Veltroni, Obama e il fascino comune del “ma anche”.

Il fascino della riconciliazione, la capacità di attrarre voti dal centro e dall’area conservatrice, di eccitare i delusi, di fare sperare i disillusi, di addolcire i cinici (per approfondire leggi qui. ) L’America appare incantata dall’icona Obama, che prospetta un futuro in cui tutti trovano la soddisfazione di una appartenenza allargata e meno identitaria (razza, religione, credo politico). Obama non racconta ancora quali scelte concrete una volta entrato nella sala ovale prenderà sui temi fondamentali per il futuro degli Usa e del pianeta. Iraq, politica estera, dialogo con gli stati canaglia, ricette per l’economia che sta entrando in recessione. Una vaghezza che lascia aperte le porte a tutti quelli che intravedono nelle sue parole una somiglianza possibile con le proprie idee. È il fascino della vaghezza. Di una imprecisione voluta, di una attenta e meticolosa circumnavigazione del cuore dei problemi. È Obama l’inventore dello stile semantico/politico del “ma anche”. È la morte della ideologia e della visione politica che dalla fine dell’ottocento ci dice che i problemi della società vanno risolti richiamandosi ai propri valori di parte (razza, religione, credo politico, visione economica). Obama non parla di valori, ma esalta i principi, che si devono confrontare l’uno affianco all’altro e le possibili soluzioni frutto del dialogo fra tutti. Veltroni, attraverso la sua campagna elettorale, sta rubando molto più di uno slogan o semplici idee di propaganda. Sta applicando anche alla politica italiana una nuova filosofia dell’agire pubblico delle democrazie occidentali. La fine della ideologia, della visione di parte, dell’idea politica come strumento dei valori che conformano un gruppo, una appartenenza. Il “ma anche” veltroniano è un sintomo più che una degenerazione di una evoluzione non solo semantica della politica.

Il novecento è finito e vanno riposte nei cassetti della memoria le contrapposizione ideologiche e valoriali che dal 1918 in poi hanno devastato l’Italia sino ad oggi. Veltroni segue l’esempio di Obama. Ha costruito prima un grande contenitore dove tutte le componenti della società possono trovare posto: laici, cattolici, operai, imprenditori, precari, scienziati, poliziotti, ricercatori. Dove il collante non è più l’appartenenza ideologica, la gerarchia valoriale, la visione della società e del mondo. Il collante è la ricerca comune di una nuova speranza. La ricerca di trovare la strada per raggiungere una nuova frontiera. Il collante è la conversazione. C’è un fascino innegabile in questa proposta politica, che sconta la probabile irrisolutezza di fronte alla enorme sfida che pongono  i problemi del XXI secolo. E l’elettorato che meglio può recepire questo messaggio paradossalmente sta alla sinistra del PD, nonostante quel popolo sia quello più legato ad una ideologia ad una storia che ha pervaso il secolo breve. La partita Veltroni la gioca lì. Al centro, dove ci sono ancora i voti dei moderati, lascia che la competizione contro Berlusconi la giochi Casini, soprattutto al senato. Qualcosa di nuovo sicuramente Veltroni sta offrendo agli italiani, non sappiamo quando sia però qualcosa di giusto.


  1. Giacomo

    Questo messaggio nuovo di Veltroni sarebbe anche potuto passare e proprio il suo porsi come novità e la ricerca della conciliazione (in luogo della demonizzazzione e dello scontro) avrebbero potuto attrarre molti moderati insoddisfatti di Berlusconi, facendogli ottenere un grande risultato e, chissà, vincere le elezioni.
    Invece, imbarcando radicali e dipietrini (che coi moderati proprio non “c’azzecano” nulla) Walter si avvia a perdere e a perdere con disonore, sbugiardando le sue stesse parole che più volte e coraggiosamente aveva pronunciato a inizio campagna: “Corro da solo”.




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