I tre nodi irrisolti del Pd e Veltroni frena.

È stata una settimana durissima quella appena trascorsa per il Pd. Probabilmente gli effetti negativi li ritroveremo nelle rilevazioni degli istituti di ricerca sulle intenzioni di voto degli italiani registrate in questi giorni e che da domani saranno rese pubbliche. Veltroni di fatto sconta tre evidenti problemi irrisolti della sua narrazione elettorale. Il primo riguarda le alleanze. Se quella con Di Pietro ha assunto un equilibrio stabile dopo la prima polemica sulla riforma del sistema radiotelevisivo, grazie alla autonomia che l’Idv ha ottenuto potendo presentare il proprio simbolo, quella con i radicali ha invece, alla prova dei fatti della composizione delle liste, evidenziato tutti i suoi limiti. L’assorbimento dei radicali nelle liste del Pd, frutto di una trattativa mercantile, si è dimostrato per quello che valeva. Un accordo non politico, ma di pura necessità di sopravvivenza elettorale ed economica da parte dei radicali (seggi e rimborsi elettorali). La polemica rientrata dopo ultimatum e terribili accuse, lascia strascichi pesanti nei rapporti fra la Bonino e Veltroni. E sullo sfondo lo sciopero della sete ancora non terminato di Pannella prefigura lo stile di coabitazione che i radicali hanno scelto nello stare dentro il Pd. Uno stile che ricorda troppo la rissa continua che l’elettorato dopo l’esperienza dell’Unione pensava di poter dimenticare grazie alla promessa di Veltroni: “solo per essere libero”. Una disillusione immediata e cocente per i molti delusi e indecisi pronti a salire sul Pulman veltroniano. Il secondo riguarda le candidature simbolo. Veltroni ha scommesso sul tema del lavoro e sulla possibilità di stringere un nuovo patto fra impresa e mondo operaio, patto il cui garante sarebbe lo stesso Pd. Da qui le candidature di Colaninno, di Calearo e dell’operaio della Thyssen. L’idea a livello di narrazione elettorale ha anche funzionato, ma poi la cronaca, con la tragedia di Molfetta, si è incaricata di far uscire fuori tutte le contraddizioni che si celano dietro questa operazione. Subito la sinistra Arcobaleno ne ha approfittato per rimettere al centro del dibattito il tema del lavoro nello schema classico di contrapposizione di classe: un operaio e un imprenditore candidati nello stesso partito? Uno è di troppo. La presenza televisiva dei due imprenditori ha inoltre mostrato le loro carenze e lacune evidenti in termini di presenza mediatica e opportunismo politico e ha prodotto inevitabili violente polemiche (Parisi a nome dei prodiani contro Calearo). Tutto questo ha riportato alla mente dell’elettorato il clima di scontro all’interno del governo di centrosinistra. Il terzo riguarda proprio il governo. Veltroni nella prima fase della campagna elettorale era riuscito a far dimenticare Prodi. Ma proprio sul caso della sicurezza del lavoro il governo è tornato alla ribalta mediatica con uno scontro violentissimo contro Confindustria. La decisione di attuare il decreto sulla sicurezza del lavoro ha dato l’idea che la pregiudiziale nei confronti dell’impresa e dunque del nord resti forte dentro il PD, nonostante i tentativi di apertura di Veltroni al mondo imprenditoriale e le citate candidature simbolo. A quasi un mese dal voto Veltroni vede già finita la spinta verso la rimonta. Ci dobbiamo aspettare un nuovo cambio di marcia o i giochi sono già chiusi?




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