Alitalia, icona del governo Berlusconi.

L’Italia appare ammagliata da un governo che promette e mantiene. Ovvero governa. Siamo di fronte alla più evidente “rivoluzione” politica dalla storia repubblicana. La costituzione nata sulle macerie del ventennio fascista ha costruito un sistema democratico basato sulla debolezza del potere esecutivo e del suo primo ministro. La prassi costituzionale oggi ci mostra come l’autorevolezza politica del premier e la sua solida maggioranza parlamentare, fedele a prescindere, costituita su una coalizione  di partiti “minima” siano elementi in grado di trasformare il consiglio dei ministri da luogo di compensazione politica, dove le scelte erano inevitabilmente al ribasso per tenere in piedi i vari compromessi partitici, a organo effettivamente esecutivo.  Organo che detta la linea politica e indirizza l’attività legislativa, organo che interviene sul territorio per risolvere le questioni che i poteri locali non hanno la forza di affrontare (vedi i rifiuti in Campania) e sceglie autonome politiche economiche. La costituzione della cordata italiana per Alitalia per esempio, aldilà delle legittime critiche sul merito che da più parti comunque emergono, rappresenta dal punto di vista squisitamente mediatico un altro evento che plasticamene dimostra la capacità del governo e del premier in prima persona di mantenere fede ai patti presi in campagna elettorale. La cordata italiana rappresenta un successo del governo non tanto per il semplice fatto che sono usciti fuori i nomi degli imprenditori che la compongono, ma in quanto ci sono soldi “veri” messi sul tavolo e c’è la disponibilità delle altre compagnie aeree europee, Airfrance su tutte, di ragionare ad una partecipazione azionaria nella nuova compagnia italiana anche in posizione minoritaria. Gli escamotage della newco e della bad company possono appassionare gli economisti e gli esperti di finanza per criticare e contestare l’operazione, ma il dato puramente politico e di rappresentanza mediatica è evidentemente un altro: Berlusconi ha salvato la compagnia di bandiera, dal fallimento o dall’acquisizione straniera. Ha realizzato l’operazione di orgoglio nazionale sulla quale aveva scommesso tanto in campagna elettorale. Ogni eventuale iniziativa ostruzionistica dei sindacati e dell’opposizione non farà altro che allontanare gli elettori dalla sinistra italiana. I sondaggi di inizio settembre saranno fedeli testimoni di un paese che si rispecchia in un governo finalmente incline all’attuazione costante di un programma elettorale.  Del resto l’opposizione non è stata in grado sinora di costruire una reale piattaforma “programmatica” di risposta alle iniziative governative. E quando tenta di denigrare l’operato del governo lo fa a scapito del già scarso feeling con l’elettorato. In questo contesto il solo Di Pietro può guadagnare dall’attuale stato delle cose. La sua opposizione e ideologica e preventiva, dunque può tranquillamente evitare di discutere sui punti dell’agenda politica, ma battere i tasti di una scontata, ma proficua in termini di crescita di consenso, litania antiberlusconiana. A tutto danno del Pd. In questo scenario è proprio il Pd di Veltroni a subire, giorno dopo giorno, una erosione di consenso, sia verso il centro e la destra, sia verso Di Pietro. L’assenza di prospettiva politica resta il cuore del problema del Pd. In fondo Berlusconi non fa altro che realizzare le cose che il precedente governo non realizzò a causa della sua forte opposizione interna. Era la forma dell’alleanza che minava alla basi la forza di governo Prodi. Berlusconi ha costruito un consenso e un governo che di fatto non ha alcun tipo di opposizione interna. Anzi l’alleanza del Pdl con la Lega è solida e strategicamente costruita su un obiettivo non certo di parte, ma comune ai due partiti: la riforma federalista del paese. Alla quale anche il Pd non può opporsi se vuole restare in contatto con il nord. La necessità di guardare oltre questa legislatura pone la classe dirigente del Pd di fronte alla scelta o di passare la mano a duna nuova generazione o di rivoluzionare un percorso politico, che nonostante le scelte completamente opposte compiute nella campagne elettorali del 2006 e del 2008,  l’ha sempre posta dinnanzi ad un vicolo cieco: vincere e non poter governare o perdere e non poter fare una vera opposizione programmatica.




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