Nasce il governo del Premier.

È nata la destra italiana, nuova e vigorosa sotto la spinta di un voto popolare impressionante. Figlia di scelte politiche escludenti (senza i democristiani e senza i nostalgici della fiamma) e con identità politiche in via di definitivo assestamento, dopo il lungo tragitto che l’ha portata dalla caduta del muro di Berlino e la stagione di tangentopoli a questa definitiva consacrazione elettorale. Una destra populista, fondata sul carisma rigenerativo e aggregante del proprio leader. Una destra territoriale, che ha issato le bandiera della sicurezza e della “identità dei popoli” come vessilli sempre più riconoscibili da diversi strati sociali e territoriali anche al di fuori della mera rivendicazione federalista, evolutasi intanto da mera richiesta autonomista o secessionista ad una più raffinata modulazione fiscale a favore dei territori trainati per l’economia nazionale. E infine una destra, che orgogliosamente si richiama ad un’anima sociale e che nella vittoria di Roma ha trovato il palcoscenico dove poter mostrare la propria abilità amministrativa e il proprio ossequio istituzionale ai simboli e alle date  della memoria repubblicane e antifasciste. Sarà una destra in grado di esprimere un governo totalmente politico, senza esponenti esterni o personaggi di tutela, come nei precedenti governi Berlusconi. Un governo del Premier, il primo della storia repubblicana. Il popolo desidera soprattutto che sia un governo capace di cambiare il paese ed affrontare la crisi economica e sociale che lo attanaglia. Un governo che decida, che governi, che sia un grado di darsi una gerarchia e una agenda politica e che la detti al mondo della informazione e che non la subisca, capace di modificare in fretta anche il forte pregiudizio che permane nell’opinione pubblica e nei media internazionali.

 

Dall’altra parte del campo la sinistra come l’abbiamo conosciuta fino a ieri non esiste più. Il Pd di Veltroni appare altro sia dalle moderne socialdemocrazie, sia dagli storici eredi dei partiti socialisti europei o del Labour inglese. Persegue una via maggioritaria e autonoma priva di una forte identità politica, in vista di future rivincite, e si appresta a costruire insieme al governo una stagione costituente per dare forma “legale” al nascente bipartitismo italiano. Eppure al suo interno già ci si interroga se la strada tracciata da Veltroni oltre la sconfitta sia quella giusta. Dopo l’esito elettorale il dubbio di aver escluso la sinistra radicale e i socialisti diviene un tarlo per un area consistente del partito che deriva la sua storia politica direttamente dal PCI di Berlinguer. D’Alema e Bersani in testa ragionano su nuovi cartelli elettorali, su nuovi fronti comuni da contrapporre al “nemico” Berlusconi e alla sua creatura politica, in vista sia degli appuntamenti imminenti (europee del 2009 e regionali del 2010) sia per quelli più lontani (politiche 2013).

 

Dunque, mentre la destra costruisce passo dopo passo una sua nuova e credibile identità complessiva anche se multiforme e a volte ancora contraddittoria, dandosi però un confine identitario escludente, pari all’8% dell’elettorato che non ha votato Pd e i partiti alla sua sinistra, l’attuale opposizione appare smarrita in mezzo al guado. Tornare indietro verso la sponda di partenza, ricongiungendosi ai vecchi compagni del governo Prodi (comunisti, verdi, socialisti) oppure proseguire il viaggio verso una autosufficienza politica e programmatica (magari includendo l’area cattolica dell’Udc) che consentirà in futuro di presentarsi con maggiori chance di vittoria davanti all’elettorato con un progetto politico sempre più chiaro e omogeneo?

 

La sensazione è che il bipartitismo italiano nei prossimi anni sarà rappresentato da una destra meno “liberale” e più sociale,  affascinata delle nuove teorie anti-globalizzazione (Alemanno e Tremonti), con un progetto meno urlato e più concreto di rafforzamento della politica fiscale a vantaggio dei territori, la cui ispirazione ai valori del PPE sarà più un richiamo di facciata che una vera identità politica.   Dall’altro lato da un’area di centro-riformista, non più definibile di sinistra o di centro-sinistra, che delle idee originarie del socialismo e della socialdemocrazia europea potrà attingere sempre con più difficoltà cercando un estremo sforzo per dover far sintesi con le sue componenti “confessionali” e liberiste. A D’Alema la prospettiva che non esista più una sinistra degna di questo nome rappresenta il punto dirimente delle prossime scelte politiche del Pd. E di conseguenza sulle dinamiche del nascente bipartitismo italiano.


  1. 1 Italia e media esteri, fra pregiudizio e interesse. « minipolitica Weblog

    […] eterogenei, ma con un unico filo conduttore: l’ingerenza esterna. Come scrivemmo in un precedente post  occorre “Un governo che decida, che governi, che sia un grado di darsi una gerarchia e una […]




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