Il momento italiano

Quale offerta politica troveremo sulla scheda elettorale il 13 aprile ?
Solo quando gli accordi saranno chiusi fra le due liste principali – PD e PDL – e gli altri partiti potremo affrontare con maggior sicurezza un’analisi di previsione sul risultato che uscirà dalle urne.
Una prima serie considerazioni sul rapido processo politico in corso a seguito della caduta del governo Prodi però è già possibile.
La legge elettorale tanto criticata e vessata, per colpa della quale era addirittura necessario a detta del Presidente Napoletano un governo istituzionale con lo scopo esclusivo di modificarla, alla prova dei fatti dimostra come sia una norma in realtà flessibile.
Occorrevano solo fantasia e coraggio politico per piegare la legge alle esigenze della semplificazione e del cambiamento del sistema.
Berlusconi e Veltroni lo hanno fatto, dimostrando che anche con il “Porcellum”, senza modifiche o passaggi referendari, oggi sia possibile superare la fase del “bipolarismo coatto” per cercare di entrare in una fase di un bipartitismo maturo di matrice europea.
Due forze stabilmente attorno 35% possono contendersi il governo del paese, grazie ad un generoso premio di maggioranza sia alla Camera, su base nazionale, che al Senato su base regionale. Sbarramenti di ingresso in parlamento abbastanza alti per i partiti esclusi dall’accordo di coalizione (4% alla Camera e 8%al Senato), eliminano possibili ricatti delle minoranze sul futuro governo.
Sbarramenti che di fatto hanno già prodotto una aggregazione stabile a sinistra, L’Arcobaleno, e probabilmente ne produrranno un’altra al centro fra la Rosa Bianca e l’Udc, in caso di mancato accordo fra Berlusconi e Casini. A destra resta solo la fiaccola di Storace, mentre alte forze presenti oggi in parlamento rischiano di non esserci più (IDV, Socialisti e Radicali) se non accettano la strada obbligata della lista unica proposta dal PD.
Lo schema di semplificazione è dunque in atto. A guardare bene anche un altro punto critico della legge, quello delle liste bloccate, è in fase di superamento per scelta autonoma dei partiti. Di fatto il parlamento nella scorsa legislatura si è caratterizzato come un luogo di nominati dalle segreterie di partito e non di eletti dal popolo, Questo elemento di criticità può essere risolto grazie alla volontà delle forze politiche di attuare una fase di preselezione dei candidati attraverso un passaggio elettorale interno: le cosiddette “primariette” promosse dal PD. Sta ora al PDL seguire l’esempio.
Nel complesso la dinamicità del momento politico prefigura una evoluzione sistemica della rappresentazione elettorale che sarà determinate per l’esito elettorale. I fattori che entrano in gioco sono tre. Il primo riguarda la residua appartenenza ideologica di parte dell’elettorato, che comunque resta un elemento importante per il voto di identità, soprattutto alle estreme dell’arco costituzionale e per i partiti di forte richiamo “confessionale”. Il PD si è staccato dalla sinistra radicale facendo forza di questa scelta per sbloccare l’immobilismo del quadro politico uscito fuori dal voto del 2006. Berlusconi da parte sua ha accettato di scoprirsi sulla destra rifiutando l’accordo con Storace e al centro imponendo all’Udc di rinunciare al proprio simbolo per contrarre un eventuale accordo. Dunque il voto ideologico delle estreme e quello “confessionale del centro, che possiamo quantificare in un 16-18% (8% L’Arcobaleno, 2% La Destra di Storace, 5-8% Udc più Rosa Bianca) è già prima del voto escluso da qualsiasi ruolo decisivo per la tenuta del governo alla Camera dei Deputati. Discorso diverso al Senato dove il premio di maggioranza regionale pone diversi problemi ad entrambi gli schieramenti in alcune regioni.
Il secondo fattore attiene alla intelligenza dell’elettorato che si orienterà con molta probabilità verso un “voto utile”, come invocato in coro da Berlusconi e Veltroni, concentrando l’attenzione nei confronti delle due maggiori offerte politiche, considerate le uniche in grado di concorrere alla conquista del premio di maggioranza.
Il terzo fattore attiene alla proposta programmatica delle forze politiche. Essa non sarà più generica e frastagliata (ricordiamo le 280 pagine del programma dell’Unione), ma stringata e puntuale. Probabilmente in questa campagna non si parlerà più di ideologie e lo scontro elettorale non sarà fra forze che si delegittimano reciprocamente. Effettivamente il programma avrà un appeal maggiore per l’elettorato e sarà al centro del dibattito. Questo perché l’omogeneità dell’offerta elettorale lo rende agli occhi dell’elettorato potenzialmente più facilmente realizzabile rispetto ai programmi presentati nelle scorse elezioni, proprio perché frutto di una elaborazione di un solo partito (PD) o di una sola lista (PDL).
Tutto questo certo dovrà scontrarsi dopo il voto con la realtà delle norme costituzionali e dei regolamenti parlamentari che oggi appaiono ancora essere un freno alla costituzione di governi forti e capaci di svolgere a pieno il ruolo esecutivo loro assegnato dalla volontà popolare. Ma anche qui la fase del dialogo palese o informale fra le due maggiori forze politiche appare un elemento di speranza e di cambiamento delle prassi politiche e costituzionali prima e delle norme poi.
Ecco dopo il gennaio delle metastasi che corrodevano l’Italia (l’immondizia della Campania, il rifiuto dei professori della Sapienza di accogliere il Papa, l’arresto della moglie del Ministro di Grazia e Giustizia, la crisi di governo, la riesumazione dopo 14 anni delle consultazioni del premier preincaricato) e la sua immagine nel mondo, appare profilarsi quel tipico momento italiano, che consente alla nostra nazione di risollevarsi d’improvviso, di costruire le condizioni per una rapida inversione di tendenza, per restituire un flebile fiato di speranza e di fiducia. Il voto del 2008 potrebbe essere l’inizio di questo nuovo “momento italiano”. Non un miracolo economico o un salvifico bagno elettorale per affogare nelle braccia dell’uomo del destino, ma un momento di autocoscienza, collettiva, di sobrietà della classe politica, magari camuffata per pure esigenze di parte, ma che almeno stempera o annulla i toni di una guerra civile e ideologica che non pareva voler finire neanche dopo 60 anni dalla nascita della Repubblica. Le urla di odio e i megafoni dell’antipolitica e dello scontro inequivocabilmente doveroso potrebbero essere in parte lasciati fuori dal parlamento o costretti al ruolo di opposizione a prescindere dentro il parlamento.
È l’istante prima del baratro, il classico istante in cui l’Italia è capace di cogliere il suo momento per risollevarsi di quel tanto che occorre per tornare ad essere quello strano, complesso, difficile e fantastico paese che nonostante tutto siamo.
È una speranza, ma del resto senza sarebbe difficile avere ancora la voglia di raccontare questo paese.




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