Berlinguer e Bob Kennedy, uno è di troppo?

Leggete questo post di Camillo. E’ bellissimo, con un passaggio illuminante dove il prof. Franco Zerlenga dice una cosa che vale un dossier di strategia politica da regalare a Berlusconi per comprendere al meglio il suo avversario. “ Da elettore del partito democratico americano, – dice Zerlenga – non posso sopportare l’idea che Walter Veltroni abbia dietro la scrivania la foto di Robert Kennedy accanto a quella di Enrico Berlinguer. Le ho viste a Porta a Porta, mentre ero in Messico, e a quel punto ho detto ‘mo’, m’incazzo’, non è possibile, sono due personaggi completamente opposti”.Ecco, a volte la sintesi di una immagine riesce a spiegare l’identità di una persona meglio di un discorso di mille parole. Il PD non è più certo un partito comunista, nella costruzione della sua visione del mondo, resta però un partito utopico. L’utopia è iscritta nel dna di chi ha percorso una storia e se pur costretto a rinnegarne l’ideologia politica, non può eliminare le tracce iconografiche dei propri punti di riferimento personali. Berlinguer e Robert Kennedy, il fratello di Jfk, forse personaggio che politicamente possiede un appeal ancora maggiore rispetto al presidente degli Usa, dividono la mente, il cuore e la parete dello studio di Veltroni. Eppure essi rappresentano nella storia del ‘900 dell’occidente delle antitesi politiche inconciliabili. Per il percorso personale di Veltroni non c’è contrasto, non c’è dicotomia. Traslando la felice battuta di Bertinotti riferita a Colaninno e all’operaio della Tyssen, anche qui ad essere frettolosi verrebbe da dire “uno è di troppo”. Eppure è proprio in questa dicotomia di valori e di radici ideologiche che Veltroni vede lo spazio di manovra per costruire con un linguaggio nuovo, un messaggio nuovo da offrire al paese. Travalicare il novecento e usarne le icone fuori dal recinto della ortodossia politica, fuori dalle maglie della cronaca. Trasfigurare le icone del secolo scorso, per utilizzarle come sintesi visive di messaggi universali, che diventano topos immaginifici e pieni di carica valoriale, utili a commuovere chi ha vissuto quei giorni attraverso la cronaca e a suggestionare chi ha solo percepito quelle figure dal racconto dei media.  Il fascino di poter appartenere, al di là, delle scelte compiute e degli sbagli commessi, ad una storia comune, fatta di uomini che la hanno scritta e che indissolubilmente fanno parte del proprio campo di riferimento. In questa operazione di identificazione e di appartenenza, la capacità di Veltroni è figlia di una abilità tipica della sinistra italiana, che continua a parlare ad un mondo, il proprio, che si rispecchia in uomini e in storie simbolo. Ma in questa grande capacità di creare dei metalinguaggi, dall’indubbio effetto persuasivo, emozionale e di costruzione di una forte appartenenza identitaria, c’è anche il limite di non riuscire a parlare a tutti.  Un confine evidente che il PD, per diventare prima o poi forza maggioritaria nel paese, deve riuscire a superare. Quello appunto della, ormai involontaria, ma pur sempre presente, autoreferenzialità. Di un linguaggio a troppi inaccessibile, perché fatto appunto di rimandi valoriali e iconografici, comprensibili per chi in essi riconosce la propria storia.  Ecco il passo successivo che Veltroni vuole tentare: trasformare queste icone, questi simboli, da “feticci di parte” a patrimonio di tutti, o almeno di una maggioranza.  Forse però, il novecento è ancora troppo vicino!


  1. 00

    che sito brutto!!




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