Renzi è il prototipo del leader democratico che il PD merita di avere e che la dirigenza nata nel PCI non può concepire. La grande antipatia personale e politica di Bersani nei confronti del Sindaco di Firenze nasce da una distanza generazionale, certo, ma ancor di più da un abisso ideologico. Bersani crede ancora che sia l’ideologia a doversi affermare attraverso le elezioni. Quello che cerca dagli elettori non è il semplice consenso, ma la conversione. Renzi non ha una ideologia forte, non è figlio del ’900, crede che l’obiettivo del partito sia la conquista del potere, la possibilità di gestire il governo. Ci è riuscito a Firenze sconvolgendo i piani dell’apparato. Adesso ripropone il suo schema su scala nazionale, sfidando nuovamente i custodi della liturgia. Il suo grande merito è quello di essere stato tra i primi a comprendere che il bipolarismo italiano è stato costruito come un muro che divide schieramenti e che impedisce la mobilità dei flussi elettorali. Nei sistemi bipolari è il voto mobile quello decisivo. Lui rappresenta l’unico dirigente del PD capace di attrarre verso il centrosinistra l’elettorato deluso da Berlusconi e non incline a dirottarsi verso un partito, l’Udc, che non è riuscito del tutto a toglierei l’etichetta di movimento confessionale. Renzi è il ponte che apre la via di un consenso moderato che da destra cerca una nuova casa. O il PD aiuta Renzi a costruire questo ponte o altri si impadroniranno del voto moderato e di destra chiudendolo nuovamente dentro un recinto ideologico.
Ha fatto bene Fini a scendere nell’agone televisivo di Ballarò?
A mio avviso no, per 3 buoni motivi.
1. È entrato in campo prima del fisco di inizio, dimostrando un desiderio eccessivo di abbandonare i toni felpati impostigli dal ruolo di Presidente della Camera, per poter attaccare in modo “paritario” i suoi nuovi avversari. Le elezioni al momento sono lontane. Se non si votasse nel 2012 sarà dura reggere in questo clima per 18 mesi. Avrebbero gioco facile così quelli che gli rimproverano che lo scranno dove siede richiede imparzialità non solo dentro Montecitorio. Inoltre ha perso il diritto a pretendere le interviste “istituzionali” in collegamento dal suo studio. Floris o Vespa non potranno più concedergliele, senza provocare nuove polemiche.
2. Nella logica bipolare del sistema elettorale ripreso dalla rappresentazione scenica televisiva (Porta a Porta e Ballarò) ha scelto di sedersi di fronte ai suoi ex alleati. Questo implicitamente agli occhi dei telespettatori lo pone come antagonista del centrodestra. E dunque anche del suo elettorato storico di riferimento. Un immagine rafforzata dal fatto che al suo fianco come ipotetico alleato, se non politico al momento, ma certamente di bagarre televisiva, sedeva il “comunista” Nichi Vendola. Berlusconi lo ha sì cacciato dal Pdl, ma la scelta di andare fuori dal recinto del centrodestra appare una sua scelta autonoma, che potrebbe non premiarlo elettoralmente e che molti suoi elettori fanno fatica a comprendere. A differenza di Casini, Fini ha una storia politica che stride con una posizione centrista rivolta a sinistra. Questo atteggiamento è estraniante per il suo precedente bacino elettorale.
3. La prima discesa televisiva è stata caratterizzata non da una idea nuova, da uno slogan a effetto, dal rilancio del suo ruolo politico dentro il Terzo Polo o per sancire la necessità di una Santa alleanza contro Berlusconi che poi consentirà la riproposizione di uno schema duale fra centrodestra e centrosinistra una volta chiusa questa parentesi. No, nulla di tutto questo. Dopo 90 minuti un po’ insipidi Fini ha tirato fuori l’attacco personale contro la moglie di Bossi. Con un colpo solo ha provocato la reazione di un partito che finora non lo aveva attaccato in modo duro, ha rinsaldato il rapporto fra il Pdl e la Lega che in quelle stesse ore viveva il momento più delicato della legislatura e, infine, ha colpito un familiare di un avversario politico; proprio il comportamento da lui sempre criticato e che è alla base della rottura, ancor prima che politica, personale, con Berlusconi.
E tu che ne pensi? Trovi altre ragioni?
La lunga notte del Molise consegna al Paese un senso di incompiutezza. Cambiare è difficile. La protesta contro la politica si esprime con l’astensionismo e il voto antisistema, che paradossalmente diviene una sponda decisiva per il mantenimento dello status quo. Grillo offre una valida alternativa a tutti quelli che prima votavano scheda bianca o nulla e ai delusi dai partiti. Un 5% che risulta decisivo, come in Piemonte, ma che in realtà in questo caso contiene anche l’espressione di un voto politico di una certa area di centrosinistra esclusa dai grandi patti elettorali e che si è così vendicata di chi non ha saputo tutelarla nella fase delle alleanze. Ma il voto dimostra anche il forte radicamento sul territorio dei signori delle preferenze che continuano a popolare il centrodestra, rendendolo sul terreno della sfida proporzionale imbattibile. Alla fine Berlusconi può archiviare questa tornata elettorale con soddisfazione: esposizione mediatica nulla e vittoria risicata. Un piccolo sostegno dopo il voto di fiducia del 14 ottobre che rende la via verso natale ancora più agevole. Al Molise resta la consapevolezza che l’occasione del cambiamento per dare una direzione nuova al Paese è stata fallita. Probabilmente ancora una volta più per demerito di chi non ha saputo raccogliere attorno a se tutti i delusi, che sono la maggioranza, che non per merito di chi in minoranza si ritrova al potere!
L’impotenza politica a volte porta alla disperazione. Una disperazione lucida e visionaria. Forse quella che coglie gli assetati nei deserti che intravedono fra i riflessi della sabbia oasi rigogliose. Miraggi. Ecco, le opposizione sono state colte da un miraggio. Non potevano sfiduciare Berlusconi, tutti sapevano prima del voto di fiducia che i numeri di una maggioranza, se pur non assoluta, il governo sarebbe riusciti a trovarli in Aula, bensì le opposizioni volevano giocare la carta fantasiosa dell’escamotage regolamentare. Far mancare il numero legale, rinviare il voto di fiducia di un giorno e potere brindare in tv e suoi giornali alla impotenza politica del centrodestra. Strategia legittima, per carità. Criticabile sotto il profilo della correttezza istituzionale, ma legittima. Ma certo fallimentare.
E su questo esito non c’è Luca Sofri che tenga. Fallimentare perché è fallita. Alla prova dei fatti e della cronaca. E qui si apre la grande disputa: fallita per colpa dei radicali, attaccano a testa bassa i democrat. No cari amici, qui la disperazione vi acceca e al posto della realtà intravedete il miraggio, appunto. I radicali erano in Aula ad ascoltare Berlusconi e non sull’Aventino. Bersani, Casini, Fini, Di Pietro non hanno mai concordato la strategia per far mancare il numero legale al governo né con Pannella, né con la Bonino. Si sono affidati ad una semplice lettera informativa e, a quel che si comprende, ultimativa di Franceschini ai deputati radicali.
E con queste premesse flebili si vuole sostenere che la strategia bellissima e perfetta sia saltata per colpa dei radicali? Suvvia, i radicali sono stati lineari e il loro comportamento può essere criticato, ma certo non hanno tradito alcun patto all’ultimo momento, facendo i voltagabbana. Non hanno dato nessuna parola, non hanno condiviso nessuna tattica parlamentare. Soli fra gli oppositori di Berlusconi erano in Aula a presenziare al suo discorso e soli sono stati alla prima chiama a votargli la sfiducia. Ancora una volta la debolezza di Berlusconi appare nulla rispetto alla fallimentare incapacità delle opposizioni di avere un contegno capace di farle percepire dal Paese come possibile e concreta alternativa di governo.
<embed flashvars=”autoplay=false” width=”400″ height=”326″ allowfullscreen=”true” allowscriptaccess=”always” src=”http://www.ustream.tv/flash/video/1719052” type=”application/x-shockwave-flash” />
Non fossimo passati per Tangentopoli, la caduta della Dc e di Craxi “manu giudiziaria”, per i governi tecnici e le svendite dei gioielli di Stato sulle navi inglesi a largo di Civitavecchia, per i ribaltoni e i “non ci sto” presidenziali, l’uscita di Berlusconi dell’altro giorno sul “piano eversivo” sarebbe da annoverare fra le tante “esondazioni” verbali del nostro premier.
Eppure Massimo D’Alema con il suo criptico “ci saranno delle scosse, l’opposizione sia pronta!” , ha dato una legittima conferma ai timori del capo del governo. L’interlocutore poi era privilegiato. Quella Lucia Annunziata che per prima su La Stampa ha parlato in tempi ancora non sospetti di “ombra di complotto” in atto da parte di forze angloamericane contro il nostro premier, dovute fra l’altro alla sua posizione filorussa.
Domenica ecco che Massimo D’Alema, annuncia proprio ospite della Annunziata, tra l’altro amica personale di vecchia data, che la debolezza del premier è tale da suggerire all’opposizione di essere pronta ad assumere importanti doveri istituzionali. Ma di quale debolezza parla il leader del Pd? Non certo elettorale. Il voto europeo ed amministrativo ha sancito, al di là delle aspettative, un netto vantaggio delle forze governative. Dunque la debolezza non è di tipo “politico”. Le ricostruzioni sui giornali danno uno scadenzario preciso delle forche caudine sotto le quali il premier sarà chiamato a passare nelle prossime settimane. Foto “probabilmente” piccanti, ovviamente pubblicate dai giornali esteri, ma soprattutto il vaglio di costituzionalità del lodo Alfano, che potrebbe essere espresso durante il G8. Una eventuale bocciatura potrebbe divenire un elemento decisivo per il destino del governo se legato alla vicenda del processo Mills. Evidentemente nei palazzi romani, senza distinzione di colore politico, si attendono con ansia questi passaggi, che Berlusconi chiama la “fase 2” dell’azione eversiva. E sarebbe anche più chiara la battuta del premier sul matrimonio fra Noemi e l’avvocato inglese. E’ tutto unito!
Del resto in tempi non sospetti anche uomini vicini alla maggioranza hanno iniziato a ragionare di governi tecnici e governissimi. Argomentando in astratto sull’ineccepibile correttezza del Presidente della Repubblica a cercare soluzioni in Parlamento prima di rimettere la parola a gli elettori in caso di impossibilità del premier a proseguire il suo mandato. Insomma da settimane quella che il Pd ha cercato di cavalcare come arma elettorale, ovvero il “naomigate” si sta solo dimostrando un pezzo, forse il meno importante, di un puzzle ben più complesso, che vede nel centro del mirino ancor prima del premier, la sovranità popolare espressa con il libero voto dagli italiani.
Come nel 1994 il palcoscenico dell’ONU allora, e del G8 oggi, appare quello ideale per sferrare il colpo letale. Congetture e dietrologie? Per chi ha vissuto la storia recente del paese è naturale attendersi di tutto. La debolezza della opposizione e il legame rinsaldato con La Lega, oltre un evidente consenso elettorale potrebbero essere gli antidoti per non rivivere la ferita democratica del 1994. Quello che disorienta e preoccupa è la convinzione non celata del premier che la strategia del piano nasca da menti vicine al governo.
Lo slogan dell’Idv racchiude in sé una prospettiva politica, oggi più che mai plausibile. La debolezza del Partito democratico, la fine, evidenziata chiaramente dai numeri elettorali, della sua vocazione o velleità maggioritaria, la strategia ambigua e schizofrenica fra normalizzazione dei rapporti con la controparte politica prima (dicembre 2007-ottobre 2008) e gli attuali rigurgiti antiberlusconiani hanno consentito ad Antonio Di Pietro, con il suo 8% raccolto alle europee, di proseguire spedito nella realizzazione della sua strategia.
Obiettivo: la candidatura a leader dell’opposizione e sfidante alle prossime elezioni politiche di Silvio Berlusconi.
Mira ambiziosa, ma mai come ora perseguibile con probabilità di successo. La forza di Di Pietro si regge sulla debolezza del Pd. La scelta di Veltroni di tradire il discorso di Spello, siglando la alleanza con l’Idv alle politiche del 2008, ha innescato un meccanismo perverso e inarrestabile, che ha prodotto in questi ultimi mesi l’ascesa del leader molisano.
Più del travaso di voti fra i due partiti, quello che determina la forza di Di Pietro insiste nella sua capacità di dominare i temi dell’agenda politica dell’opposizione. Il Pd segue a ruota, senza riuscire a determinare una vera egemonia politica sulle iniziative e sugli argomenti da utilizzare contro il governo. Anche sul caso del voto di fiducia sulle intercettazioni le dichiarazioni degli esponenti del Pd appaiono più suggerite dalla necessità di non lasciare allo scomodo alleato il palcoscenico mediatico. Di ricorsa in ricorsa il Pd sembra aver smarrito le proprie originali posizioni su molti temi che vengono discussi in Parlamento. E la sensazione nell’opinione pubblica di centrosinistra è che l’Idv rappresenti un elemento determinante e imprescindibile per costruire quel percorso politico in grado di scalfire l’egemonia berlusconiana. Nelle prossime settimane, dopo l’esito dei ballottaggi, l’opposizione potrà subire una accelerazione complessiva nella sua organizzazione interna. Di Pietro potrebbe chiamare a raccolta tutto il popolo “antigovernativo” in una nuova alleanza che, al di là della proposta politica programmatica, incentri il suo esistere su un unico elemento costitutivo: l’antiberlusconismo come valore.
Un progetto che potrebbe allettare i partiti minori di sinistra, ancora una volta divisi e ed esclusi dalla suddivisione dei seggi, che nel nuovo contenitore ritroverebbero i modi e gli spazi per riacquisire una presenza parlamentare alle prossime elezioni politiche. Ma soprattutto un progetto che costringerebbe il Pd a fare una scelta definitiva sul proprio posizionamento nello scacchiere politico italiano. Una mossa d’anticipo quella di Di Pietro che va oltre lo schema della semplice e rinnovata alleanza con il Pd. L’idea che persegue Di Pietro lo porterebbe a sedersi al tavolo dell’accordo con il futuro leader democratico, Franceschini, Bersani o chiunque sia, con la forza di rappresentare egli l’unico vero collante dell’opposizione italiana.
A quel punto la autocandidatura a sfidare Silvio Berlusconi alle prossime politiche potrebbe essere non sola una legittima richiesta, ma una pretesa irrifiutabile.
“C’è un mandante!” Berlusconi esce dal voto europeo ed amministrativo con la sensazione rafforzata che il mandate “dell’operazione Noemi” esisteva davvero ed era uno dei suoi. Probabilmente il suo uomo più fidato. Il voto al netto delle polemiche e delle illazioni dimostra che il Paese conferma il suo gradimento per le forze di governo e per l’azione da esse messa in campo. La forte astensione del Sud è però un messaggio chiaro mandato da una parte del paese al premier, ma l’unico effetto che ha prodotto, paradossalmente, è stato quello di rafforzare la Lega e le istanze del nord. Costringendo Berlusconi a rinsaldare il patto con Bossi e a rinunciare al colpo di mano referendario del 21 giugno. All’appello dunque mancano quei milioni di voti del sud che avrebbero consentito al Pdl di crescere e percentualmente avrebbero portato la Lega sotto il 10% e il Pd sotto il 25%.
Ma i voti di pietra sono quelli dentro le urne e con quelli Berlusconi è costretto a ragionare. E dunque Berlusconi è già costretto a ragionare in modo decisivo con chi, defilato nel suo ruolo istituzionale di Presidente della Camera, ha osservato la campagna elettorale con una lontananza siderale e ora cerca di raccogliere il mancato trionfo del leader per rafforzare ulteriormente la sua strategia di smarcamento. La fondazione di Gianfranco Fini, FareFuturo, si è resa protagonista del corsivo che ha scatenato il putiferio mediatico sulle veline e che ha dato il là alla signora Lario e oggi commenta il voto con un accento critico davvero inaspettato. Ma Fini non si accontenta. E attacca direttamene il leader del Pdl, lanciando l’anatema sulla scelta referendaria di Berlusconi, maturata dopo il voto.
Denunciando l’asse politico Pdl-Lega, richiamando la delusione del meridione e indicando la scelta referendaria Fini lancia una piattaforma politica che va ben oltre le tante posizioni di smarcamento avute in questi ultimi mesi. Delinea la propria autocandidatura al leader del centrodestra italiano, non seguendo il rito dell’attesa del delfino designato, ma lanciando un guanto di sfida politico e programmatico all’attuale leader. Sui valori personali e sulla strategia delle alleanze. Fini ha varcato il Rubicone. E si è autoassegnato il ruolo di “mandante politico” della strategia di logoramento della figura pubblica di Silvio Berlusconi.
Oggi 3 giugno a due giorni dalla chiusura della campagna elettorale il Pd gioca la sua arma segreta. Ciccate qui e scoprirete di chi si tratta. Si, esatto! Romano Prodi. Dario Franceschini sceglie l’ex premier per lanciare un forte messaggio politico al suo elettorato. Quasi fra lo scaramantico e il nostalgico. Prodi è stato l’unico leader della sinistra in questi ultimi 15 anni a battere Berlusconi, (ben due volte: 1996 e 2006) e incarna al pari di Franceschini quella idea di una politica sobria, felpata e “seria” come diceva lo slogan del 2006 del centrosinistra. Una idea di politica da contrapporre a quella naif del premier. Si gioca ancora tutto sull’idea di diversità. Un’Italia diversa da quella di Berlusconi, ovvero l’Italia di Prodi.
Dopo un mese di “Operazione Noemi”, davvero non c’era nulla di più “antigossiparo” del l’ex premier, per tentare di riportare la linea comunicativa del Pd a un livello di “normalità”, austerità e rappresentazione plastica di diversità fra sé e l’avversario. Tralasciando Sircana, ovviamente.
Una virata di 180 gradi, che forse ha lasciato basito anche Massimo D’Alema, che di virate se ne intende.
Ma per Franceschini a poche ora dal voto appare chiaro che tutto il battage comunicativo di questa campagna elettorale si possa risolvere in una grande disaffezione dell’elettorato italiano. Soprattutto quello del Pd. Il problema oggi, alla luce delle ultime analisi, appare essere l’astensione. Il messaggio dei leader democratici è univoco e accorato: votate. Evidentemente ci si è accorti che tutto il gran chiacchiericcio sui fatti privati del premier potrebbe essere parimenti dannoso per i primi due grandi partiti italiani. Dunque una campagna il cui esito indebolirebbe soprattutto il Pd.
Ecco scattata all’ora in extremis l’operazione “guerra all’astensione”. Testimonial: Romano Prodi. Per i risultati basterà attendere domenica sera. Modesto giudizio personale. Il Pd è nato dalla “soppressione politica” di Prodi e del suo governo arlecchino e dalla sua aspirazione maggioritaria. Dopo solo 15 mesi il nuovo segretario del Pd utilizza Romano Prodi come icona e testimonial politico di quei valori di serietà e diversità evidentemente indispensabili da contrapporre a Silvio Berlusconi. Fra coerenza e calcolo politico, non sindachiamo se utile o meno, il Pd ha scelto ancora una volta la seconda strada.
Immaginate di arrivare a Strasburgo, città che ospita il Parlamento Europeo, e dover raccontare ad un passante l’Italia. L’Italia di oggi, quella che nel mondo in questi giorni sulle prime pagine dei giornali viene riaccostata agli stereotipi più beceri: Mussolini e la camice nere, le veline e le lolite. La democrazia malata e il pericolo democratico. Processi e immunità. È il fermo immagine parziale, consunto e consueto di un mondo che ci guarda sempre allo stesso modo. Superficialmente. Ma sotto la superficie cosa c’è? Questa nazione è capace di offrire qualcosa di nuovo per potere essere giudicata diversamente? Forse no! L’Italia è un paese vecchio. Legato esso per primo a stereotipi e tic di una stagione che la maggior parte dei suoi abitanti ha vissuto marginalmente, ma ha idealizzato. Siamo come il nuovo spot dell’Alitalia. Una cartolina nostalgica di un era trasfigurata e banale. In cui la narrazione collettiva del famigerato miracolo economico funge da tappeto sotto il quale nascondere le debolezze croniche e le arretratezze di una nazione affetta da mille incurabili problemi. Quel tappeto è ormai lacero e sotto i problemi restano sempre gli stessi. E la politica in tutto questo è l’antifluidificante. L’ostacolo del cambiamento. Un sistema che non consente al governo di governare, che impedisce al voto popolare la trasmissione reale di una volontà programmatica da attuare.
Basta leggere i giornali di oggi. Complotti, imboscate, governi tecnici. Il soffio di una maldicenza, probabilmente soffiata dentro il perimetro stesso della coalizione al potere, si è trasformato in un urgano. L’esito del voto europeo sarà un test per tastare il polso allo stato di salute del governo. L’Europa è lontana, è altro. Giacolone coglie il punto. L’evanescenza della politica rispetto ai compiti istituzionali che dovrebbe svolgere, anche in Europa. Trattato di Lisbona, allargamento ad est, crisi economia, concorrenza e aiuti di Stato. Ci sarebbero temi da trattare, ma sarebbe come parlare di cose incomprensibili per troppi elettori. Perché temi nascosti dalla comunicazione di massa. Dunque inesistenti. Eppure tutto il destino economico e monetario si giocherà sempre più in Europa. Oggi il nostro destino è di fatto sempre più legato inesorabilmente alla moneta europea e a all’art 117 del Trattato istitutivo della UE, così importante e così sconosciuto. Strasburgo e Bruxelles appaiono un miraggio evanescente. L’Europa finisce a Casoria. Lì dove l’ennesimo melodramma italiano ha avuto inizio.