggiamento prebellico. Del resto anche Putin nell’ultimo periodo ha preferito mantenere scorte di riserve naturali piuttosto che incamerare dollari.  Gli scricchiolii del sistema finanziario ed economico costruito sulla globalizzazione alimentano maggiormente i desideri di “nazionalizzazione” delle risorse, in particolar modo energetiche, e rivalsa internazionale della Russia e dei suoi sodali. La partita iniziata ad agosto con l’avventata mossa del presidente georgiano, ha innescato un pericoloso meccanismo, che Putin sembra in grado di maneggiare con spregiudicata freddezza.




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